![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 29 GENNAIO 2003 |
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L'io è
nel cervello o nella mente?
Incontro con il
neuroscienziato Antonio Damasio, in Italia per ritirare il premio Nonino. La
questione principale riguarda la dimensione sociale propria a ogni mente
individuale: una prospettiva che porta lontano dal riduzionismo cognitivista
secondo cui il funzionamento della mente andrebbe paragonato a quello di un computer.
Sottraendo così alla condizione umana quel che le è più proprio: il senso, il
linguaggio, l'anima politica
Da alcuni anni il
neuroscienziato portoghese Antonio Damasco propone un approccio unitario allo
studio della mente umana: le capacità più complesse e apparentemente
«incorporee» del pensiero sarebbero - dice - inestricabilmente intrecciate a
quelle che, come le emozioni, sembrano più semplici e comprensibili, soltanto
perché crediamo di saperne di più. Una
concezione di questo tipo si scontra, soprattutto, con l'immagine della mente
che, negli ultimi decenni, ha dominato la psicologia e la filosofia
statunitensi (quella delle scienze cognitive), e di riflesso ha interessato
anche ampi settori della filosofia cosiddetta continentale. E' una immagine
basata su una analogia fondamentale: per capire la mente umana occorre
paragonarla al modo in cui funziona un calcolatore elettronico. È evidente che
se pensiamo alla mente umana come a uno speciale calcolatore biologico
considereremo importanti alcuni suoi aspetti a discapito di altri; per esempio, un
computer funziona perfettamente se dispone di energia, programmi e dati
(numeri) da elaborare. Come a dire, un calcolatore non ha bisogno, in linea di
principio, di fare parte di una comunità. Vale lo stesso per una mente umana?
La politica fa parte o no della natura (e quindi della biologia) umana?
Potremmo definire umano qualcuno che nascesse e vivesse senza un altro con cui entrare in relazione? E
siccome con questo altro entriamo in rapporto soprattutto attraverso le
emozioni, è possibile impostare uno studio scientifico e filosofico della mente
umana a partire da una macchina - il calcolatore, appunto - che, almeno al
momento, non sembra aver bisogno di emozioni per funzionare correttamente? Di
fatto, allora, siamo tornati a Cartesio, perché la questione che si pone è -
oggi come al suo tempo - quale rapporto si dia fra il corpo (e quindi emozioni,
e quindi altri
corpi)
che siamo e i pensieri (la mente) che quel corpo rende possibili. Sono questi
gli interrogativi sui quali si è basato il nostro incontro con Damasio, a
Percoto, in provincia di Udine, dove sabato scorso ha ricevuto il premio
Nonino, insieme al pittore Emilio Vedova e allo scrittore irlandese John
Banville. Di Damasio la Adelphi ha pubblicato L'errore di Cartesio ed Emozioni e coscienza , mentre sta per uscire (dallo
stesso editore) la traduzione del suo ultimo libro, Looking for Spinoza: Joy,
Sorrow and the Feeling Brain.
Partiamo, dunque, dal rapporto fra pensiero e corpo, fra
mente e cervello. Probabilmente non è un caso che almeno alcuni dei filosofi
più importanti, Cartesio, ma prima di lui Aristotele, fossero anche profondi
conoscitori del corpo umano. Quanto è importante sapere
del corpo per arrivare a una rappresentazione realistica della mente umana?
Penso sia molto importante. Non arriveremo mai ad avere una
visione completa della mente se non disponiamo di estese conoscenze sulla
fisiologia in generale e sulla fisiologia del cervello in particolare. La
filosofia contemporanea dovrebbe essere informata sulle scoperte della scienza,
sarebbe un peccato davvero se non se ne interessasse.
Noi diciamo «il mio
corpo, la mia mente, il mio cervello», invece di dire «il corpo che sono, la mente che sono,
il cervello che sono». Nella prima
formulazione è implicita l'idea di una separazione
fra me - qualsiasi cosa sia questo «me» - e il corpo in cui questo stesso «me»
vive. Ma si può dire che «io» ho un corpo nello stesso senso in cui «io» ho due
cipolle nel frigorifero?
Sono modi di dire utili, nel loro ambito, ma che non
esprimono direttamente la realtà come essa è. È un fatto, tuttavia, che l'unità
del corpo è una collezione di processi, e che alcuni di essi sono relativamente
semplici, perché si collocano ad un livello che è strettamente biologico. Ma
anche all'interno di questi processi biologici, ciò che noi chiamiamo «mente» è
di una tale complessità da venire sentita come un qualcosa di indipendente dai
più semplici livelli fisiologici. Ed è a questo livello che si colloca la
distinzione fra «se stessi» e le «altre» parti del corpo, così che diventa
possibile parlare del «mio» corpo o della «mia» gamba. Sono modi di dire
usuali, ma - da un altro punto di vista - non sono corretti, perché pur dando
rappresentazione al nostro modo naturale di pensare, creano l'equivoco di una
mente separata dal corpo. Mentre sono parti distinte per quel che riguarda la
diversa qualità dei fenomeni nella loro
complessità, non c'è nessuna ragione di considerarle come realmente separate.
