![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 31 GENNAIO 2003 |
|
«Le multinazionali spingono la clonazione»
Vescovi: la ricerca sulle cellule staminali adulte è
molto più avanti, ma passa in secondo piano
L a vulgata dei sostenitori della
clonazione dice: in Italia i cattolici stanno impedendo la «clonazione
terapeutica», migliaia di persone moriranno per questa decisione. Non è vero.
La ricerca è molto più avanti proprio nello studio delle cellule staminali
adulte, solo che non viene incentivata perché si cerca a tutti i costi la
scorciatoia della clonazione, per interessi che non sono scientifici.
Angelo Vescovi, ricercatore del San Raffaele, sbotta: «Come laico sono preoccupato
di questa situazione. Sulla clonazione si sta facendo della disinformazione.
Alcune lobbies , che rappresentano grandi interessi finanziari, cercano
di comunicare all'opinione pubblica un senso di urgenza, mostrando patologie
terribili, che spaventano. Il messaggio è: se la clonazione terapeutica venisse
liberalizzata si salverebbero centinaia di migliaia di vite. Non è così. Come
ricercatore che da molti anni opera in questo campo posso garantire che è una
rappresentazione falsa e tendenziosa della realtà: siamo ad anni di distanza da
simili risultati».
La «pietra filosofale», l'obiettivo principale della medicina del XXI secolo
sono le ormai famose cellule staminali, che nel corso di tutta la vita riparano
le parti del nostro organismo che non funzionano. A volte non ce la fanno:
l'idea è quella di coltivarle in laboratorio, e rimetterle nell'organismo come
«medicine» potentissime, cosa che farebbe fare un salto storico alla nostra
stessa concezione di cura.
La cosiddetta «clonazione terapeutica» - spiega il ricercatore di Romano di
Lombardia, uno dei più stimati al mondo in questo campo - prevede di produrre
cellule staminali generando un embrione umano in vitro (o utilizzandone
qualcuno già esistente nei laboratori della fecondazione artificiale),
estrarle, e quindi buttare via il «resto». Ma esistono alternative, dice
Vescovi: una è quella di prelevare le staminali da feti umani già morti;
un'altra è quella di cercare di produrne di «embrionali» senza dare vita ad un
vero e proprio organismo umano, per quanto precocissimo.
Al San Raffaele si studiano, per una scelta precisa del laboratorio condiretto
da Vescovi, cellule staminali adulte, in particolare cerebrali. «Al momento non
vedo per quale motivo dovrei trascurare queste e affidarmi allo studio di una
cellula embrionale il cui comportamento è conosciuto in modo drammaticamente
inferiore» dice il ricercatore.
Gli studi sulle cellule adulte sono più avanti?
«Almeno cinque anni. Chiunque sostenga l'opposto è in malafede. Oggi non
esiste un metodo per generare dalle cellule embrionali delle cellule staminali
cerebrali mature, trapiantabili. Se qualcuno ha in mano altre tecniche, le
faccia vedere a tutti. Francamente sono stufo di sentire questi discorsi».
Non esiste niente del genere nella letteratura scientifica mondiale?
«No, non esiste. Anche se non escludo che qualcuno stia facendo esperimenti
in questa direzione».
Lei ad Assisi, al seminario di bioetica della Fondazione Italianieuropei ha
detto che le cellule prelevate dagli embrioni non sono «totipotenti» come si
dice.
«No, infatti. È un termine sbagliato. Una cellula totipotente è in grado di
produrre tutti i tipi di cellule. Quelle embrionali staminali non possono
farlo. Né peraltro possono produrre un embrione da sole. È importante chiarire questo
aspetto: se una cellula non è in grado di formare un embrione, significa che
non è un embrione. E quindi la potremmo utilizzare senza problemi etici se solo
riuscissimo a generarla senza passare attraverso un embrione. Credo che questo
sia il punto».
Sta dicendo che ci sono nuove strade che si potrebbero aprire alla morale,
che la tecnoscienza tende a chiudere?
«Io affronto la questione in modo molto aperto, credo, rispetto alla
cellula. Sono chiuso rispetto al modo di ottenerla che abbiamo sul tavolo in
questo momento, che è quello di uccidere gli embrioni. Se invece si riuscisse a
generare staminali embrionali senza arrivare a produrre un embrione, non ci
sarebbe nessuna forma di preclusione - né ci dovrebbe essere - al loro
utilizzo. Invece, nel tentativo di spingere sui media l'idea della
"clonazione terapeutica", si sono descritte le cellule embrionali
come dotate di poteri incredibili. Bisognerebbe sospendere questo genere di
affermazioni gratuite che servono semplicemente a sponsorizzare gli interessi
di alcune multinazionali».
Un utilizzo meno ideologico della scienza può essere anche più efficace sul
piano delle cure.
«Non c'è niente di ideologico in questo, mi creda, c'è molto di economico e
di finanziario. Sul potenziale delle cellule embrionali non discuto, però deve
essere chiaro che riguarda il futuro: per raccogliere certi risultati ci
vorranno anni. Chiunque sostenga l'opposto è in malafede. Che si parli di
terapie che non possono essere messe a punto o addirittura applicate (perché
ciò che si lascia intendere tra le righe è che queste tecniche esistono già) a
causa di una legislazione restrittiva, è un falso. Il tentativo di mettere
fretta al legislatore per forzarlo a prescindere dagli aspetti etici e morali,
copre degli interessi. È in atto una vera e propria strategia mediatica, che ha
funzionato benissimo. Ovunque vado, oggi trovo delle persone che mi dicono:
"Professore, ma insomma, questi preti impediscono di curare le persone...".
Preti? Non so, io non sono cattolico perciò una questione simile non mi
interessa. Però spingendo la sperimentazione verso gli embrioni togliamo i
fondi alla ricerca che è più vicina a una possibile sperimentazione clinica».
È il mondo anglosassone ad aver fatto questa scelta di campo?
«Ovviamente le compagnie sono soprattutto americane, inglesi, svedesi.
Purtroppo una parte dei ricercatori, anche europei, non avendo la competenza
per utilizzare le cellule somatiche adulte cerca di far credere che esse siano
inutilizzabili. Per alcuni tipi è vero, per altri - ad esempio le cellule
staminali cerebrali - è falso».
Quali solo le malattie nel mirino della vostra ricerca?
«Stiamo attaccando frontalmente il Morbo di Parkinson. In questo momento
stiamo sperimentando dei sistemi più "puliti" e più affidabili per
generare le cellule necessarie alla sperimentazione, che potrà essere applicata
anche ad altre patologie neurologiche».
Quali sono le cellule staminali più promettenti oggi?
«Dipende dal tipo di terapia, non si può fare una valutazione generale. Per
quella che è la mia esperienza - 22 anni di lavoro, 12 spesi in questo
specifico campo - non ho dubbi: io scommetto tutto sulle cellule cerebrali».
Dietro alle vostre ricerche c'è anche un'emergenza sociale: Parkinson,
Alzheimer sono malattie ormai molto diffuse.
«E soprattutto in espansione. Sono tipiche di una popolazione che
invecchia. Prima non si vedevano, e comunque avevano un'incidenza più bassa,
oggi emergono perché la vita media si allunga. Le patologie neurologiche,
insieme a quelle infettive e ai tumori, saranno le malattie del XXI secolo».