RASSEGNA STAMPA

13 GENNAIO 2003
FRANCESCO BUDA
[DELIRI DA FANTASCIENZA

Di per sé la scienza non produce miracoli e non dovrebbe essere foriera di catastrofi perché da sempre essa è parte integrante e trainante dell’evoluzione della società umana, motore primario di progresso sociale, economico, sanitario e ambientale e, sotto tale aspetto, nessuno contesta i benefici che la scienza e le sue applicazioni mediche realizzano al servizio della specie umana mentre si tratta piuttosto, al di là delle reazioni emotive, di stabilire se la scienza debba essere attenta all’uomo ed eventualmente in che modo.
In questi ultimi tempi si registra sempre più insistentemente una specie di delirio, diciamo di corsa all’annuncio strepitoso, di chi è primo ad arrivare, di chi è più bravo nella manipolazione che risulta la più scioccante, che presenta una scienza che va a coprire la fantascienza piuttosto che a curare le malattie.
Perché, anziché apportare grandi benefici all’umanità, porterebbe nel suo percorso l’inquietante capacità di costruire perfette fotocopie di un uomo realizzando quel delirio di onnipotenza e di immortalità che l’uomo persegue ostinatamente da sempre: l’idea narcisistica di poter avere delle repliche esatte e potenzialmente infinite della propria persona.
Esempi eclatanti in tal senso, sono le recenti notizie di provenienza Usa con le quali si è appena chiuso il 2002: da una parte, l’Institute for cancer stem cell biology, dell’università di Stanford, in California, annuncia che comincerà a fare ricerche su cellule staminali umane impiegando embrioni clonati, dall’altra, la Clonaid, società impegnata nel campo della ricerca scientifica, comunica al mondo che è nata Eva, una bimba clonata e che altri quattro bambini stanno venendo al mondo con la stessa tecnica. Due aspetti scientifici per i quali, molto dibattuto e controverso è l’orizzonte di dove sia il confine tra ciò che è morale e ciò che non lo è, tra ciò che si indaga per conoscenza o benessere della comunità e la moralità dei mezzi con cui si ottiene e, particolarmente, ciò che scientificamente è possibile e tecnologicamente realizzabile, ma non necessariamente auspicabile e, peggio ancora, ammissibile perché, seppur interessante, non è lecito,non come costrizione ma come assunto morale. La nascita di Eva, anche se teoricamente possibile attraverso un metodo simile a quello usato per la pecora Dolly, è ancora da dimostrare, ma anche se ciò fosse dimostrato, unanime è stata e rimane la condanna del mondo scientifico, religioso e politico internazionale.
Tutt’altra riflessione scientifica merita il progetto di Stanford, in quanto, dal punto di vista strettamente biologico, non mira a operare una clonazione per far nascere un essere umano (clonazione riproduttiva) ma si limita a produrre numerose linee di cellule staminali, ottenute attraverso l’inserimento del nucleo di una cellula proveniente dal corpo di un uomo o di una donna in una cellula-uovo svuotata del suo nucleo che verrà poi coltivata in laboratorio fino alla formazione della blastocisti che si verifica a circa 6 giorni dall’inserimento del nucleo, dopo di che le cellule staminali saranno prelevate e la blastocisti distrutta.
Due domande nascono immediate: perché concentrare gli sforzi della ricerca sulle cellule staminali embrionali quando le loro sorgenti possono essere (anche) il sangue di cordone ombelicale, gli organi di feto abortito, alcuni tessuti adulti (per es. dal midollo osseo) oppure cellule mature di tessuti adulti riprogrammate a comportarsi come cellule staminali, da clonazione terapeutica (create attraverso la tecnica del trasferimento del nucleo cellulare)?
Quali prospettive terapeutiche future possono essere impiegate in clinica per curare malattie oggi incurabili? La risposta alla prima domanda è semplice: perché nell’embrione e nel feto nelle fasi iniziali di sviluppo si può ritrovare un formidabile patrimonio di cellule staminali, dalle potenzialità virtualmente illimitate.
Non meno affascinanti e promettenti sono le possibilità terapeutiche offerte dalle cellule staminali, in quanto possibile usarle per nuove terapie anti-cancro, per ricostruire il midollo spinale danneggiato da traumi fisici, dando così una speranza ai paraplegici di riacquistare le facoltà motorie perse; le malattie degenerative del sistema nervoso (Alzheimer, morbo di Parkinson, malattia di Huntington, sclerosi laterale amiotrofica); le malattie muscolo-scheletriche e infiammatorie di natura sistemica oppure per malattie degenerative della retina, cornea o dell’apparato uditivo oppure per ricostruire il tessuto cardiaco danneggiato da un infarto acuto del miocardio o per riparare i vasi sanguigni distrutti da patologie progressive quali l’arteriosclerosi e l’ipertensione.