A proposito di questa diversa qualità dei fenomeni
complessi. Siamo proprio sicuri che, oggigiorno, sapremmo di più sulla mente
umana (non parlo, dunque, di cervello)
di quanto ne sapesse Cartesio?
Non ne sono completamente sicuro, penso che Cartesio avesse una
conoscenza molto sofisticata della mente, anche se lo stesso si potrebbe dire
delle sue cognizioni sulla fisiologia in generale, anch'esse molto avanzate
rispetto al suo tempo. Credo, tuttavia, che oggi sappiamo qualcosa di più sulla
mente di quanto non ne sapesse Cartesio, soprattutto grazie alle ricerche
svolte negli ultimi anni dalle scienze cognitive. Rimane il fatto che
l'avanzamento delle ricerche è stato minore sul versante della mente di quanto
non sia successo per quel che riguarda il cervello.
Visto che ha introdotto il tema delle cosiddette «scienze
cognitive», le chiedo se lei ritiene che questo paradigma - la cui idea guida è
che la mente sia una specie di calcolatore - disponga delle risorse teoriche
adeguate per farci capire cosa sia la mente umana.
No, penso che il modello del computer non sia affatto un
buon modello, né per la mente né, tantomeno, per il cervello. Non c'è nessuna
ragione per credere che un qualsiasi fenomeno biologico funzioni come un
computer. L'idea che la mente sia una specie di software mi sembra avere molti
limiti. In realtà ciò che chiamiamo «mente» è fortemente influenzato
dall'hardware.
Da questo punto di vista si potrebbe sostenere che l'idea
secondo cui la mente sarebbe una specie di software la separa così nettamente
dall'hardware (ossia dal corpo, dal cervello) da ricadere in quel dualismo di
cui si accusa Cartesio.
Certo, peraltro, non mi preoccupa una qualche forma di
dualismo degli aspetti, per così dire; mentre mi preoccupa il dualismo tra una
sostanza materiale e una spirituale, perché non ha alcun senso.
Il modello del calcolatore impone un vincolo impegnativo:
un calcolatore funziona da solo, mentre la mente umana non sembra poter
esistere, per quel che ha di umano, in isolamento. Detto altrimenti: la
dimensione sociale è intrinseca alla mente individuale. E quindi, ci può essere
una mente umana senza una necessaria
relazione con altre menti?
È una questione di prospettive. Può una mente umana esistere
in isolamento? La risposta è sì. Ma, attenzione: il punto è se sarebbe potuta
esistere da sola. Una mente può trovarsi in
una condizione di isolamento, ad esempio in un carcere, dove nessuno parla con
te per, poniamo, dieci anni. Sarebbe probabilmente una mente disturbata, ma
manterrebbe la sua autonomia. Il punto, è: avremmo la mente che abbiamo oggi se
non fosse vissuta in società? E ancora: potremmo avere il cervello che abbiamo
oggi se non si fosse evoluto all'interno di un contesto sociale? La risposta è
no. Pertanto la risposta alla sua domanda è duplice: fino ad un certo livello
la mente individuale esiste. La mia e la sua mente sono dentro un corpo che
delimita un confine, che ci separa: siamo creature separate. Per altro verso
una buona parte di quello che costituisce la mia e la sua mente è il risultato
di una complesso intreccio di interazioni collettive e sociali, nella storia in
generale e nella nostra storia individuale in particolare. Per cui, tanto la
mente che il cervello sono il prodotto di un contesto sociale molto ricco, e
direi anche che ci sono aspetti della nostra biologia i quali esistono soltanto
come il risultato di interazioni sociali. Pensi, ad esempio, alle emozioni
sociali, che si sono sviluppate soltanto perché noi viviamo, appunto, in una
società. La compassione verso un altro, o l'ammirazione non avrebbero alcun
senso se si vivesse in isolamento.
Torniamo allo stato delle nostre conoscenze sulla mente.
Intanto, si pone l'esigenza di una chiarificazione fondamentale: secondo lei
mente e cervello sono due parole che indicano uno stesso oggetto, oppure si tratta di due parole per due tipi di entità diversi?
Mente e cervello sono due termini per due tipi molto diversi
di processi, non di oggetti. Penso che quella
di «processo» sia la nozione principale per intendere la struttura del nostro
universo. C'è la tendenza a considerare un processo come una cosa, e questo è
un errore, come lo è quello del pensiero che sta dietro - lo abbiamo ricordato
prima - modi di dire come «il mio cervello», «il mio cuore».
