[DELIRI DA FANTASCIENZA
Di per sé la scienza non produce miracoli e non dovrebbe essere foriera di
catastrofi perché da sempre essa è parte integrante e trainante dell’evoluzione
della società umana, motore primario di progresso sociale, economico, sanitario
e ambientale e, sotto tale aspetto, nessuno contesta i benefici che la scienza
e le sue applicazioni mediche realizzano al servizio della specie umana mentre
si tratta piuttosto, al di là delle reazioni emotive, di stabilire se la
scienza debba essere attenta all’uomo ed eventualmente in che modo.
In questi ultimi tempi si registra sempre più insistentemente una specie di
delirio, diciamo di corsa all’annuncio strepitoso, di chi è primo ad arrivare,
di chi è più bravo nella manipolazione che risulta la più scioccante, che
presenta una scienza che va a coprire la fantascienza piuttosto che a curare le
malattie.
Perché, anziché apportare grandi benefici all’umanità, porterebbe nel suo
percorso l’inquietante capacità di costruire perfette fotocopie di un uomo
realizzando quel delirio di onnipotenza e di immortalità che l’uomo persegue
ostinatamente da sempre: l’idea narcisistica di poter avere delle repliche
esatte e potenzialmente infinite della propria persona.
Esempi eclatanti in tal senso, sono le recenti notizie di provenienza Usa con
le quali si è appena chiuso il 2002: da una parte, l’Institute for cancer stem
cell biology, dell’università di Stanford, in California, annuncia che
comincerà a fare ricerche su cellule staminali umane impiegando embrioni
clonati, dall’altra, la Clonaid, società impegnata nel campo della ricerca
scientifica, comunica al mondo che è nata Eva, una bimba clonata e che altri
quattro bambini stanno venendo al mondo con la stessa tecnica. Due aspetti
scientifici per i quali, molto dibattuto e controverso è l’orizzonte di dove
sia il confine tra ciò che è morale e ciò che non lo è, tra ciò che si indaga
per conoscenza o benessere della comunità e la moralità dei mezzi con cui si
ottiene e, particolarmente, ciò che scientificamente è possibile e
tecnologicamente realizzabile, ma non necessariamente auspicabile e, peggio
ancora, ammissibile perché, seppur interessante, non è lecito,non come
costrizione ma come assunto morale. La nascita di Eva, anche se teoricamente
possibile attraverso un metodo simile a quello usato per la pecora Dolly, è
ancora da dimostrare, ma anche se ciò fosse dimostrato, unanime è stata e
rimane la condanna del mondo scientifico, religioso e politico internazionale.
Tutt’altra riflessione scientifica merita il progetto di Stanford, in quanto,
dal punto di vista strettamente biologico, non mira a operare una clonazione
per far nascere un essere umano (clonazione riproduttiva) ma si limita a
produrre numerose linee di cellule staminali, ottenute attraverso l’inserimento
del nucleo di una cellula proveniente dal corpo di un uomo o di una donna in
una cellula-uovo svuotata del suo nucleo che verrà poi coltivata in laboratorio
fino alla formazione della blastocisti che si verifica a circa 6 giorni
dall’inserimento del nucleo, dopo di che le cellule staminali saranno prelevate
e la blastocisti distrutta.
Due domande nascono immediate: perché concentrare gli sforzi della ricerca
sulle cellule staminali embrionali quando le loro sorgenti possono essere
(anche) il sangue di cordone ombelicale, gli organi di feto abortito, alcuni
tessuti adulti (per es. dal midollo osseo) oppure cellule mature di tessuti
adulti riprogrammate a comportarsi come cellule staminali, da clonazione
terapeutica (create attraverso la tecnica del trasferimento del nucleo
cellulare)?
Quali prospettive terapeutiche future possono essere impiegate in clinica per
curare malattie oggi incurabili? La risposta alla prima domanda è semplice:
perché nell’embrione e nel feto nelle fasi iniziali di sviluppo si può
ritrovare un formidabile patrimonio di cellule staminali, dalle potenzialità
virtualmente illimitate.
Non meno affascinanti e promettenti sono le possibilità terapeutiche offerte
dalle cellule staminali, in quanto possibile usarle per nuove terapie
anti-cancro, per ricostruire il midollo spinale danneggiato da traumi fisici,
dando così una speranza ai paraplegici di riacquistare le facoltà motorie
perse; le malattie degenerative del sistema nervoso (Alzheimer, morbo di
Parkinson, malattia di Huntington, sclerosi laterale amiotrofica); le malattie
muscolo-scheletriche e infiammatorie di natura sistemica oppure per malattie
degenerative della retina, cornea o dell’apparato uditivo oppure per
ricostruire il tessuto cardiaco danneggiato da un infarto acuto del miocardio o
per riparare i vasi sanguigni distrutti da patologie progressive quali
l’arteriosclerosi e l’ipertensione.