Cosa pensano gli italiani sulla ricerca delle cellule staminali e a che punto è la ricerca in Italia? I risultati di un’indagine del centro studi Observa-Scienza indicano che oltre quattro italiani su dieci considerano la ricerca sulle cellule staminali come un settore che merita un investimento prioritario, nella convinzione che tale ricerca potrà contribuire a curare malattie degenerative, in costante aumento in quei paesi dove la vita media si sta allungando in misura sempre più sensibile: in Italia potrebbero avvantaggiarsi almeno 10 milioni di persone, sui 30 milioni che soffrono di malattie croniche, comprese quelle cardiovascolari.
Quanto allo stato dell’arte della ricerca italiana,l’Istituto superiore di Sanità, ha annunciato che è stato avviato un progetto di durata biennale che avrà a disposizione un finanziamento di 10 milioni di euro e che riguarderà la ricerca sulle cellule staminali embrionali totipotenti limitatamente a quelle animali e non a quelle umane; e massima apertura per lo studio delle staminali differenziate (somatiche) fetali e post-natali, sia nell’animale sia nell’uomo (utilizzando cellule di aborti spontanei).
Quanto sia etico portare avanti sperimentazioni sulla clonazione di embrioni umani è un problema irrisolto in quanto la vera discriminante, più che scientifica, è filosofica e riguarda le singole coscienze, ma non può ignorare la varietà di opinioni e di sensibilità di natura sociale, politica, etica e religiosa che la materia evoca. Il pensiero cattolico è chiaro in quanto rivendica il diritto del più debole e indifeso tra i viventi, l’embrione, in nome della sopravvivenza dell’umanità minacciata dai progressi scientifici e tecnologici pronunciandosi a favore della protezione giuridica dell’embrione umano, come personalità fornita di diritti giuridici fin dall’atto del suo concepimento per cui, anche nell’ambito di un uso esclusivamente sperimentale della clonazione umana sull’embrione, essa è in ogni caso immorale per l’arbitraria finalizzazione del corpo umano a puro strumento di ricerca, ma anche immorale perché rappresenta l’ennesima offesa alla creaturalità e all’ordine della natura.
Un punto di vista questo, scientificamente non corrispondente alla realtà biologica in quanto (come nel caso del progetto dell’università californiana) l’interruzione precoce dello sviluppo porta a sostenere che non si possa parlare di embrione vero e proprio, in quanto una blastocisti di 5-6 giorni è ancora un ammasso di cellule tra loro simili: in condizioni naturali essa non è ancora impiantata nell’utero ed è priva di quei differenziamenti come l’abbozzo del sistema nervoso che inizia a formarsi intorno al 16º giorno di vita intrauterina; è soltanto intorno alla quarta settimana di vita che inizia a svilupparsi il cervello e alla settima che le cellule nervose manifestano una sia pur rudimentale attività elettrica.
Quanto poi alla ricerca sugli embrioni soprannumerari derivanti dalla fecondazione assistita e poi non utilizzati e che per varie ragioni non sono più destinati all’impianto (circa 30.000 in Italia) la comunità scientifica sembra essere concorde nel destinare una parte di questi embrioni a ricerche dalle quali possono derivare notevoli benefici per l’umanità, il che non comporta una concezione strumentale dell’embrione né costituisce un atto di mancanza di rispetto nei confronti della vita umana, in specie se si considera che l’alternativa è lasciare che questi embrioni periscano. Infine, per delineare i confini tra ciò che è lecito e ciò che non lo è, serve l’onestà intellettuale di riferirsi a un’etica teleologica, che si chieda qual è il fine ultimo, lo scopo di ogni nostro comportamento ricordando comunque che qualunque avanzamento nelle conoscenze scientifiche pone problemi etici, la cui soluzione è data dal trovare un punto di incontro che tenga conto del ritardo che il codice morale ha sempre rispetto alle possibili applicazioni delle conoscenze. Ma qualsiasi dibattito non può prescindere dalla conoscenza.

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Cultura-Impresa scientifica