![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 4 FEBBRAIO 2003 |
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Tra
i seguaci degli antichi misteri di Eleusi si tramandava il detto secondo cui il
re che non fosse stato iniziato ai riti di Demetra, una volta morto, non
avrebbe vissuto un post-mortem migliore di quello del servo che invece aveva
conosciuto i segreti del culto. La sua
anima, ancorché regale, avrebbe vagato nell'Ade come un'ombra sino alla
completa estinzione.
Fra
gli ebrei, la peggiore maledizione per i defunti era di essere abbandonati
senza sepoltura, in preda alle bestie.
Per gli egiziani l'integrità del corpo era necessaria per la
continuazione della vita nell'oltretomba. I Tibetani, al contrario, usano
squartare i cadaveri o bruciarli (come fanno gli indiani), oppure li abbandonano
sulle montagne perché, uccelli e animali da preda li divorino. La loro idea di morte è assai vicina
all'idea moderna di biodegradabilità. La loro concezione dell'immortalità è
invece espressa in forma poetica attraverso un libro di derivazione buddista
(ma redatto attorno alI'VIII secolo), ili Bardo
tödöl c'en mo letteralmente Il grande
trattato sull'esistenza intermedia
che conduce alla liberazione per il solo sentirlo recitare. Il Bardo insegna che, nella vita dell'uomo
comune, immortale non è l'anima ma il ciclo delle rinascite cui essa è
inconsapevolmente sottoposta. A un
simile affresco si potrebbe aggiungere l'idea più consolante, sopraggiunta con
il cristianesimo e (dopo circa sei secoli) con l'Islam, di una vita
ultraterrena personalmente condivisa nell'amore del dio unico. Ogni architettura metafisica, spesso con
l'ausilio della teologia, impone o accarezza la possibilità di una vita oltre
la vita, quale che sia la sua durata. E
tutte le grandi narrazioni religiose esprimono a vario titolo il confronto tra
l'umano e il suo confine: la morte.
In
un orizzonte già laico, è stata la filosofia a farsi carico della meditatio
mortis. Celebre, in tema di estinzione,
la saggezza classica riassunta nella massima ciceroniana secondo cui la vita
dei filosofi non è che un commento della morte. Come Cicerone, Montaigne, che nel XVI secolo intitolerà così un
capitolo dei suoi Essais: Que philosopher
c'est apprendre à mourir. In epoche più vicine a noi, ancora
Tolstoj poteva credere che «pensare è pensare alla morte». E Freud, nelle sue Considerazioni attuali sulla guerra e la morte, ammoniva: «Si vis
vitam, para mortem». Albert Camus
levava la sua rivolta metafisica («contro la sofferenza di vivere e di
morire»), al punto da introdurre il suo Mito di Sisifo con le parole di
Pindaro: «O anima mia, non aspirare alla vita mortale, ma esaurisci il campo
del possibile».
Ai
giorni nostri, possiamo dire che la scienza sia stata fedele a metà alla
consegna di Pindaro: sempre protesa all'esplorazione del possibile, oggi è
formidabilmente vicina al segreto della vita mortale. Poco importa se la piccola Eva di cui parlano i raeliani esista
realmente: la clonazione è comunque una realtà ingombrante con la quale sarà
inevitabile misurarsi. E non
rappresenta che uno dei tanti risultati di un cammino recente ma percorso a
tappe forzate dall'uomo attraverso la manipolazione genetica. Un risultato ancora imperfetto, se è vero
quanto afferma Francis Fukuyama nel suo ultimo libro (L'uomo oltre l'uomo, Mondadori 2002): «Ci sono voluti 277
tentativi andati a vuoto prima che si riuscisse a clonare la pecora
Dolly». Ciò nonostante, il successo è
offuscato da una serie d'imperfezioni genetiche che abbassano notevolmente le
aspettative di vita di Dolly rispetto agli agnelli nati in modo naturale. Ma i maestri cantori della bioingegneria
possono egualmente esultare: con la compilazione della sequenza completa del
genoma umano, ultimata in America nel giugno del 2000, le strade
dell'eugenetica si aprono alla rivoluzione corporea del nuovo millennio. Sembra
dunque prospettarsi una nuova stagione tecno-scientifica che il filosofo
«archeofuturista» Guillame Faye, complici le suggestioni della
bioinformatica, immagina costellata di «fabbriche di uomini e donne».
Esempio:
«Il genetista Lee Silver - prosegue Fukuyama - dipinge uno scenario futuro nel
quale una donna produrrà un centinaio di embrioni, li farà controllare per
tenerne un profilo genetico e poi, con qualche clic del mouse, ne selezionerà
uno privo degli alleli responsabili di malattie dovute a un singolo gene, come
la fibrosi cistica, e nel quale sono presenti geni in grado di conferire le
caratteristiche desiderate in termini di altezza, colore dei capelli,
intelligenza e così via». Morale: non
siamo lontani dagli scenari preconizzati da Aldous Huxley nel suo Mondo nuovo, popolato da classi alfa,
beta, gamma eccetera d'individui coltivati in laboratorio. Restano semmai da immaginare i criteri in
base ai quali sarà stabilita la gerarchia genetica dei nascituri (censo?
collocazione geografica?).
C'è
di più: come noto, la ricerca sulle cellule staminali permette agli scienziati
di rigenerare artificialmente quasi tutti i tessuti che formano il corpo umano,
incrementando la nostra aspettativa di vita oltre i cento anni. Una volta che la scienza abbia individuato anche
la causa del deterioramento dei tessuti neurovegetativi, o a rifornirci di
organi che sostituiscano quelli malandati, nella visione della nostra
interminabile esistenza non saremo ostacolati nemmeno dall'ombra
dell'Alzheimer. Avremo così inferto un
colpo definitivo alla nostra naturale bio-degradabilità (solo dieci anni fa
André Glucksmann definì l'umanità come «un insieme biodegradabile composto di
esseri capaci di uccidersi all'íngrosso o al minuto»). Avremo senz'altro rimandato l'appuntamento
con la morte, in attesa che la clonazione faccia il resto. Ancora non sappiamo, però, se nel corpo che
ci ospiterà domani potremo trasferire quel «soffio vitale» le cui vicissitudini
ultraterrene, un tempo si lasciavano descrivere a filosofi e poeti.