![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 21 GENNAIO 2003 |
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Fiorenzo
Facchini è membro dell’Accademia di Scienze naturali del Kazakhstan, è nel
consiglio direttivo dell’Istituto Italiano di Antropologia, è stato insignito
nel 2002 dall’Accademia Nazionale dei Lincei del Premio Internazionale per
l’antropologia. D ifficile contare le spedizioni a cui ha preso parte; due le
ha organizzate lui stesso, nel Tien Shan e nel Pamir. Ha una cattedra a
Bologna, numerosi incarichi, oltre 280 pubblicazioni scientifiche. Autore del
recente saggio Origine dell’uomo ed evoluzione culturale (Jaca Boo k),
gli abbiamo rivolto alcune domande sulla nostra origine. Ora che l’ingegneria
genetica sta spostando i confini dell’umanità. Che ipotesi si fanno oggi
sull’origine dell’uomo?
«Occorre distinguere tra comparsa dell’uomo e ciò che l’ha preceduta e
preparata. La comparsa è il punto di arrivo di un processo, la ominizzazione,
che porta all’uomo e continua sino alla forma moderna. Si è affermata circa 35
mila anni fa nei vari continenti».
E l’ominizzazione quando cominc i a?
«È fatta risalire all’epoca in cui si è avuta la divergenza tra la linea evolutiva
delle antropomorfe e quella che ha portato all’uomo. È proprio sulla fase più
antica dell’ominizzazione, riguardante le Australopitecine (ovvero gli ominidi
che ci hanno preceduto), che si sono avute in questi anni le scoperte più
interessanti. È una fase che si sta rivelando complessa e ramificata. L’ Australopiteco
afarense , la famosa Lucy, di 3,2 milioni di anni fa, scoperta in Etiopia,
potrebbe diventare nostra cugina e non antenata».
Si riferisce alle nuove ipotesi suscitate dal fossile del Chad di 6-7
milioni di anni fa?
« Nello scorso anno è stato segnalato, appunto in Chad, quel fossile di 6-7
milioni di anni che secondo alcuni potrebbe collocarsi sulla linea che ha
portato all’uomo e quindi sarebbe da considerarsi ominide. Ma non tutti sono
d’accordo, perché nulla sappiamo della sua locomozione. In ordine a ciò
potrebbe avere un interesse forse maggiore la scoperta di Orrorin tugenensis
di 6 milioni di anni fa, avvenuta nel febbraio 2001 in Kenia. Esso presenta
già una struttura locomotoria orientata al bipedismo ».
Le scoperte più interessanti riguarderebbero dunque la fase preumana...
«Certo. Ma ve ne sono state anche di importanti per le fasi successive. Sono
quelle avvenute in Georgia, a Dmanissi, dove sono stati ritrovati reperti di 1,75
milioni di anni fa. Presentano caratteristiche intermedie tra Homo abilis e
Homo erectus e sarebbero di chiara derivazione africana».
Ma quando si ritiene che sia apparso l’uomo come essere pensante?
«Non c’è uniformità di pareri. C’è chi lo vede con Homo abilis , di
2 milioni di anni fa, chi soltanto con Homo erectus di 1,6 milioni di
anni fa, chi con l’uomo di Neandertal, di circa 100 mila anni fa. A me sembra
si possa riconoscere un pensiero umano nella lavorazione intenzionale della
selce e nella organizzazione del territorio, non solo nelle sepolture e
nell’arte».
Come può essere immaginata la comparsa dell’uomo?
«Non è facile dirlo. Emerge dal mondo animale quando c’è autocoscienza,
capacità di autodeterminazione. I segni di una intelligenza astrattiva possono
essere riconosciuti nei prodotti della cultura, compresi quelli di ordine
materiale, che non debbono però essere occasionali né stereotipi. Se c’è
progettualità e hanno un significato nel contesto di vita, esprimono già
un’attitudine simbolica tipica dell’uomo. Certamente con Homo erectus ,
ma forse già con Homo abilis ».
E l’Homo religiosus?
«La religiosità dell’uomo preistorico viene concordemente riconosciuta in
alcune manifestazioni, come le sepolture e talune espressioni d’arte. La propiziazione
per la caccia e la fertilità si ritiene abbia ispirato certe rappresentazioni
delle grotte preistoriche e le statuette femminili del Paleolitico superiore, a
cui seguiranno quelle della Dea madre del Neolitico. Ma le domande esistenziali
l’uomo deve essersele sempre poste. Il senso religioso nasce con lui, con la
percezione dei grandi eventi della natura (il cielo stellato), con l’idea della
sofferenza, della morte. È strettamente legato alla simbolizzazione,
all’attitudine di dare significati alla cose».
Come credente si trova a disagio trattando dell’evoluzione umana? Questo
tema si è usato contro la religione, perché l’evoluzione è stata vista come
alternativa alla creazione...
«È vero, nel passato e anche oggi qualcuno la pensa così. Non è però una
posizione scientifica ma ideologica. L’evoluzione suppone la creazione: è una
considerazione di tipo filosofico che va oltre il campo della scienza. Come
anche l’esistenza dell’anima, che è una realtà spirituale e non può evolversi
dalla materia. Comporta un salto ontologico e richiede una volontà creatrice di
Dio».
Ma il darwinismo affidando tutto al caso non rende superfluo l’intervento di
Dio?
«No. Dio può avere creato un mondo con proprietà e leggi che lo fanno
evolvere. È possibile cioè che si realizzi il mondo ordinato anche attraverso
eventi che riteniamo casuali, ma che si svolgono secondo un disegno. Si può non
accettare il darwinismo come unica spiegazione dei meccanismi evolutivi, ed
essere convinti assertori dell’evoluzione. E aggiungo che esso è un modello
interpretativo, non un dogma. Può essere accettato a livello microevolutivo, ma
può non essere ritenuto sufficiente se estrapolato a livello macroevolutivo. C’è
ancora molto da esplorare».
L’atteggiamento della Chiesa?
«Giovanni Paolo II è intervenuto più volte sull’argomento affermando la
conciliabilità tra evoluzione e creazione. Nel messaggio alla Pontificia
Accademia delle Scienze dell’ottobre 1996 ha riconosciuto che si può parlare di
teoria dell’evoluzione - e non solo di ipotesi - e che in suo favore c’è la
coerenza con i dati di diversi campi del sapere. Il papa sottolineò la
discontinuità ontologica dell’uomo rispetto al mondo animale, costituita dallo
spirito (anche ammettendo una continuità fisica) e quindi l’intervento di Dio
per la creazione immediata dell’anima».
Ma non mancano difficoltà sia in ambito religioso che scientifico...
«Gli equivoci sorgono quando si vuol far dire alla scienza quello che non
può, perché esorbita dal suo campo empirico (negare la creazione, l’esistenza
di Dio e dell’anima). O si vuole ricavare dalla Bibbia quello che non vuole
dire, perché essa contiene un messaggio religioso, non scientifico (come la
creazione immediata del mondo). Tali posizioni sono fondamentalismi di segno
opposto. A ben leggere il fenomeno evolutivo nel disegno di Dio, le luci son
più delle ombre».