[Galileo Galilei in
orbita sull'astronave
In tutta
coscienza UN ESPERIMENTO IMMAGINARIO con un protagonista d'eccezione, Galileo
Galilei. L'idea è venuta al neurobiologo Giulio Tononi che propone, a Roma,
«Tre lezioni sulla natura della coscienza». Così che al Grande Pisano tocca
leggere Kant, aggiornarsi sulle novità scientifiche degli ultimi quattro
secoli. E salire su una astronave
Se c'è
una domanda alla quale sembra difficile rispondere, è quella che si risolve
nell'interrogativo «che cosa è la coscienza?». A dispetto del numero sterminato
di filosofi e di scienziati, da ultimo i neuroscienziati, che l'hanno cercata,
manca tuttora una risposta praticabile o almeno convincente. Questo non toglie
che il quesito venga continuamente formulato e che, con tutta probabilità, sia
destinato ad esserlo ancora: una circostanza, questa, che ci impedisce di
rassegnarci e di collocarlo, con Adorno, tra «le domande che stanno più in alto
delle risposte», se non altro perché tutti i tentativi di soluzione proposti,
filosofici e scientifici, hanno aperto una gran quantità di campi di indagine e
condotto alla scoperta di importanti verità «locali», alcune delle quali
talmente significative - ci riferiamo innanzitutto a quelle ottenute dalla
filosofia classica tedesca - da aver modificato il nostro stile di pensiero e,
conseguentemente, il modo stesso di riguardare la relazione tra il singolo
essere umano e la società. Di qui, se non la necessità, certamente la
legittimità di continuare a provarci. A questo punto, possiamo cominciare a
chiederci quale sia in concreto il problema. A nostro parere, è più semplice di
quanto possa apparire a prima vista. Sappiamo che, per studiare la coscienza,
dobbiamo studiare il cervello e, in particolare la corteccia cerebrale, quanto
meno perché una lesione o un guasto di questa area porta alla «perdita di
coscienza (e di conoscenza)». Sappiamo ancora che il cervello di una cavia,
contenuto in una soluzione salina, dopo essere stato estratto dal corpo
dell'animale, mostra manifesti segni di sonno Rem (rapid eyes
movements, cioè «bruschi movimenti dei bulbi oculari»), vale a dire
quel particolare tipo di sonno in cui compaiono i sogni (e non occorre certo
sottolineare più che tanto il fatto che l'attività onirica è una tipica manifestazione
di coscienza). Apprendiamo così, a livello empirico, una verità essenziale, «se
la coscienza c'è, essa va ricondotta al cervello e solo al cervello (beninteso
all'area corticale)». In realtà lo sapevamo anche prima, talché la scoperta
equivale, in buona sostanza, soprattutto a una conferma. La differenza
tuttavia, coincidente con un'importante acquisizione conoscitiva, sta in una
verità sottesa alla scoperta: per procedere nell'indagine, dobbiamo modificare
la domanda iniziale. In una parola, non chiederci «che cosa è la coscienza», ma
«come è la coscienza».
Un esperimento immaginario
E' questa la prospettiva adottata da Giulio Tononi,
Professor of Psychiatry della University of Wisconsin di Madison (Stati Uniti)
che, tra da ieri fino a mercoledì, svolge tre «Lezioni italiane» (Galileo e il fotodiodo. Tre lezioni sulla natura della
coscienza), presso la cattedra di neuropsichiatria dell'Università
cattolica del Sacro Cuore nel quadro delle iniziative della Fondazione Sigma
Tau di Roma. Per una circostanza fortunata il testo delle lezioni, che andrà in
stampa per i tipi di Laterza, è stato a nostra disposizione in anteprima, per
cui possiamo riassumerne i punti essenziali.
Tononi, ricercatore di indubbio talento speculativo, dotato
tra l'altro di un solido retroterra letterario e filosofico, procede ad un
esperimento immaginario, figurando di scegliere come protagonista
dell'esperimento Galileo Galilei. Perché mai Galilei? Galilei, oltre ad essere
stato, per molti versi il fondatore della fisica moderna, è, per più di un
aspetto, uno scienziato pienamente congeniale all'orizzonte teorico di Tononi.
