[L’Occidente
razionale e le culture dell’estasi analizzate da Clelia Fiano in «Axis Mundi»,
edito da L’Autore Libri
Sulla via degli sciamani per non perdersi nel nulla
«Quello che Mircea Eliade chiamava Homo religiosus sa cogliere più
sfumature della realtà»
L’uomo moderno crede di sapere tutto. Ha innalzato attorno a sé grattacieli di
certezze. Vive guardato a vista da risposte rassicuranti, studiate apposta per
tenere a distanza le domande più insidiose, più difficili. Ha rimosso i
simboli, non sa più sintonizzarsi con la conoscenza ancestrale. In poche
parole, rischia di costruire per sé un futuro sterile, arido, dominato da un
grande nulla.
Un’alternativa ci sarebbe. L’uomo moderno dovrebbe solo andare alla ricerca del
suo alter ego. Di quell’Homo religiosus che non pensa la realtà come una
sequenza di formule matematiche inattaccabili, ma che sa trovare la sintonia
tra l’essere e il vivere, tra il conscio e l’inconscio, tra il mito e la
ragione.
Insomma, l’uomo moderno dovrebbe riappropiarsi della dimensione dell’uomo
arcaico. Di quel se stesso che non si è fatto stregare dalla modernità. Clelia
Fiano, giovane studiosa triestina laureata in Scienze politiche e che ha
conseguito il perfezionamento in Antropologia culturale e sociale
all’Università di Padova, lo dice a chiare lettere nel suo libro «Axis Mundi.
L’Occidente razionale e le culture dell’estasi», pubblicato da L’autore Libri
Firenze (pagg. 94, euro 6.71), che verrà presentato domani a Trieste.
L'appuntamento è per le 20.30 alla Libreria «In der Tat», di via Diaz 22. Oltre
all'autrice sarà presente anche il professor Claudio Bonvecchio, docente di
filosofia della politica.
«Ho avuto la fortuna di incontrare un docente eclettico come Bonvecchio -
spiega Clelia Fiano -. Lui non si è mai fermato allo studio tradizionale della
filosofia della politica, ma ha sempre cercato di allargare l’orizzonte alla
religione, all’esoterismo. Un caso come quello dei Templari, per esempio, va
interpretato tenendo conto della commistione di aspetti politici e religiosi
che lo contraddistingue. E seguendo questa traiettoria, nel corso delle sue
lezioni è arrivato a parlarci anche degli sciamani, per il ruolo centrale, religioso
e sociale, che hanno avuto nelle civiltà del passato. Ma anche nel presente,
all’interno di alcuni gruppi tribali che ancora sopravvivono e che devono
superare difficoltà notevoli».
Entrare nel mondo degli sciamani, per Clelia Fiano, è stato come sottoporsi a
un’iniziazione. «Per capire l’estasi, passaggio centrale delllo sciamanesimo,
ho dovuto rivedere, prima, alcuni concetti che differenziano la nostra cultura,
quella del mondo occidentale, figlia del cristianesimo, del positivismo, con
tutte le correzioni apportate nel corso della Storia, da quella arcaica,
religiosa. Tanto per dire: nel nostro mondo, l’estasi non potrebbe rientrare
mai più nel concetto di normalità».
Un mondo, il nostro, che, per spiegare ogni singolo evento, adotta una visione
dualistica. Dove il Bene è sempre contrapposto al Male, il buono al cattivo, il
giusto all’ingiusto, il normale all’anormale, il divino al profano. «Quello che
Mircea Eliade, grande studioso delle religioni, chiama l’Homo religiosus
coglie molte più sfumature nella realtà che lo circonda perchè, per lui, tutto
è possibile. Vive in una dimensione che ricorda quella dell’infanzia. È
l’essere umano che definisce lo scorrere del tempo, e non il contrario. La
dimensione soggettiva, insomma, finisce per prevalere. Per noi, invece, il
progresso è soltanto il raggiungere sempre nuovi traguardi, l’accumulare sempre
nuove tecnologie».
Rinchiudendoci in una gabbia, regolamentando rigidamente tutto quello che
accade attorno a noi, abbiamo finito per limitarci sempre più. «Il mondo
occidentale, i Paesi industrializzati rappresentano soltanto una piccola parte
della Terra. Eppure, tutti noi siamo convinti che il nostro modo di leggere la
realtà sia quello corretto. E non ci rendiamo conto, invece, che riusciamo a
vedere soltanto una faccia delle cose. Non deve stupire, allora, se movimenti
come quello della New Age finiscono per diffondersi rapidamente. Non è soltanto
un effetto della globalizzazione, ma la ricerca di qualcosa che manca alla
nostra cultura. Una via verso il sacro che, spesso, si trasforma in moda. In
qualcosa da consumare rapidamente e, poi, buttare».
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