[Tra corpo e anima, i confini del senso
Una «introduzione storica alla filosofia della mente» di Sandro Nannini per
Laterza
Approdi auspicabili La sfida di un naturalismo non-riduzionista
consiste nel tenere assieme scienza e filosofia per arrivare a superare quel
dualismo che vorrebbe l'anima separata dal corpo
L'«anima» e il «corpo» costituiscono i poli essenziali ai quali fa
riferimento la filosofia della mente, dall'antichità a oggi: hanno mutato di
nome nel corso del tempo diventando la «materia pensante», res
cogitans, e la «materia estesa», res
extensa, l'intenzionalità, la coscienza e il cervello, ma hanno
mantenuto in qualche modo stabile il loro significato e la contrapposizione che
li connota. Contrapposizione che caratterizza il mind-body
problem nella filosofia della mente contemporanea, e costituisce
il tema centrale del libro di Sandro Nannini L'anima
e il corpo. Un'introduzione storica alla filosofia della mente, uscito da
poco per Laterza. L'identificazione dell'anima, la psyché greca, con
il pensiero, il cogito, avviene per la prima volta
con Cartesio, inaugurando quella metafisica della soggettività di cui è erede
gran parte della filosofia della mente contemporanea in cui si produce il
dualismo tra il cogito e la materia estesa.
Nell'antichità, in particolare per Aristotele, la psyché era la
«forma» di un corpo che ha la vita in potenza: l'anima risultava così «non
separabile dalla materia fisica degli esseri viventi». La determinazione
dell'anima era strettamente legata alle funzioni proprie del vivere
(alimentarsi, percepire, riconoscere, ecc.). Nel De Anima,
Aristotele afferma che per i viventi l'essere è il vivere e quindi, poiché per tutte
le cose l'essenza è la causa dell'essere e per i viventi l'essenza
è l'anima, l'anima sarà la causa del vivere. Con Cartesio, lo
spostamento semantico è radicale: sostenendo che il pensiero, la res
cogitans, non necessita di altro che di se stesso egli afferma
che in esso risiede la sostanza dell'anima. Il volume di Nannini mette bene in
evidenza come il dualismo che emerge dalla metafisica soggettivistica di
Cartesio abbia influenzato fortemente le ricerche sulla filosofia della mente
contemporanea: nel tracciare con chiarezza lo sviluppo storico dei problemi
legati alla mente, egli traccia un ponte tra filosofia analitica e storia della
filosofia attraverso un'indagine di quei temi che, a partire dal rapporto
mente-linguaggio-azione, si sono sviluppati negli ultimi cinquant'anni, in
particolare nell'ambito della filosofia analitica del linguaggio, inaugurata da
Frege, Russell, Wittgenstein e Ryle. La ricostruzione del concetto di mente,
iniziata nell'ottocento, ha visto il suo culmine nella seconda metà del
novecento, con i filosofi analitici e la svolta linguistica e con i loro eredi
della corrente cognitiva: sia che essi operino sul piano concettuale, sia che
il loro contributo consista in una rilettura filosofica dei risultati delle
neuroscienze e delle scienze cognitive. Nell'analizzare le recenti teorie sulla
mente espresse dal funzionalismo del primo Putnam, dal computazionalismo di
Fodor, dall'eliminativismo di Dennett, e dalle diverse posizioni a favore di
un'intelligenza artificiale hard - secondo
cui l'esistenza dell'anima, o mente, o coscienza, verrebbe «ridotta» a stati e
funzioni del cervello - Nannini sottolinea il forte predominio di un
orientamento di tipo materialista, che «ha guadagnato terreno - scrive - negli
ultimi due secoli: mai come oggi nella storia dell'umanità è sembrato
plausibile che, come si può, dopo Darwin, fare a meno di Dio per spiegare la
vita, così si può fare a meno dell'anima per spiegare l'intelligenza».
Se la mente è «funzione», «modo», «parte» del corpo, i
tentativi di opporsi all'«ipotesi materialistica» sembrerebbero senza speranza,
destinati ad accettare che l'unica soluzione al dualismo mente-corpo sia quella
di ridurre la mente a neuroni e sinapsi o a implementazioni e funzioni di un
computer, o addirittura negare l'esistenza della coscienza. La provocazione è
oggi accolta da ipotesi di tipo materialista e naturalista «non-riduzioniste»,
ovvero da teorie che pur affermando che gli stati mentali corrispondono a stati
e processi del nostro cervello non negano l'esistenza della mente e sostengono
che la coscienza non può essere ridotta a nient'altro che alla coscienza.
Teorie non-dualiste della mente, come il naturalismo biologico di Searle, la
teoria neuroscientifica della coscienza di Edelman e il monismo anomalo di
Davidson sono accomunate dalla tesi per cui le nostre esperienze soggettive, le
nostre percezioni individuali, i nostri qualia,
sono ineliminabili e sono ciò che più ci caratterizza in quanto esseri umani
dotati di corpo e di anima, di pensiero e di materia.
Nella sua ricca e obiettiva trattazione, Nannini descrive
tali ipotesi non-riduzioniste con grande chiarezza e ne evidenzia il ruolo
essenziale nel produrre una sempre maggiore interazione tra teorie filosofiche
e teorie scientifiche della mente. La sfida di una naturalismo non-riduzionista
sembra quella di tenere assieme scienza e filosofia per giungere a un
superamento di quel dualismo che vorrebbe l'anima separata dal corpo.
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