![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 19 GENNAIO 2003 |
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Edoardo
Boncinelli è uno degli scienziati di punta del nostro Paese. Ha fatto scoperte importantissime nel campo
dello sviluppo embrionale. Dirige uno
dei più avanzati centri di ricerca in Italia.
E un notevole divulgatore scientifico (vedi I nostri geni). Non gli
manca una bella penna. Le aspettative
per un suo nuovo libro, Io sonò, tu sei, sono
dunque altissime.
Diciamo
innanzitutto quale sembra essere il
soggetto del libro. C'è un
problema concettuale fondamentale, quello di spiegare, o
anche semplicemente capire, l'identità
individuale, nella fattispecie l'identità personale, e l'importanza che le
attribuiamo. Che cosa fa sì che io sia
io, mentre il mio gemello "identico"
non è me, pur assomigliandomi in tutto e per tutto? Che cosa fa sì che la sedia che ho visto
ieri sia la stessa su cui sono seduto oggi, mentre quella su cui oggi sono
seduto non è la stessa, da lei indistinguibile, su cui sei seduto tu? Perché mi sono infatuato di Alice e non di Ellen Kessler e non c'è verso
al farmi cambiare idea?
Quello
dell'individuazione non è esattamente un problema filosofico nuovo. Per chiarirlo sono stati versati fiumi di
inchiostro in filosofia: non a caso, E' un problema elusivo. Tutti i grandi problemi filosofici sono
così, e ci vogliono secoli di lavoro collettivo, si spera cumulativo,
prima che si mettano in luce tutte le
complessìtà della questione. Si crede
di aver trovato una soluzione, e saltano fuori nuove possibilità, nuovi aspetti
del problema, casi a cui non potevamo pensare prima. Molto spesso è la scienza a fornire il materiale nuovo. Ma strada
facendo abbiamo imparato che si deve fare qualche distinzione. In primo luogo, la nozione di identità del
linguaggio naturale è ambigua. Parliamo
di identità di tipo, o di identità individuale? Per esempio, quante lettere ci sono nella parola
"coro"? Se parliamo di
identità di tipo, diremo che ci sono tre lettere, la "e", la o"
e la "r'. Se parliamo di identità
individuale, diremo che ce ne sono quattro,
quelle che conta il caporedattore quando mi dice di accorciare
l'articolo. Le due "o" hanno un'individualità distinta, una viene
dopo la "e", un'altra dopo la "r"; ma sono, in un altro senso,
la stessa lettera. Confondere le due
nozioni di identità porta molto lontano.. Se il caporedattore " dice di
accorciare questo articolo di due lettere non si aspetta certo che tolga tutte
le "a" e tutte le "b").
Seconda
distinzione: quella tra l'identità e i modi in cui giudichiamo che siamo in
presenza dell'identità, tra un affare di ontologia e uno di epistemologia.
Posso non essere in grado di distinguere due sedie, fabbricate come copie
precise una dell'altra (problema epistemologico), ma so che cosa si dice se si
parla di due sedie (una questione
ontologica). Indistinguibile (epistemologicamente) da non significa
ancora identico (antologicamente) a.
Boncinelli
non da mostra di ritenere cruciali queste distinzioni, ma questo rende opaca la
tesi del libro. Tratta l'individualità
come una proprietà che "emerge" in un qualche punto della storia
(storia ideale?) del mondo (pag. 4), sostenendo che non ha senso parlare nel mondo microscopico. Perché sostiene questo? Se ho capito bene, perché pensa che gli
elettroni e altre cose piccole e poco strutturate come gli organismi
monocellulari siano tra loro indistinguibili (capitolo 1, ma anche pag. 41 e
pag. 118, che contiene, quasi invisibile, la tesi centrali dei libro). Ma qui si è passati surrettiziamente da
"indistinguibile" a "identico". E perché mai gli elettroni sono indistinguibili? Perché sono tutti dello stesso tipo. Con un
doppio scivolone si è passati dall'identità di tipo all'indistinguibilità
dell'individuo e da questa all'identità dell'individuo.
