RASSEGNA STAMPA

3 FEBBRAIO 2003
ALBERTO MALLIANI
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Ma non c’è medicina senza filosofia

di ALBERTO MALLIANI

Le domande apparentemente oziose sono spesso quelle cui è più difficile rispondere. Questo accade soprattutto quando esse si riferiscono a qualcosa che può essere intuito nella sua globalità. Sant'Agostino, a proposito del tempo, diceva che se doveva parlarne sapeva benissimo di cosa si trattava, ma che non riusciva a definirlo. Tutti intuiscono cosa sia la medicina. Ma per cercare di definirla occorre un percorso di grande complessità. La sorpresa, lungo tale percorso, è il germinare continuo di elementi costitutivi che, come chiavi, aprono a una comprensione più diretta zone inesplorate (alcune intuibili altre meno) oltre che a contraddizioni palesi, e anche il senso di quella tensione necessaria per ricercare la più umana tra le medicine possibili.
A motivare questa mia riflessione non sono soltanto le dimostrazioni quotidiane che la cronaca offre della fragilità concettuale ed etica che caratterizzano l'odierna medicina, ma anche la lettura di un libro appena uscito di Ivan Cavicchi ( Filosofia della pratica medica , Bollati Boringhieri). Un libro, a parer mio, intelligente, profondo e, soprattutto, ricchissimo di chiavi interpretative.
Prendiamone una: «Per i medici, la natura di un malato è la natura. Per altri, la natura di un malato è la sua storia. Per altri ancora è il suo linguaggio...». Diventa pertanto subito chiaro che esistono più possibilità per definire la medicina a fini diversi, possibilità tutte essenziali. Semplificando, da una parte la scienza della natura e dall'altra la scienza dell'uomo. Ossia la medicina si occupa di modalità della natura, ma la natura, nella sua sostanzialità, diventa anche qualcosa di bio-sociale, di bio-culturale.
«La medicina non è complessa solo perché è un insieme di scienza e di arte, di natura e di cultura, ma lo è perché, prima di tutto, in una sua parte fondamentale, quella della scienza della natura, essa è già complessa». Una conseguenza: «La conoscenza, anche scientifica, di un malato non può essere data come stabile». «La sostanza è in pratica anche funzione dell'apparato concettuale che la studia. Si accede alla natura di un malato attraverso una realtà concettuale prima ancora che sostanziale. Ma se è così, perché non definire la medicina come scienza dei concetti naturali?». D'altro canto «la malattia è sempre un evento esistenziale, essa non è mai solo un accadimento naturale».
Eppoi c'è l'arte del medico. E l'arte è ragionare. Poiché non è vero che l'intuizione clinica sia priva di logica ma è vero anzi che in essa si sommano logiche di tipo diverso in un'interazione che ne aumenta l'efficacia.
E' impossibile una ricognizione adeguata di questo libro che, come un mosaico, offre al pensare mille tessere diverse, tutte concettualmente identificate, e quindi reali. Ma è più facile riassumere la tesi globale: «Propongo un'alleanza nuova tra filosofia e scienza per accrescere l'efficacia della medicina stessa, per renderla migliore rispetto alle multiformi necessità di chi sta male».
Adesso il pensiero non può non tornare alla cronaca. Le delusioni quotidiane rispetto alle promesse non mantenute da parte della tecnocrazia produttiva, bugie spesso ciniche e che avrebbero un devastante effetto autofago se non fosse che la memoria dell'uomo è porosa all'oblio, questa danza d'ogni giorno di scoperte amplificate, di un loro uso privo di sapienza, questo mischiare sempre e comunque conoscenza e denaro, in sostanza questa agonia della sapienza dell'uomo tecnologico, quanto tutto ciò si gioverebbe di questa alleanza nuova!
Per chi cerca la verità nella scienza medica, ogni giorno è irto di inimicizia, specie se propone uno sviluppo civile sostenibile sulla base delle vere conoscenze scientifiche e non uno sviluppo economico basato sui bisogni indotti. Siamo a un bivio: dobbiamo scegliere o l'uomo e la sua scienza o il mercato e i suoi uomini. Nel frattempo, rischia sempre di più una medicina che non rifletta sulla propria storia.

 

 

 

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