![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 2 FEBBRAIO 2003 |
|
«Non
è nei grandi boschi né nei sentieri che si elabora la filosofia, bensì nelle
città e nelle strade, ivi compreso ciò che vi è di più fittizio in esse»,
scriveva Gilles Deleuze in Logica del
senso (1969), alludendo ovviamente ai Sentieri
interrotti - o, nella versione di Vincenzo Cicero - ai Sentieri erranti nella selva, di Martin
Heidegger. Per parte sua, il 27
gennaio 1968, Jacques Derrida aveva letto alla Società francese di filosofia
la conferenza sulla "Différance", che si concludeva commentando il
saggio conclusivo, quello su Anassimandro, della raccolta di Heidegger. Quell'anno apparve anche la prima traduzione
italiana di questi scritti composti tra il 1935 e il 1946, usciti in Germania
nel 1950, e pronti, nella traduzione di Pietro Chiodi, sin dal 1953.
Il
pensatore agreste e boschivo dilagava sulla scena parigina e generalmente
'metropolitana' (si sarebbe detto di lì a poco), portando un gratificante
messaggio di fondo: la filosofia, l'arte e la politica stanno più in alto della
scienza. Questa constata le cose come
stanno, mentre il filosofo degno di questo nome non constata mai, ma produce e
istituisce, d'accordo con l'idea di Nietzsche secondo cui i veri filosofi non
sono quelli che accettano i valori esistenti, ma quelli che ne creano di nuovi,
facendosi legislatori dell'umanità. Ed
è così che saggi composti in Germania durante l'ascesa e la caduta di Hitler
conobbero una seconda giovinezza all'epoca delta rivolta studentesca. Non c'è paradosso, e soprattutto non bisogna
credere che Heidegger, a disboscarlo un poco, sia una specie di sessantottino ante litteram: semplicemente, si tratta
di messaggi talmente sibillini da potersi adattare a tutte le stagioni.
Proprio
per questo motivo, però, c'è ragione di credere che la via del "secondo
Heidegger" (diversamente, per esempio, da quella del "primo", di
Essere e tempo) non sia più tanto
percorribile, tolto nel senso, minimale, che sbagliando si impara, o altri
imparano. E varrebbe casomai la pena di
considerare questi saggi di Heidegger come le palesi testimonianze di un
naufragio filosofico. Non importa se nutrito delle più vaste ambizioni. Ne
riparlíamo magari tra cent'anni, per il momento seguiamo altri sentieri.
Resta
tuttavia il fascino (per alcuni) del pensiero abissale e radicale, come segno
della "autentica filosofia".
E il sintagma "secondo Heidegger" acquisisce, per chi ama il
genere, un altro significato: «Secondo Heidegger le cose stanno così e così»
(e, implicitamente «ovvio che ha ragione lui»). Qui Heidegger viene caricato di autorità e di autorialità, e
risulta difficile distinguere un saggio di filosofia da una costituzione
politica, da un testo sacro o da un'opera d'arte, che sono poi le vie
attraverso cui, in Heidegger, si istituisce la verità.
Le
ricadute ermeneutiche sono impegnative.
Come non avrebbe senso correggere Tasso, la Bibbia o il codice di
Hammurabi. così Heidegger non lo si discute, lo si postilla e commenta, si
cercano interpretazioni ampliative o restrittive, esercitando in massimo grado
l'arte della deferenza testuale. Nella
vertigine delle glosse, può venirne fuori, come in un libro sobillino,
un'indicazione utile; tuttavia, lo scavo talmudico della lettera costituisce un
potente freno inibitore alla pratica della ricostruzione razionale degli
argomenti.
Visto
che non c'è un solo modo per fare filosofia, anche questa può essere una
strada. Certo, di questa iperbolica
autorialità si ha una netta testimonianza nelle scelte di Cicero,
síntomatiche del mezzo secolo trascorso dalla prima versione. In Chiodi, che non aveva affatto una buona
opinione del "secondo Heidegger", c'era tutto sommato un tentativo di
normalizzazione. In Cicero, invece,
assistiamo alla strategia inversa: sovra-semantizzare tutte le parole di Heidegger,
escogitare neologismi, rinverdire arcaismi (le scelte sono evidenziate in un
glossario di ben 250 pagine), nella ipotesi che lì, sotto il velame della forma
linguistica, si celi una verità essenziale.
Ricordo
di aver fatto qualcosa di simile una dozzina di anni fa, l'unica volta in cui
mi cimentai nella versione di un testo, peraltro brevissimo, di Heidegger. Ora non lo farei più, perché spesso la
felicità del traduttore non coincide con quella del lettore.
.