RASSEGNA STAMPA

29 DICEMBRE 2002
ARMANDO MASSARENTI
[Gentleman, vi insegnerò il «buon gusto»

I piaceri dell'immaginazione (Joseph Addison, «I piaceri dell'immaginazione», Aesthetica, Palermo 2002, pagg. 96, euro 13)  è, diremmo oggi, una raccolta di articoli.  Ma è anche molto di più.  Il suo autore, Joseph Addison, li pubblicò nel 1712 in 11 numeri consecutivi della rivista Spectator, da lui diretta insieme a Tichard Steele, rivolta a "lettori comuni", secondo un preciso programma che si proponeva di trasferire la filosofia dalle università e dalle biblioteche ai club e alle coffee-houses, cioè in quei luoghi dove una nuova classe dinamica ed emergente si preparava ad affiancare, se non a soppiantare, anche nel gusto, l'aristocrazia tradizionale.  Raccolti in volume dall'editore Aesthetica insieme al saggio sul gusto che li introduce, quegli articoli mostrano una straordinaria coerenza e organicità.  Vi è un chiaro disegno filosofico-estetico che li attraversa, benché essi trattino una grande varietà di temi. E in effetti essi divennero, in Inghilterra, un punto di riferimento fondamentale per ogni altra trattazione estetica, dalla Ricerca sull'origine delle nostre idee di bellezza e

di virtù di Hutcheson (da poco tradotte da Baldini&Castoldi) alle riflessioni sul bello e sul sublime di Burke.

La facoltà dell'immaginazione, ripresa dal sistema di Locke, è (insieme alla nozione di piacere, mutuata invece da Hobbes) il fulcro attorno al quale ruotano tematiche fondamentali: il bello, il sublime, il rapporto arte-natura, il sistema delle arti, il gusto.  L'identificazione di una facoltà specificamente deputata a cogliere determinate qualità - come la bellezza - degli oggetti, naturali o artistici, a partire dalla quale è possibile costruire un «sistema delle arti», segna l'originalità di queste riflessioni.  Secondo Giuseppe Sertoli, autore dell'introduzione, Addison è il primo filosofo a compiere consapevolmente questa operazione, componendo di fatto il primo vero "trattato" di estetica.

L'immaginazione è definita come una facoltà intermedia tra i sensi e l'intelletto, che riceve le immagini delle cose percepite coi sensi.  Essa ha la capacità di rappresentare gli oggetti assenti, e di operare autonomamente creando in un certo qual modo cose che non esistono in natura, mediante l'assemblamento ingegnoso di elementi previamente percepiti.  Questa facoltà immaginativa, che Addison riscatta da una tradizione moralistica che l'aveva screditata, altro non sarebbe che una scintilla divina presente nella mente umana: consiste nell'essere in grado di vedere più di quello che la natura offre allo sguardo, di andare oltre i confini limitati del mondo.  La curiositas, la spinta verso lo sconosciuto, è l'anima della vita intellettuale e artistica e del piacere che ne deriva.  Essa stimola lo scienziato a scrutare il macro e il micro cosmo col telescopio e col microscopio, spinge la riflessione poetica fino alle soglie dell'infinito, fa apprezzare ciò che di bello - o di sublime - si può trovare nelle più diverse idee ed esperienze: dalla passione per il giardinaggio all'uso della camera oscura, dalle nozioni dell'ottica sulla percezione dei colori all'arte della degustazione del tè, fino al (del tutto nuovo) apprezzamento estetico delle montagne.

Tutto questo all'insegna di un'altra categoria decisiva: il «buon gusto» che per la borghesia in ascesa, priva di requisiti distintivi del rango, ma pronta a farsi cooptare dall'aristocrazia, che disponeva di tempo libero, che acquistava quadri e statue ed edificava eleganti dimore di campagna, era divenuto il nuovo segno di distinzione, la carta vincente nel gioco dell'accreditamento sociale.
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