Vediamo perché. Innanzitutto fu tra i primi, se non il primo, ad adottare il
criterio degli esperimenti immaginari. La sua scoperta delle leggi del moto, in
particolare del moto uniforme, dell'accelerazione all'istante, del moto
uniformemente accelerato, gli fu resa possibile dal figurare, a proposito di un
qualsiasi mobile, «condizioni ideali», vale a dire condizioni che non si danno
in natura. Immaginò infatti che un oggetto in movimento procedesse senza
incontrare ostacoli, tale cioè da muoversi in un mezzo la cui resistenza
equivalesse a 0. Sulla scorta di questa situazione immaginaria, riuscì a
descrivere l'andamento del moto e conseguentemente configurare le leggi della
cinematica classica. Questo ricorso all'immaginare - la vis imaginativa continuava ad essere per lui, come già per
i dotti del Rinascimento, una «magnifica ossessione» - non escludeva affatto il
«cimento» con la realtà concreta, ma semmai lo rendeva possibile. Come dire: se
un corpo che si muove attraverso un mezzo con resistenza pari a zero obbedisce
alle leggi del moto uniforme, come dobbiamo riguardare le variazioni di moto
impresse dagli ostacoli che si danno in natura, visualizzando il gioco delle
forze e pervenendo così a una dinamica razionale? Evidentemente con il solo
strumento concettuale messo, da sempre, a nostra disposizione, vale a dire con
la quantificazione. Ma la scelta dello strumento non si limitò a condurre
Galilei all'adozione di quel metodo matematico che lo avrebbe portato ad
asserire che il gran libro della natura è scritto nel linguaggio delle
grandezze aritmetiche e geometriche, giacché permise al grande scienziato di
distinguere nettamente nelle cose le qualità primarie, cioè quantificabili,
dalle qualità secondarie, non quantificabili e «soggettive», vale a dire
riconducibili alla peculiare indole dei nostri sensi. All'apparenza, questa
distinzione renderebbe Galilei lontanissimo dalla visuale di un neurobiologo
come Tononi, come, del resto, radicalmente contrapposto si presenta in generale
lo stile di pensiero di un fisico rispetto a quello di un qualsiasi cultore
delle «scienze delle vita», se non altro perché l'immagine dell'universo da noi
posseduta non è affatto coincidente con la realtà in sé, ma è una creazione del
nostro cervello per cui, come già per Kant, «la realtà in sé non è
conoscibile». Dunque un personaggio, per quanto illustre, scarsamente
maneggevole. Solo che, per fortuna di Tononi e nostra, le cose in concreto non
stanno esattamente così. Nonostante tutto, il cervello è un oggetto, un soma, per usare una vecchia espressione anatomica, e come
qualsiasi oggetto, è in qualche modo quantificabile. Solo che, naturalmente, si
tratta di operare una quantificazione sofisticata, per nulla coincidente con il
conteggio del puro e semplice numero delle cose, neuroni,
in cui il cervello (corteccia cerebrale) si risolverebbe (basta riflettere al
fatto che, come osserva giustamente Tononi, nel grande insieme che costituisce
l'encefalo, il cervelletto possiede un numero di neuroni incomparabilmente
superiore a quello della corteccia cerebrale che, ciò non di meno, è quella che
propriamente garantisce il darsi della coscienza, tant'è vero che qualsiasi
guasto o lesione dell'area corticale produce una obsolescenza apprezzabile,
talora irreversibile, della situazione coscienziale).
A questo punto Tononi invita gentilmente Galileo Galilei a
prestarsi ad un esperimento immaginario, collocando il grande pisano in una
camera in cui è albergato un modesto circuito elettrico, il fotodiodo, che si spegne o si accende a seconda che il
locale stia al buio o venga illuminato. Ammesso che il fotodiodo sia in
possesso di una coscienza, questa si limita a due «stati», «buio», «luce»; per
contro, il numero degli «stati» di coscienza di Galilei è incomparabilmente più
elevato. La risposta che, a un primo esame, darebbe ragione di questa
sostanziale differenze starebbe nel fatto che la retina dell'occhio umano
contiene una quantità pressoché stellare di elementi cellulari funzionanti come
fotodiodi. Sarebbe però una risposta sbagliata, giacché condurrebbe a una
cattiva quantificazione. E' ben vero che per Galilei, come, del resto per
Tononi, «la quantità fa qualità», ma si tratta di non confondere una quantità di processi con
una mera quantità di cose.
Galilei non sembra convinto, timoroso come è, che le qualità
secondarie, cacciate dalla porta in forza della sua fisica, rientrino dalla
finestra per le «complicazioni filosofiche» di un impudente neuroscienziato.