Restiamo ancora su questa coppia «mente» e «cervello» per
affrontare il problema del riduzionismo secondo cui la mente andrebbe ridotta
al cervello: il risultato è che la mente sarebbe una specie di apparenza. Secondo questo progetto della scienza
bisognerebbe fare a meno della mente. Ma, allora, rispetto ad una visione così
impoverita e meschina, sembra non resti che tornare al dualismo cartesiano...
Penso che non sia affatto necessario adottare un
riduzionismo di questo tipo. Si parla continuamente di riduzionismo, come se ne esistesse solo un tipo, credo invece che ce ne siano diverse varietà. Per
esempio: c'è un riduzionismo che chiamerei selvaggio, o stupido, secondo il
quale di fatto distruggi l'oggetto che stai studiando, lo elimini mediante la
tua spiegazione. Questo riduzionismo, applicato alla mente, sostiene che una
volta che sarà stata raggiunta una buona comprensione del cervello non ci sarà
più bisogno di usare descrizioni che si riferiscono al livello della mente. Non
è questo il riduzionismo che mi interessa. Io parlo di «spiegazioni». Voglio
spiegare come funziona la mente, ma dopo questa spiegazione la mente rimane.
Anche perché è la mente che descrive la mente,
o il cervello. Non si tratta di eliminare i fenomeni, ma di spiegarli, di darne
una descrizione più approfondita. Tantomeno si tratta di ridurre la dignità o
la bellezza della mente, non è questo in gioco.
Fra i fenomeni più caratteristici della mente c'è
sicuramente la coscienza. Secondo molti filosofi la «coscienza» è uno dei pochi
misteri che ancora rimangono nella scienza. Lei che ne dice, è davvero un
mistero?
Penso che la «coscienza» sia solo in parte un mistero. Direi
che la coscienza è ciò che accade quando hai un modo estremamente complesso di
rappresentare nel cervello tanto lo scorrere di quanto stai percependo quanto
ciò che accade, a livello fisiologico, nel tuo organismo, e di come un livello
modifica l'altro. Si tratta di una rappresentazione articolata in una
molteplicità estremamente complessa di modi. Ci sono più di sessanta parametri
che vengono costantemente controllati dal cervello. Mentre lei mi sta
osservando, sta ascoltando le mie parole, non soltanto controlla questo
complesso processo, ma lo modifica anche. Mi sorprenderebbe molto trovarmi di
fronte a un tipo di spiegazione diversa della coscienza, anche se i dettagli
non li conosciamo con precisione. In questo senso non credo che, quello della
coscienza, sia un mistero. È l'estrema complessità e ricchezza di questo
processo che ci fa esclamare «oh, è un mistero, non ce la farò mai a capire
cosa sia».
Proviamo ad addentrarci in questa complessità. Per
esempio, quando dico «io», chi è che lo
dice? Il mio cervello, la mia mente, il mio linguaggio?
La coscienza è costituita da molti livelli di
organizzazione...
come una specie di cipolla ...
... sì, ed ogni proprietà è associata a un determinato
livello della coscienza. Quando lei dice «io» sta traducendo nel linguaggio,
usando un pronome, un processo che nell'insieme è organizzato intorno alla
rappresentazione individuale che si sta sviluppando in quel momento. L'«io» è
linguaggio che sta traducendo un processo mentale, il quale a sua volta è
fondato su un livello biologico diverso. Così sono all'opera contemporaneamente
tutti questi livelli, come in una cipolla se vuole, ma una cipolla veramente molto grande.
In un sistema così complesso e stratificato sembra
prevalere l'aspetto spaziale della
coscienza. Ma la coscienza è stata sempre pensata come intrinsecamente temporale. Che relazione c'è, allora, fra coscienza e
tempo?
È una questione molto intricata. Tuttavia, possiamo
individuarne almeno un aspetto centrale. La coscienza è un processo, abbiamo
detto, un processo che si svolge nel tempo. In questo senso si è coscienti di
qualcosa che è già accaduto, piuttosto che
coscienti di qualcosa che sta accadendo ora.
Qualcosa accade, e poi ne diventiamo
coscienti.
Per finire, quale definizione darebbe del concetto di
«natura umana»?
Io parlerei piuttosto di qualcosa come una natura umana
femminile, una natura umana maschile... Se un simile concetto è utile, dovrebbe
descrivere fenomeni che si collocano tanto a un livello biologico quanto a un
livello sociale, per non parlare delle influenze storiche che agiscono tanto
sull'ambito sociale che su quello fisico. Il concetto di «natura umana» si
applica a una situazione complessa e molto differenziata al suo interno, di
certo non lo restringerei soltanto all'ambito della biologia.