Cosa pensano gli italiani sulla ricerca delle cellule staminali e a che punto è
la ricerca in Italia? I risultati di un’indagine del centro studi
Observa-Scienza indicano che oltre quattro italiani su dieci considerano la
ricerca sulle cellule staminali come un settore che merita un investimento
prioritario, nella convinzione che tale ricerca potrà contribuire a curare
malattie degenerative, in costante aumento in quei paesi dove la vita media si
sta allungando in misura sempre più sensibile: in Italia potrebbero avvantaggiarsi
almeno 10 milioni di persone, sui 30 milioni che soffrono di malattie croniche,
comprese quelle cardiovascolari.
Quanto allo stato dell’arte della ricerca italiana,l’Istituto superiore di
Sanità, ha annunciato che è stato avviato un progetto di durata biennale che
avrà a disposizione un finanziamento di 10 milioni di euro e che riguarderà la
ricerca sulle cellule staminali embrionali totipotenti limitatamente a quelle
animali e non a quelle umane; e massima apertura per lo studio delle staminali
differenziate (somatiche) fetali e post-natali, sia nell’animale sia nell’uomo
(utilizzando cellule di aborti spontanei).
Quanto sia etico portare avanti sperimentazioni sulla clonazione di embrioni
umani è un problema irrisolto in quanto la vera discriminante, più che
scientifica, è filosofica e riguarda le singole coscienze, ma non può ignorare
la varietà di opinioni e di sensibilità di natura sociale, politica, etica e
religiosa che la materia evoca. Il pensiero cattolico è chiaro in quanto
rivendica il diritto del più debole e indifeso tra i viventi, l’embrione, in
nome della sopravvivenza dell’umanità minacciata dai progressi scientifici e
tecnologici pronunciandosi a favore della protezione giuridica dell’embrione
umano, come personalità fornita di diritti giuridici fin dall’atto del suo
concepimento per cui, anche nell’ambito di un uso esclusivamente sperimentale
della clonazione umana sull’embrione, essa è in ogni caso immorale per
l’arbitraria finalizzazione del corpo umano a puro strumento di ricerca, ma anche
immorale perché rappresenta l’ennesima offesa alla creaturalità e all’ordine
della natura.
Un punto di vista questo, scientificamente non corrispondente alla realtà
biologica in quanto (come nel caso del progetto dell’università californiana)
l’interruzione precoce dello sviluppo porta a sostenere che non si possa
parlare di embrione vero e proprio, in quanto una blastocisti di 5-6 giorni è
ancora un ammasso di cellule tra loro simili: in condizioni naturali essa non è
ancora impiantata nell’utero ed è priva di quei differenziamenti come l’abbozzo
del sistema nervoso che inizia a formarsi intorno al 16º giorno di vita
intrauterina; è soltanto intorno alla quarta settimana di vita che inizia a
svilupparsi il cervello e alla settima che le cellule nervose manifestano una
sia pur rudimentale attività elettrica.
Quanto poi alla ricerca sugli embrioni soprannumerari derivanti dalla
fecondazione assistita e poi non utilizzati e che per varie ragioni non sono
più destinati all’impianto (circa 30.000 in Italia) la comunità scientifica
sembra essere concorde nel destinare una parte di questi embrioni a ricerche
dalle quali possono derivare notevoli benefici per l’umanità, il che non
comporta una concezione strumentale dell’embrione né costituisce un atto di mancanza
di rispetto nei confronti della vita umana, in specie se si considera che
l’alternativa è lasciare che questi embrioni periscano. Infine, per delineare i
confini tra ciò che è lecito e ciò che non lo è, serve l’onestà intellettuale
di riferirsi a un’etica teleologica, che si chieda qual è il fine ultimo, lo
scopo di ogni nostro comportamento ricordando comunque che qualunque
avanzamento nelle conoscenze scientifiche pone problemi etici, la cui soluzione
è data dal trovare un punto di incontro che tenga conto del ritardo che il
codice morale ha sempre rispetto alle possibili applicazioni delle conoscenze. Ma
qualsiasi dibattito non può prescindere dalla conoscenza.
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