![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 26 GENNAIO 2003 |
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La
Genetica può essere classica o mendeliana, molecolare, di popolazioni o
evoluzionistica. Ma non si capisce come
possa essere "liberale". O magari socialdemocratica. Probabilmente si tratta dell'idea piuttosto
ridicola - ma persistente e che in passato ha fatto non pochi danni nei regimi
totalitari come quello sovietico, che mise al bando la genetica mendeliana in
quanto "borghese" - per cui sarebbero i rapporti sociali ed
economici, piuttosto che gli esperimenti, a stabilire la validità delle
conoscenze scientifiche.
Non
disponendo dell'originale tedesco non sono in grado di dire se anche nel testo,
là dove si legge «genetica liberale», si tratti della stessa forzatura che è
stata fatta con la traduzione del titolo dell'ultimo libro di Habermas. Che, di fatto, parla di «liberalen Eugenik»,
cioè eugenica liberale. Genetica ed
eugenetica sono chiaramente due cose diverse.
E sarebbe imbarazzante se un filosofo della statura di Habermas fosse
incappato nell'errore di confondere lo studio dei meccanismi dell'ereditarietà,
di cui si occupa la genetica, con i progetti politico-sanitari di miglioramento
del patrimonio ereditario umano attraverso il controllo sulla riproduzione, che
sono tradizionalmente definiti eugenica.
Anche se esiste
ed
è diffuso un riflesso condizionato che tende a considerare le dottrine e le
pratiche eugeniche una conseguenza automatica dell'applicazione della genetica
e della biologia ai problemi medico-sociali, in realtà una minima conoscenza di
cosa è stata storicamente l'eugenica invalida quota tesi.
Durante
il secolo scorso, il termine eugenica è diventato sinonimo di politiche
coercitive e discriminatorie, che si sono concretizzate sia nel contesto di
regimi totalitari, come quello nazista, ma anche nell'ambito di regimi
democratici come in Svezia e negli Usa.
Ma queste politiche non erano in alcun modo implicate nelle teorie
genetiche, né nell'idea originaria di ciò che l'eugenica avrebbe dovuto
essere. Nel senso che Galton non ha
mai sostenuto che si dovessero sterilizzare le persone contro la loro volontà o
che si dovesse limitare per legge la loro libertà riproduttiva. In realtà, alcune applicazioni politiche
strumentalizzarono ideologicamente il concetto dell'ereditarietà, applicandolo
arbitrariamente a tratti patologici e comportamentali ritenuti socialmente
indesiderabili. Non pochi genetisti se
ne sono presto accorti, e quelli onesti hanno immediatamente denunciato le
politiche eugeniche in quanto prive di alcuna giustificazione scientifica.
Habermas
non se la prende con le pratiche eugeniche cosiddette, negative, come l'aborto
selettivo di embrioni affetti da gravi malattie ereditarie. Sono le prospettive di un'eugenica positiva
a disturbarlo. Questa, in passato,
consisteva nel favorire la riproduzione di quegli individui con caratteristiche
considerate migliori, mentre oggi intravede la possibilità che i genitori
possano decidere di intervenire sugli embrioni per dotarli direttamente di
qualità genetiche migliorative.
Partendo dal dibattito suscitato anche in Germania dalle prospettive
della diagnosi preimpianto sugli embrioni e dalla ricerca sulle cellule
staminali, e facendo non poca confusione tra le diverse applicazioni, il
filosofo tedesco vi legge il potenziale effetto di favorire la diffusione di
pratiche volte a introdurre per via di manipolazione genetica caratteristiche
miglioratiive negli individui (per esempio maggiore intelligenza o un talento
per la musica o per lo sport) che saranno portati al mondo. Al di là del fatto che nessuno per ora è in
grado di prevedere quando una prospettiva di questo tipo potrà mai realizzarsi,
il diffondersi di una percezione strumentale dell'embrione renderebbe secondo
Habermas più accettabile un'eugenica positiva di stampo
"liberale". Ed egli ritiene
che tale situazione minerebbe i presupposti stessi della moralità umana.
