RASSEGNA STAMPA

5 GENNAIO 2003
editoriale
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Una lezione di stile firmata Platone

Il più antico e più grande filosofo dell’Occidente, Platone, trasmise il suo pensiero attraverso due tipi di scritti che sono all'origine di due generi letterari gloriosi, rimasti vivi fino a epoche recenti: il primo è rappresentato dai Dialoghi ; il secondo dalle Lettere , di cui la Fondazione Valla pubblica una nuova edizione, che alla perfetta e felice traduzione di Maria Grazia Ciani (sua è anche un'eccellente versione in prosa dell' Iliade e dell' Odissea ) unisce l'alta competenza dell'introduzione e del commento di Margherita Isnardi Parente, alla quale si potrà tutt'al più rimproverare scarsa attenzione per il lettore non propriamente specialista (pagine 282, euro 27, Mondadori). Occorre ricordare che, di queste tredici Lettere, solo la VII viene considerata autentica dalla critica odierna; in compenso la VII lettera, che è anche la più celebre, tocca aspetti capitali della filosofia, non meno che della biografia, di Platone.
È noto quanto egli fosse diffidente, anzi ostile, verso l'immobilità della scrittura, accusata di tradire l'interiore verità dell'anima. Ma le due forme euristiche e comunicative che scelse - la dialogica e l'epistolare - sono anche quelle che corrispondono più da vicino alla sua idea della filosofia come dialettica: contatto mobile e scambio vivo, itinerario che non presuppone una verità ma procede per tentativi e interrogativi refrattari alla definizione e al sistema. Secondo un grande studioso di Platone, Harold Cherniss, persino la teoria platonica delle Idee non sarebbe che una sublime ipotesi. Come tale venne intesa, in geniali pagine dello Zibaldone , da Leopardi, che non credeva certo ai modelli ultraterreni ma vi scorgeva l'unica possibilità di salvezza metafisica del mondo, ammirando come «un antico sia potuto giungere all'ultimo fondo dell'astrazione».
Il rapporto con la scrittura s'intreccia d'altronde col metodo filosofico di Platone. Proprio nella VII lettera egli dichiara che la filosofia non può essere insegnata come una qualsiasi altra scienza e che per questo non esiste né esisterà mai un suo scritto sull'argomento. A tale enigmatica affermazione si richiamano tutti i moderni fautori di un Platone «esoterico», la cui vera dottrina sarebbe rimasta occultata in una pura e mistica oralità. Ma la VII lettera suggerisce piuttosto che Platone temesse l'equivoco dogmatico. Dice infatti che, se egli avesse scritto la sua filosofia come una «techne», i più ne avrebbero ricavato o «un disprezzo ingiusto e fuori luogo» oppure «una superba e vana presunzione come se avessero appreso verità assolute».
La mobilità e l'apertura dialettica della metafisica platonica devono essere estese all'intera politica. Giustamente, a mio avviso, in un libro su Filosofia e politica nelle «Lettere» di Platone (1970), la Isnardi Parente definisce «mal posto» il vecchio problema dell’autoritarismo di Platone, che proprio ai nostri giorni è stato ripreso in Italia fra Senato e giornali. Nella Repubblica Platone mostra che cos'è l'impero della ragione divenuto Stato; nelle Leggi propone una soluzione già diversa; nella VII lettera enuncia con precocità stupefacente uno dei fondamenti più puri della democrazia, che cioè le leggi «non favoriscano il vincitore più del vinto ma che siano uguali per tutti i cittadini». Si può dunque pensare che Platone prospetti la città ideale non come prassi di una riforma politica, ma come deontologia di una riforma interiore. Lo stesso fallimento dei rapporti instaurati con Dionisio II, tiranno di Siracusa, nella convinzione che lo Stato debba essere retto da filosofi o da governanti dotati di formazione filosofica risulta, in questa luce, una lezione amara, ma forse più preziosa di un successo.
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