RASSEGNA STAMPA

30 GENNAIO 2003
CARLO DIGNOLA
[Dalla politica un argine alle derive della scienza

Casini: troviamo un limite condiviso alla manipolazione della vita. D'Alema: il mercato non è tutto

Occorre «trovare un terreno di comun sentire che permetta di individuare un limite condiviso alla manipolazione della vita», dice il presidente della Camera Pierferdinando Casini. Il luogo è ideale, il Convento dei francescani di Assisi, e la discussione tra scienziati, teologi, rabbini, esperti di bioetica e di Corano nella lunghissima giornata di studi voluta dalla Fondazione Italianieuropei persieduta da Massimo D'Alema, è stata molto aperta, articolata in ogni aspetto. Eppure le differenze in materia di bioetica sono profonde. La politica le affronta, un po' rialzando gli steccati di sempre, un po' cercando un terreno «laico» – anche per i cattolici – di convergenze possibili in una materia in cui le definizioni di campo sono spostate più avanti, mese dopo mese, dalla scienza.
«Quello che è importante – dice Casini – è colmare il vuoto legislativo che esiste nel nostro Paese, affrontare il tema, discutere serenamente queste grandi questioni che riguardano la vita, la morte, la dignità della persona. Iniziative come questa di Assisi sono molto importanti e significative, finalmente si discute e non si urla. Credo che qui riecheggi anche lo spirito del dialogo interreligioso, una grande questione che sta molto a cuore al Santo Padre ma anche ai responsabili politici».
La discussione sulla bioetica – dice il presidente della Camera – deve essere civile e non confessionale. Ma occore ricordare che «siamo in un momento cruciale per il nostro futuro». La libera ricerca non va ingabbiata, ma deve «rispettare condizioni etiche profondamente radicate nella nostra cultura». Non si tratta di riproporre contrapposizioni schematiche come quella fra progresso e oscurantismo, ma di «riconoscere che l'applicazione delle nuove conoscenze scientifiche incide sulla sfera dei diritti, e pone dunque interrogativi etici».
Casini ha condannato senza mezzi termini la clonazione umana, definendola «strumento aberrante», di fronte a una platea in cui molti ricercatori ma anche teologi non cattolici sono apertamente a favore della cosiddetta «clonazione terapeutica» (la battaglia terminologica in questo campo ha un grande peso). «La scienza può assaporare l'illusione di insediarsi nel cuore del mistero umano, l'uomo è potenzialmente in grado di condizionare il patrimonio genetico dei propri simili» dice Casini, ricordando l'urgenza per il Parlamento italiano di varare una legge su questi temi.
Anche D'Alema chiede di «trovare fondamenti di un'etica condivisa». Se la sinistra è molto distante dalle posizioni cattoliche per quanto riguarda la difesa dell'embrione umano, e il modello di famiglia che potrebbe accogliere domani figli generati con metodi ormai molto lontani da quelli naturali, è molto più sensibile al discorso di un controllo politico delle manipolazioni genetiche che le multinazionali che finanziano la ricerca vorrebbero estendere a tutti i Paesi, dai pomodori che non marciscono alle mucche programmate per fare più in fretta il formaggio, dal mais all'embrione umano.
Per Giovanni Berlinguer il problema non è produrre a tutti i costi di più, ma tornare a porre – come fa anche il movimento no-global – il problema della distribuzione: «Viviamo ormai in un mondo che dispone di più alimenti di quanti siano necessari, eppure c'è chi muore di fame. Le ingiustizie con il progresso non sono diminuite ma sono esplose, e sono sotto gli occhi di tutti. La libertà della scienza è una grande conquista umana, così come la libertà dei commerci. Ma queste due libertà, unite, creano un orientamento che ha una venatura di fondamentalismo. Come quando si dice che gli organismi geneticamente modificati risolveranno il problema dell'alimentazione, o che le cellule staminali guariranno tutte le malattie degenerative. Oggi abbiamo le conoscenze necessarie per ridurre le ingiustizie ma paradossalmente ogni nuovo metodo che la scienza mette nelle nostre mani accresce le possibilità per qualcuno, e al tempo stesso accresce le ingiustizie. Oggi i progressi tecnologici, non guidati dalla politica, diventano altamente selettivi sul piano sociale, e aggravano la situazione». Forse anche per questo – dice Berlinguer – non c'è nelle nuove generazioni molta fiducia nella scienza.
D'Alema denuncia un'informazione che «mitizza, oppure al contrario demonizza i risultati della scienza, allettando o spaventando». Dice che lo sviluppo delle nostre conoscenze sta lasciando al palo filosofi e teologi, eppure occurre valutare un limite all'«intollerabile manipolazione e mercificazione dell'uomo». E ricorda che il problema, appunto, non è solo morale ma anche politico, nel senso che tocca drammaticamente problemi di giustizia sociale: «A me sta a cuore un eguale possibilità di accesso a queste nuove potenzialità. Oggi, anche di fronte al mistero della vita e della morte, siamo sempre meno eguali». Di fronte alla potenza delle scoperte scientifiche, D'Alema riafferma il ruolo chiave della politica: «Io non sono ideologicamente contro il mercato, ma penso che vi siano determinati campi e valori nei quali deve affermarsi una preminente responsabilità pubblica. Non è pensabile che l'allocazione di queste risorse come la possibilità di vivere meglio, o di vivere piuttosto che morire, possa essere decisa dal mercato».
Rosi Bindi ricorda le battaglie sulla fecondazione eterologa, e dice che in Parlamento non basta più appellarsi al voto secondo coscienza. «È un grande valore ma di fronte a questioni di questa portata non è più sufficiente. Dobbiamo trovare un punto di vista condiviso fra credenti e non credenti, laici entrambi». La Bindi propone un patto: «Noi cattolici accettiamo di non possedere la Verità. I laici però accettino che la verità esiste. Esiste una bontà delle cose in sè» dice ricordando il Genesi («E Dio vide che era cosa buona»).
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