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«Parlando di conoscenza
"incerta", non intendo semplicemente distinguere ciò che si sa per
certo da ciò che è solo probabile. Il gioco della roulette non è soggetto a
questo genere d'incertezza? Questo aggettivo può essere applicato con questo
senso, per esempio, alla prospettiva di una guerra in Europa, o alle
previsioni sul prezzo del rame o sul tasso d'interesse tra vent'anni?
Argomenti per i quali non c'è nessuna base scientifica su cui fondarsi per
qualsiasi calcolo delle probabilità: semplicemente, non sappiamo. Ciò
nonostante, la necessità di agire e di decidere spinge noi uomini pratici a
passare sopra questa scomoda evidenza». L'incertezza, così come la delinea il
celebre economista britannico John Maynard Keynes, è divenuta nel corso del
Novecento la vera frontiera del pensiero filosofico-scientifico, impegnato
nell'arduo tentativo di costruire i mezzi con cui dare una descrizione
razionale dei fenomeni «incerti». Ne è convinto Carlo Cellucci, docente di
Logica all'Università di Roma «La Sapienza», che nel saggio intitolato Filosofia
e matematica (Laterza, 406 pagine, 25,00 euro) studia l'intreccio fra
queste due discipline e getta uno sguardo sul futuro della conoscenza umana,
facendo dell'incertezza e della fallibilità non dei mostri da cui fuggire, ma
parti integranti dell'evoluzione scientifica.
- Professor Cellucci, qual è il legame tra filosofia e matematica?
«Tra filosofia e matematica c'è un rapporto di profonda continuità, nel senso
che molti problemi filosofici e molti problemi matematici sono in stretta
relazione tra loro e vengono spesso risolti con gli stessi metodi. Questo
rapporto è stato riconosciuto fin dall'antichità, come dimostra la scritta
che campeggiava sulla porta dell'Accademia di Platone: "Nessuno che non
conosca la geometria entri"».
- Nel suo libro lei dedica molto spazio ai limiti della logica classica,
fondata sulla deduzione di leggi a partire da principi assolutamente certi, e
alla necessità di costruire un modello di ragionamento in grado di produrre
nuova conoscenza. Qual è la soluzione che propone?
«La filosofia moderna è nata con Bacone e Cartesio proprio all'insegna di
questo problema, perché entrambi partirono da una denuncia della sterilità della
logica aristotelica, che si basava su inferenze deduttive e non ampliative,
incapaci cioè di produrre nuova conoscenza. Bacone e Cartesio si proponevano
invece di sviluppare un metodo per produrre nuova conoscenza fondato su
inferenze ampliative; nel caso di Bacone si trattava dell'induzione, un
metodo che si basa sulla costruzione di leggi a partire dall'individuazione
di una certa regolarità nei dati forniti dall'esperienza. Il loro tentativo
fallì perché presupponeva che il nuovo metodo dovesse dare conoscenza
assolutamente certa. Nel mio libro, invece, cerco di condurre un'analisi dei
metodi di scoperta matematica che prescinda da questo presupposto».
- Qual è, allora, il rapporto che si delinea tra la produzione di conoscenza
e l'incertezza?
«Le operazioni logiche che generano nuova conoscenza non portano a
conclusioni certe, ma solo plausibili, conclusioni che pur non essendo
confutate dalla conoscenza attuale non offrono alcuna garanzia di non essere
confutate dalla conoscenza futura. Queste conclusioni, dunque, sono da
considerarsi incerte. Ma l'incertezza è un carattere costitutivo della
conoscenza umana, compresa la conoscenza matematica. Anche Bertrand Russell,
che aveva impostato tutto il suo lavoro filosofico come una ricerca della
certezza matematica, che dichiarava di volere "nello stesso modo in cui
si vuole la fede religiosa", alla fine fu costretto a riconoscere che
non c'era nulla che egli potesse fare "per rendere indubitabile la
conoscenza matematica"».
- Nel libro, dunque, lei sovverte la tradizionale immagine della matematica
come il mondo delle conoscenze e dei metodi «certi»?
«Come testimonia il cambiamento di atteggiamento di Russell, l'idea che la
matematica fosse il mondo della certezza entrò in crisi fin dalla prima metà
del Novecento, col fallimento di tutti i programmi "fondazionali",
volti appunto a giustificare la certezza della matematica, dal logicismo di
Frege e Russell al formalismo di Hilbert. Un fattore decisivo di questo
fallimento fu la scoperta da parte di Kurt Gödel, nel 1931, dei famosi
teoremi di incompletezza, a causa dei quali anche gli irriducibili nostalgici
dell'idea della matematica come mondo della certezza dovettero riconoscere
che essa aveva ormai perso questa prerogativa».
- Di quali metodi può avvalersi la matematica alla luce di questa nuova
concezione filosofica?
«I metodi della matematica non sono diversi da quelli delle scienze
empiriche, e sono metodi al tempo stesso di scoperta e di giustificazione.
Essi vanno dal metodo analitico, già usato dai matematici antichi e poi
adottato da Galilei come metodo della scienza moderna, ai metodi che servono
a scoprire le ipotesi all'interno dello stesso metodo analitico: l'induzione,
l'analogia, la metafora. Questi metodi non costituiscono un mondo chiuso, ma
sono sempre in espansione, anche se la scoperta di nuovi metodi è molto più
rara della scoperta di nuovi risultati, teoremi o leggi del mondo fisico».
- Nel suo testo lei parla di «ragionevole inefficacia» della matematica
rispetto al mondo fisico. Può spiegarci quest'espressione?
«Il fisico Wigner parla di una "irragionevole efficacia" della
matematica nelle scienze naturali: l'utilità della matematica, sostiene
Wigner, è qualcosa che confina col misterioso e di cui non vi è alcuna
spiegazione razionale. Nel mio libro cerco invece di dimostrare che c'è una
spiegazione perfettamente logica per cui la matematica è applicabile al mondo
fisico. Nello stesso tempo, però, rilevo come essa sappia trattare solo gli
aspetti più semplici del mondo fisico; perciò, anziché di "irragionevole
efficacia" della matematica nelle scienze naturali, si deve parlare di
una sua "ragionevole inefficacia"».
- Nel testo lei parla della matematica come di una strategia di
sopravvivenza. Cosa intende esattamente?
«Sebbene molti pensino alla matematica come a una disciplina astrusa, alcune
capacità matematiche hanno avuto e hanno un'importanza decisiva nella
sopravvivenza della specie umana. Fu così per i nostri più antichi
progenitori, che grazie ad esse riuscirono a catturare animali e sfuggire ai
grandi predatori, ed è così per l'uomo di oggi, che grazie alle sue facoltà
matematiche esercita un controllo sull'ambiente che è essenziale per la sua
sopravvivenza. Numerosi studi svolti nel Novecento hanno dimostrato che anche
altre specie animali sono dotate di capacità matematiche, le quali sono state
decisive per la loro sopravvivenza».
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