RASSEGNA STAMPA

21 GENNAIO 2003
FRANCO VOLTAGGIO
[Galileo Galilei in orbita sull'astronave
In tutta coscienza UN ESPERIMENTO IMMAGINARIO con un protagonista d'eccezione, Galileo Galilei. L'idea è venuta al neurobiologo Giulio Tononi che propone, a Roma, «Tre lezioni sulla natura della coscienza». Così che al Grande Pisano tocca leggere Kant, aggiornarsi sulle novità scientifiche degli ultimi quattro secoli. E salire su una astronave
Se c'è una domanda alla quale sembra difficile rispondere, è quella che si risolve nell'interrogativo «che cosa è la coscienza?». A dispetto del numero sterminato di filosofi e di scienziati, da ultimo i neuroscienziati, che l'hanno cercata, manca tuttora una risposta praticabile o almeno convincente. Questo non toglie che il quesito venga continuamente formulato e che, con tutta probabilità, sia destinato ad esserlo ancora: una circostanza, questa, che ci impedisce di rassegnarci e di collocarlo, con Adorno, tra «le domande che stanno più in alto delle risposte», se non altro perché tutti i tentativi di soluzione proposti, filosofici e scientifici, hanno aperto una gran quantità di campi di indagine e condotto alla scoperta di importanti verità «locali», alcune delle quali talmente significative - ci riferiamo innanzitutto a quelle ottenute dalla filosofia classica tedesca - da aver modificato il nostro stile di pensiero e, conseguentemente, il modo stesso di riguardare la relazione tra il singolo essere umano e la società. Di qui, se non la necessità, certamente la legittimità di continuare a provarci. A questo punto, possiamo cominciare a chiederci quale sia in concreto il problema. A nostro parere, è più semplice di quanto possa apparire a prima vista. Sappiamo che, per studiare la coscienza, dobbiamo studiare il cervello e, in particolare la corteccia cerebrale, quanto meno perché una lesione o un guasto di questa area porta alla «perdita di coscienza (e di conoscenza)». Sappiamo ancora che il cervello di una cavia, contenuto in una soluzione salina, dopo essere stato estratto dal corpo dell'animale, mostra manifesti segni di sonno Rem (rapid eyes movements, cioè «bruschi movimenti dei bulbi oculari»), vale a dire quel particolare tipo di sonno in cui compaiono i sogni (e non occorre certo sottolineare più che tanto il fatto che l'attività onirica è una tipica manifestazione di coscienza). Apprendiamo così, a livello empirico, una verità essenziale, «se la coscienza c'è, essa va ricondotta al cervello e solo al cervello (beninteso all'area corticale)». In realtà lo sapevamo anche prima, talché la scoperta equivale, in buona sostanza, soprattutto a una conferma. La differenza tuttavia, coincidente con un'importante acquisizione conoscitiva, sta in una verità sottesa alla scoperta: per procedere nell'indagine, dobbiamo modificare la domanda iniziale. In una parola, non chiederci «che cosa è la coscienza», ma «come è la coscienza».

Un esperimento immaginario

E' questa la prospettiva adottata da Giulio Tononi, Professor of Psychiatry della University of Wisconsin di Madison (Stati Uniti) che, tra da ieri fino a mercoledì, svolge tre «Lezioni italiane» (Galileo e il fotodiodo. Tre lezioni sulla natura della coscienza), presso la cattedra di neuropsichiatria dell'Università cattolica del Sacro Cuore nel quadro delle iniziative della Fondazione Sigma Tau di Roma. Per una circostanza fortunata il testo delle lezioni, che andrà in stampa per i tipi di Laterza, è stato a nostra disposizione in anteprima, per cui possiamo riassumerne i punti essenziali.