Tononi cerca di esorcizzare perplessità e timori di Galilei in tutti i modi:
gli mette tra le mani i libri di Kant e di Schopenhauer (pensiamo che, per il
secondo, Tononi si riferisca al Mondo come volontà
e rappresentazione), che escludono in linea di principio una conoscenza
«oggettiva» che prescinda dalla coscienza, dunque dal cervello, lo pone al
corrente delle novità scientifiche degli ultimi quattrocento anni, ivi compresa
l'abbondanza degli strumenti concettuali ottenuti con la teoria moderna della
probabilità, lo fa montare a bordo di un'astronave nella quale Galilei, sempre
più esasperato, fa tuttavia importanti esperienze che lo mettono a stretto
contatto con la natura della coscienza umana. Ma la matematica, continua a
chiedersi Galilei, come si salva e, soprattutto, come si salva l'intelaiatura
fisica di qualsiasi scienza? Si salva, si salva, sembra assicurargli Tononi. La
prospettiva da seguire - è questo, ci pare, il contenuto della rassicurazione
proposta dal nostro giovane scienziato italiano - è l'adozione, per lo studio
del substrato materiale (cervello) della coscienza, di un concetto sicuramente
nuovo per Galilei, e molte volte (anche da noi contemporanei) frainteso, vale a
dire la complessità.
La coscienza come «complesso cosciente»
Per comprendere dove vada a parare Tononi, dobbiamo
cominciare con l'eliminare un equivoco. «Complesso» non vuol dire affatto
«complicato»: tra i due concetti, tanto nella scienza quanto nel groviglio del
vissuto emozionale (come ben sanno quanti se ne occupano) esiste una distanza
quasi siderale. «Complesso» vuol dire «organizzato» e non a caso per le
malattie psichiatriche si parla di «disordine mentale», un'espressione che
denuncia la condizione di disorganizzazione in cui è immersa la coscienza dei
malati. Ritornando al substrato materiale, la coscienza è resa possibile dal
fatto che il cervello (in particolare la corteccia cerebrale) è un sistema
organizzato o, meglio integrato, congegnato e deputato per dare risposte agli stimoli
della realtà esterna, che certo resta in sé inconoscibile, ma che, proprio
perché non si può conoscere, non si può nemmeno negare, come precisò
chiaramente Kant (e come, per contro, permettendoci di richiamare su questo
punto l'attenzione di Tononi, non riuscì, o non volle riuscire a precisare
Schopenhauer), talché, in definitiva, «sono salvati i fenomeni» e, con essi la
realtà primaria od oggettiva tanto cara a Galilei. Se le cose non stessero
così, come avrebbe potuto Kant parlare, a riguardo della posizione legislatrice
da lui conferita all'Io o coscienza, di una «rivoluzione copernicana», che, in
fondo replicava, la stessa attitudine teorica di Galilei?
In questa ottica, crediamo di comprendere quanto dice Tononi
sul cervello. Come sistema integrato od organizzato, quello che conta non è
tanto quel che fa, ma quello che può fare,
talché a dover essere valutati matematicamente non sono i suoi atti, ma le sue
potenzialità. Ma allora ci troviamo di fronte a un prius.
Se è così, chi potrebbe salvarci dallo spiritualismo? Invitando a non aver
paura delle parole - «spirito» (o nel tedesco tardo-rinascimentale Geist) indica sostanzialmente, come ben comprese Schelling,
la disponibilità della coscienza ad esser perturbata, non già il suo stato di
perturbazione - questa preliminarità non esclude affatto l'interpretazione del
cervello come di un prodotto «storico», giacché al contrario la plasticità
tipica di questo complesso, che permette di sostituire al termine «coscienza»
quello di «complesso cosciente», suggerisce che esso sia l'esito di un
lunghissimo processo evoluzionistico di adattatività.
Concludiamo questa esplorazione sul «come» della coscienza
condotta da Tononi e, riconoscendogli l'indubbio merito di aver contribuito a
portare chiarezza su una tematica tanto controversa, aggiungiamo per parte
nostra un invito, quasi una sorta di guida di lettura del libro che risulterà
da queste «Lezioni italiane». Per comprendere la complessità, il lettore parta
dal «semplice», il ricettacolo della complessità. Il più grande fisico del
mondo antico, Epicuro, non aveva già capito come stavano le cose, quando poneva
l'accento sulle illimitate potenzialità di moto ed aggregazione di quello che
per lui era il «semplice» per antonomasia, cioè l'«atomo»? Non si era poi valso
di questo strumento concettuale per portare tra l'altro ordine e organizzazione
nel vissuto sociale, instaurando un'etica della libertà e della solidarietà?
Curioso davvero, ma ci viene spontaneo chiederci: non sarà, alla fine, quello
della coscienza un problema politico?
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