RASSEGNA STAMPA

30 GENNAIO 2003
ALBERTO OLIVERIO
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Nuove frontiere/Dal mito di Prometeo all’ingegneria genetica. Dall’ambizione di controllare la natura
alla possibilità di creare la vita, ridurre la sofferenza e le malattie. Ma il sogno sta diventando un incubo?
E ora l’uomo teme
il proprio potere

CIÒ che era lecito a Zeus non era lecito agli uomini. Zeus, raccontano i miti greci, era al tempo stesso fratello e sposo di Era, ma questo amore incestuoso era accettato al vertice dell'Olimpo da quella stessa cultura greca che in genere ne aveva orrore, come nel caso di Edipo. Zeus poteva avvicinare le mitiche donne amate, da Europa a Leda a Danae, cambiando sembianze, ingannandole: poteva assumere le fattezze di un toro o di un cigno o trasformarsi in una pioggia d'oro con cui fecondava dee, ninfe e donne mortali. Insomma, al padre degli dei e degli uomini, la cui origine si perde in lontani miti indoeuropei, era concesso quanto era invece negato ai comuni mortali: suo era il potere, suo il controllo della natura, sua la possibilità di generare dal nulla, di creare a suo piacimento. Prometeo, il mitico eroe greco, volle sfidare la divinità: non soltanto sottraendo il fuoco agli dei e donandolo agli uomini ma anche, secondo una versione del mito, creando gli uomini dall’argilla. Prometeo contese quindi agli dei il loro potere e Zeus se ne ebbe a male: come narrano Esiodo ed Eschilo, l’eroe venne incatenato sul Caucaso per l’eternità ma fu liberato da Eracle che lo sottrasse alla punizione eterna e all’aquila che, ogni notte, gli rodeva il fegato.
Questi miti, che presentano alcuni elementi comuni con la narrazione biblica a partire dalla creazione di Adamo il cui nome significa “argilla rossa", indicano come anche nel passato gli uomini si fossero interrogati sui limiti del loro potere, sul costo della techne, l’innovazione che li sottraeva alla dipendenza e alla capricciosità della natura: il mito del fuoco sottratto da Prometeo all’Olimpo racchiude in sé tutti i successivi timori nei confronti della libertà e dell’iniziativa umana, le bivalenze nei confronti del rispetto di un ordine dato dagli dei e del desiderio di sottrarsi a una condizione di dipendenza ed incertezza. Ma i miti del passato proiettano ancora le loro ombre sul presente, sia perché essi hanno lunga vita, sia perché rispecchiano un aspetto durevole dell’animo umano, la paura nei confronti del nuovo. Ancor oggi, perciò, ogni nuova scintilla che sprizza dal mitico fuoco di Prometeo suscita apprensioni, in particolare quando tocca la vita e ne intacca la naturalità, ne sovverte le “leggi" da cui essa dipenderebbe. Da un lato, quindi, gli uomini cercano di padroneggiare la natura, dall’altro essi temono di spingersi oltre quei confini che ci sarebbero stati imposti dal volere degli dei.
Queste bivalenze, che sono oggi particolarmente evidenti nel nostro modo di guardare alla genetica, alle tecnologie della riproduzione, alla stessa clonazione, fanno idealmente capo a due altri miti greci, quello di Igea, la dea della Terra, e quello di Asclepio, il dio della medicina. Il mito di Igea guarda alla natura come a un’entità da assecondare, da seguire, da non violentare; quello di Asclepio racchiude in sé ogni tentativo dell’uomo di indirizzare il corso della salute - e in generale quello della natura - controllandoli e razionalizzandoli. Il primo è alla base di ogni timore delle violazioni, della paura di infrangere i paradigmi naturali, il secondo è invece all’origine di una secolare tradizione di interventi sulla nostra salute e sulla nostra stessa natura biologica.
Oggi le scienze della vita sono sempre più in grado di intervenire su due settori estremamente caldi, quello della riproduzione e quello della clonazione terapeutica. Perché le nuove modalità riproduttive, dalla fecondazione artificiale alla riproduzione assistita, suscitano avversione in alcuni? Forse per il fatto che esse scindono ulteriormente la sessualità dalla riproduzione, che contribuiscono a liberare il sesso da quella che veniva ritenuta una sua logica conseguenza o un rischio imprevedibile, vale a dire una gravidanza indesiderata? Oppure a turbare gli animi è il potere che gli esseri umani esercitano su due aspetti della vita, la fertilità e il concepimento, che nelle culture tradizionali venivano ammantati di mistero ed erano al centro di riti? La techne, sostengono alcuni, eserciterebbe un freddo controllo sulla riproduzione e la nascita che invece dovrebbero essere al centro dell’emozione e dell’amore: ma gli oltre 200.000 bambini che ogni anno nascono grazie alla fecondazione assistita sono bambini voluti, desiderati e la tecnologia si limita a consentire ciò che la natura nega.
Anche nel caso della clonazione terapeutica, in cui in un uovo privato del suo nucleo si inserisce il nucleo di una cellula somatica adulta per indurlo a dividersi e per estrarne, dopo una crescita di soli cinque giorni, cellule staminali in grado di far progredire la terapia di molte malattie degenerative, ci si può chiedere cosa susciti violente avversioni: in molti casi, alla loro origine c’è una sorta di fondamentalismo ben lontano dalla religione, tant’è che spesso sono i religiosi stessi ad essere più prudenti di alcuni laici che parlano di “crimini contro l’umanità", simili a quello della bomba atomica. Il fatto è che spesso si scambia la tradizione con l’etica e alcuni ritengono che la nostra incapacità di modificare la vita, che caratterizzava un non lontano passato, sia un valore cui aderire anche nel nostro tempo: ma oggi la malattia e il dolore non vengono più accettate come una condizione esistenziale né la stessa Chiesa insiste su una dimensione salvifica della sofferenza. Un conto è l’azzardata —e dubbia — clonazione sbandierata dai Raeliani, un conto è la clonazione terapeutica (che in nessun caso arriva a formare un nuovo individuo) e lo sviluppo di linee di cellule staminali: non si tratta di imitare Giove che, se voleva, poteva “clonarsi" partorendo Minerva dalla sua testa o Dioniso dalla sua coscia, ma più modestamente esplorare nuove terapie per le malattie degenerative rivolte a una popolazione in cui l’essere molto vecchi è un fatto normale.

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