Tononi, ricercatore di indubbio talento speculativo, dotato tra l'altro di un solido retroterra letterario e filosofico, procede ad un esperimento immaginario, figurando di scegliere come protagonista dell'esperimento Galileo Galilei. Perché mai Galilei? Galilei, oltre ad essere stato, per molti versi il fondatore della fisica moderna, è, per più di un aspetto, uno scienziato pienamente congeniale all'orizzonte teorico di Tononi. Vediamo perché. Innanzitutto fu tra i primi, se non il primo, ad adottare il criterio degli esperimenti immaginari. La sua scoperta delle leggi del moto, in particolare del moto uniforme, dell'accelerazione all'istante, del moto uniformemente accelerato, gli fu resa possibile dal figurare, a proposito di un qualsiasi mobile, «condizioni ideali», vale a dire condizioni che non si danno in natura. Immaginò infatti che un oggetto in movimento procedesse senza incontrare ostacoli, tale cioè da muoversi in un mezzo la cui resistenza equivalesse a 0. Sulla scorta di questa situazione immaginaria, riuscì a descrivere l'andamento del moto e conseguentemente configurare le leggi della cinematica classica. Questo ricorso all'immaginare - la vis imaginativa continuava ad essere per lui, come già per i dotti del Rinascimento, una «magnifica ossessione» - non escludeva affatto il «cimento» con la realtà concreta, ma semmai lo rendeva possibile. Come dire: se un corpo che si muove attraverso un mezzo con resistenza pari a zero obbedisce alle leggi del moto uniforme, come dobbiamo riguardare le variazioni di moto impresse dagli ostacoli che si danno in natura, visualizzando il gioco delle forze e pervenendo così a una dinamica razionale? Evidentemente con il solo strumento concettuale messo, da sempre, a nostra disposizione, vale a dire con la quantificazione. Ma la scelta dello strumento non si limitò a condurre Galilei all'adozione di quel metodo matematico che lo avrebbe portato ad asserire che il gran libro della natura è scritto nel linguaggio delle grandezze aritmetiche e geometriche, giacché permise al grande scienziato di distinguere nettamente nelle cose le qualità primarie, cioè quantificabili, dalle qualità secondarie, non quantificabili e «soggettive», vale a dire riconducibili alla peculiare indole dei nostri sensi. All'apparenza, questa distinzione renderebbe Galilei lontanissimo dalla visuale di un neurobiologo come Tononi, come, del resto, radicalmente contrapposto si presenta in generale lo stile di pensiero di un fisico rispetto a quello di un qualsiasi cultore delle «scienze delle vita», se non altro perché l'immagine dell'universo da noi posseduta non è affatto coincidente con la realtà in sé, ma è una creazione del nostro cervello per cui, come già per Kant, «la realtà in sé non è conoscibile». Dunque un personaggio, per quanto illustre, scarsamente maneggevole. Solo che, per fortuna di Tononi e nostra, le cose in concreto non stanno esattamente così. Nonostante tutto, il cervello è un oggetto, un soma, per usare una vecchia espressione anatomica, e come qualsiasi oggetto, è in qualche modo quantificabile. Solo che, naturalmente, si tratta di operare una quantificazione sofisticata, per nulla coincidente con il conteggio del puro e semplice numero delle cose, neuroni, in cui il cervello (corteccia cerebrale) si risolverebbe (basta riflettere al fatto che, come osserva giustamente Tononi, nel grande insieme che costituisce l'encefalo, il cervelletto possiede un numero di neuroni incomparabilmente superiore a quello della corteccia cerebrale che, ciò non di meno, è quella che propriamente garantisce il darsi della coscienza, tant'è vero che qualsiasi guasto o lesione dell'area corticale produce una obsolescenza apprezzabile, talora irreversibile, della situazione coscienziale).

A questo punto Tononi invita gentilmente Galileo Galilei a prestarsi ad un esperimento immaginario, collocando il grande pisano in una camera in cui è albergato un modesto circuito elettrico, il fotodiodo, che si spegne o si accende a seconda che il locale stia al buio o venga illuminato. Ammesso che il fotodiodo sia in possesso di una coscienza, questa si limita a due «stati», «buio», «luce»; per contro, il numero degli «stati» di coscienza di Galilei è incomparabilmente più elevato. La risposta che, a un primo esame, darebbe ragione di questa sostanziale differenze starebbe nel fatto che la retina dell'occhio umano contiene una quantità pressoché stellare di elementi cellulari funzionanti come fotodiodi. Sarebbe però una risposta sbagliata, giacché condurrebbe a una cattiva quantificazione. E' ben vero che per Galilei, come, del resto per Tononi, «la quantità fa qualità», ma si tratta di non confondere una quantità di processi con una mera quantità di cose.