Per
Habermas, l'eugenica liberale, e in particolare le manipolazioni genetiche
positive, metterebbero infatti a rischio il pluralismo democratico
compromettendo la libertà individuale di intraprendere responsabilmente un
progetto di vita. Un intervento genetico,
pur migliorativo, interferirebbe cioè unilateralmente l'identità della persona
futura, minacciando l'indisponibilità di quei fondamenti biologici della
persona che dal suo punto di vista costituirebbe la condizione di eguaglianza
universale da cui discenderebbe la reciprocità di diritti e doveri.
Che
queste tesi non reggano al confronto con i fatti, lo hanno dimostrato alcuni
filosofi di tradizione analitica e liberale, come Thomas Nagel e Ronald
Dworkin. Habermas cerca di rispondere
alle loro critiche, continuando però a ragionare in modo vizioso intorno a
un'idea dei tutto idealistica e innaturale delle dinamiche esperienziali che
concorrono alla costruzioni di una coscienza della responsabilità morale
individuale. Di fatto, una nuova
modalità a disposizione dei genitori per fare in modo che i figli crescano con
migliori chance o con caratteristiche che riteniamo desiderabili non cambierà
nella sostanza quella che è già una pratica corrente. Tutti noi facciamo il possibile, spesso forzando le
predisposizioni dei nostri figli e rischiando in questo modo di produrre
persone infelici o non realizzate, per condizionare secondo i nostri desideri
lo sviluppo dei fanciulli attraverso le scelte educative o le manipolazioni
dell'ambiente. Forse che in questo modo
non condizioniamo le aspettative che entrano nei progetti di vita delle
persone? La possibilità di modificare
le predisposizioni a livello genetico non limiterebbe affatto la libertà; a
meno di non abbracciare il determinismo genetico a cui tutti dicono di non
credere. In realtà, rispetto alle aspettative di partenza accrescerebbe le
opportunità di scelta per coloro che venissero dotati di qualche
predisposizione genetica per tratti migliorativi.
Storicamente,
l'orientamento di tipo eugenico produce danni quando le scelte vengono
imposte. Il che avviene in situazioni
in cui siano diffusi pregiudizi razziali o classisti, o in cui le politiche
sanitarie penalizzino le persone con qualche forma di handicap. E' vero che i
condizionamene sociali e culturali possono essere consistenti anche nei sistemi
liberali. Ma la via maestra rimane
quella di garantire sul piano normativo il rispetto dei valori e dell'autonomia
personale. Si tratta di prevenire
discriminazioni per chi ha avuto la sfortuna di nascere con qualche handicap e,
allo stesso tempo, di promuovere attività informative e formative per rendere
più consapevoli le scelte. In questo
modo si eviteranno verosimilmente più danni lasciando ampi margini di libertà,
piuttosto che riducendoli.
Il
problema che sta emergendo è che diverse culture o tradizioni hanno una diversa
visione di quanto devono essere ampi questi margini, nonché assumono
atteggiamenti diversi nei riguardi di una medesima condizione fisica o mentale.
E' quindi necessario che il dibattito sulle applicazioni della genetica alla
medicina e alla sanità pubblica diventi meno astratto. Si dovrebbe affrontare il problema di capire
quali regole e strategie potrebbero risultare efficaci per favorire l'esercizio
della libertà di scelta quando va nel senso di migliorare la qualità e
incrementare le opportunità delle vite, esistenti e da venire. Allo stesso tempo, e senza discriminare
nessuna condizione o tradizione culturale, vanno contrastate le scelte che
attraverso qualche ragionamento contorto, ispirato da un relativismo esasperato
(che indubbiamente ispira anche talune, visioni liberali) o da ideologie
comunitarie, mirino a creare delle sottocomunità genetiche. Perché in questo caso si ridurrebbero gli
spazi di libertà per i soggetti interessati, e si metterebbe a rischio la
convivenza civile.