Finirei
qui la recensione, dato che questi problemi rendono poco credibile tutto il
tentativo di portare acqua al mulino della tesi dell'emergenza
dell'individualità. Ma qualcosa che mi
ha colpito in questo testo, che lo rende in certo qual modo esemplare.
Il
capitolo III dei libro mostra il Boncinelli divulgatore in azione; la lettura
scorre veloce. Ma che cosa
leggiamo? Non ho fatto una conta
precisa delle tesi discutibili presentate come fatti, ma ecco un florilegio che
riguarda lo specifico campo di mia
competenza (lavoro alle implicazioni filosofiche delle scienze cognitive). Vien detto: che la teoria della Gestalt
proverebbe che la percezione è un processo dall'alto in basso (pag. 95, ma i
gestaltisti non pensavano il contrario?), che l'esistenza di lingue diverse
come l'italiano e il giapponese prova che il linguaggio, in particolare la sintassi,
non è innata (pag. 69, ma l'argomento della povertà dello stimolo non provava
il contrario?), che percepiamo un mondo articolato in cose perché il linguaggio
è articolato in parole (pag, 77, tesi tra le più instabili della moderna
filosofia del linguaggio: poi però parzialmente contraddetta a pag. 83), che
l'idea di causa non sarebbe stata
sempre presente nella mente dell'uomo, in particolare dei "primitivi"
(105, dato antropologico errato: l'idea sembrerebbe invece presente nei bambini
anche prelinguistici), che non esiste un modo valido di studiare la
concettualizzazione indipendentemente dal linguaggio (pag. 108, parzialmente
contraddetta nel seguito; ma la categorizzazione animale non è un ampio settore
di studio?), che se non avessi il concetto si sedia non potrei percepire la sedia (pag. 117, ma non si
è sentito parlare di teorie
nonconcettualiste della percezione?)
Mi
chiedo come uno scienziato autorevole come Boncinelli possa incorrere in queste
imprecisioni. La cosa mi pare tanto più incomprensibile, in quanto Boncinelli
sa che si porta sempre una certa
deferenza all'autorità; che le sue parole per usare il titolo del capitolo III
sono pietre,
Ogni
tanto capita di veder scrivere dei libri di filosofia o su questioni
filosofiche da parte scienziati. Sono
il primo a pensare che le frontiere
disciplinari siano labili (quando non sono la comoda proiezione dell'esigenza
di creare dipartimenti accademici) e
debbano essere attraversate in ogni possibile direzione. Ben vengano i libri di biologi sulla
filosofia: ben venga un contributo Boncinelli sull'individualità. Tuttavia l'acquisizione di competenze resta
comunque un passo necessario per poter creare uno scambio fruttuoso, Non si può
far finta che venti secoli di filosofia non siano esistiti, e soprattutto non
si può far finta che non siano esistiti
gli ultimi trent'anni. O meglio: ignorare la filosofia degli ultimi trent'anni,
o degli ultimi venti secoli, scelta che uno può sempre fare, ma scelta è?. Ma
che scelta è? Forse a discolpa di Boncinelli si potrebbe fare un discorso più
ampio sul modo in cui viene concepita
prevalentemente la filosofia in Italia, anche dai suoi stessi praticanti: un'attività di produzione di opinioni, senza
troppo interesse per le ragioni che le motivano. Una concezione che esclude
qualsiasi seppur vago riferimento alla professionalità e al metodo.
E
allora si pensi alla situazione seguente. Mi si immagini, da filosofo, a
scrivere un libro sulla vita scegliendo di ignorare la biologia
molecolare. Non mi si direbbe che
rinuncio a professionalità e metodo?
Posso anche, in totale buona fede, finire con lo "scoprire" e
difendere una teoria lamarckiana, o il creazionismo
Edoardo Boncinelli, «io sono, tu sei. L'identità e la
differenza negli uomini e in natura», Mondadori, Milano 2002, pagg. 184, €
15,20.