Galilei non sembra convinto, timoroso come è, che le qualità secondarie, cacciate dalla porta in forza della sua fisica, rientrino dalla finestra per le «complicazioni filosofiche» di un impudente neuroscienziato. Tononi cerca di esorcizzare perplessità e timori di Galilei in tutti i modi: gli mette tra le mani i libri di Kant e di Schopenhauer (pensiamo che, per il secondo, Tononi si riferisca al Mondo come volontà e rappresentazione), che escludono in linea di principio una conoscenza «oggettiva» che prescinda dalla coscienza, dunque dal cervello, lo pone al corrente delle novità scientifiche degli ultimi quattrocento anni, ivi compresa l'abbondanza degli strumenti concettuali ottenuti con la teoria moderna della probabilità, lo fa montare a bordo di un'astronave nella quale Galilei, sempre più esasperato, fa tuttavia importanti esperienze che lo mettono a stretto contatto con la natura della coscienza umana. Ma la matematica, continua a chiedersi Galilei, come si salva e, soprattutto, come si salva l'intelaiatura fisica di qualsiasi scienza? Si salva, si salva, sembra assicurargli Tononi. La prospettiva da seguire - è questo, ci pare, il contenuto della rassicurazione proposta dal nostro giovane scienziato italiano - è l'adozione, per lo studio del substrato materiale (cervello) della coscienza, di un concetto sicuramente nuovo per Galilei, e molte volte (anche da noi contemporanei) frainteso, vale a dire la complessità.

La coscienza come «complesso cosciente»

Per comprendere dove vada a parare Tononi, dobbiamo cominciare con l'eliminare un equivoco. «Complesso» non vuol dire affatto «complicato»: tra i due concetti, tanto nella scienza quanto nel groviglio del vissuto emozionale (come ben sanno quanti se ne occupano) esiste una distanza quasi siderale. «Complesso» vuol dire «organizzato» e non a caso per le malattie psichiatriche si parla di «disordine mentale», un'espressione che denuncia la condizione di disorganizzazione in cui è immersa la coscienza dei malati. Ritornando al substrato materiale, la coscienza è resa possibile dal fatto che il cervello (in particolare la corteccia cerebrale) è un sistema organizzato o, meglio integrato, congegnato e deputato per dare risposte agli stimoli della realtà esterna, che certo resta in sé inconoscibile, ma che, proprio perché non si può conoscere, non si può nemmeno negare, come precisò chiaramente Kant (e come, per contro, permettendoci di richiamare su questo punto l'attenzione di Tononi, non riuscì, o non volle riuscire a precisare Schopenhauer), talché, in definitiva, «sono salvati i fenomeni» e, con essi la realtà primaria od oggettiva tanto cara a Galilei. Se le cose non stessero così, come avrebbe potuto Kant parlare, a riguardo della posizione legislatrice da lui conferita all'Io o coscienza, di una «rivoluzione copernicana», che, in fondo replicava, la stessa attitudine teorica di Galilei?

In questa ottica, crediamo di comprendere quanto dice Tononi sul cervello. Come sistema integrato od organizzato, quello che conta non è tanto quel che fa, ma quello che può fare, talché a dover essere valutati matematicamente non sono i suoi atti, ma le sue potenzialità. Ma allora ci troviamo di fronte a un prius. Se è così, chi potrebbe salvarci dallo spiritualismo? Invitando a non aver paura delle parole - «spirito» (o nel tedesco tardo-rinascimentale Geist) indica sostanzialmente, come ben comprese Schelling, la disponibilità della coscienza ad esser perturbata, non già il suo stato di perturbazione - questa preliminarità non esclude affatto l'interpretazione del cervello come di un prodotto «storico», giacché al contrario la plasticità tipica di questo complesso, che permette di sostituire al termine «coscienza» quello di «complesso cosciente», suggerisce che esso sia l'esito di un lunghissimo processo evoluzionistico di adattatività.

Concludiamo questa esplorazione sul «come» della coscienza condotta da Tononi e, riconoscendogli l'indubbio merito di aver contribuito a portare chiarezza su una tematica tanto controversa, aggiungiamo per parte nostra un invito, quasi una sorta di guida di lettura del libro che risulterà da queste «Lezioni italiane». Per comprendere la complessità, il lettore parta dal «semplice», il ricettacolo della complessità. Il più grande fisico del mondo antico, Epicuro, non aveva già capito come stavano le cose, quando poneva l'accento sulle illimitate potenzialità di moto ed aggregazione di quello che per lui era il «semplice» per antonomasia, cioè l'«atomo»? Non si era poi valso di questo strumento concettuale per portare tra l'altro ordine e organizzazione nel vissuto sociale, instaurando un'etica della libertà e della solidarietà? Curioso davvero, ma ci viene spontaneo chiederci: non sarà, alla fine, quello della coscienza un problema politico?
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Scienze Cognitive