![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 29 DICEMBRE 2002 |
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E' uscito il primo volume degli scritti
sparsi dell'autore dell'«Antiedipo»
Gilles
Deleuze sembrava amare poco i propri simili, basti dire che si lasciava
crescere delle unghie lunghissime e arcuate, come per evitare il contatto (così
si spiegò una volta). Tutta la sua vita
è passata in uno splendido isolamento, interrotto solo dalla collaborazione con
Felix Guattari, che giocava il ruolo del medium nei confronti del mondo
esterno. Non sorprende perciò che
questa bella raccolta di scritti («L'île Deserte et autres écrits», a cura di
David Lapouiade, Ed. de Minuit, Parigi 2002, pagg. 416, e 25,50 dal 1953 al
1973) (una seconda è annunciata per il ventennio successivo: malato di polmoni,
Deleuze si è suicidato a settant'anni non sopportando di restare immobile e
intubato) si apra con un testo che risale ai profondi anni Cinquanta, scritto
per un periodico femminile e dedicato all'elaborazione di una teoria dell'isola
deserta. La teoria, ovviamente, ha
fatto la felicità dell'associazione degli editori di Tahiti, che le ha dedicato
lo spazio che si merita nel suo periodico «Lettre des îles», ma qui c'è
qualcosa che tocca da vicino il seguito del pensiero deleuziano. Quando, dieci anni dopo, Deleuze terrà
l'elogio dell'individualità nella filosofia di Nietzsche, e quando, vent'anni
più tardi, proporrà una singolare (in tutti i sensi) rivoluzione
psicoanalitica, sarà sempre sul filo di questo unico pensiero: le filosofie
sono isole, espressioni di una individualità assoluta e senza predecessori.
E' fin troppo facile vedere
la debolezza e persino la contraddizione intrinseca di una posizione di questo
genere. Nel suo eroismo
antiprofessorale è a suo modo proprio l'espressione di una filosofia da
professori di fine Ottocento: ogni professore compone il suo sistema che viene
letto e glossato dagli allievi, manca qualunque confronto e discussione comune,
e dunque, alla fine, è impossibile un progresso in filosofia. Quando il professore muore, si ricomincia da
capo. Ma non è nemmeno difficile capire
per quale motivo Deleuze sia ancora vivo nella cultura giovanile (cioè non solo tra i reduci del Sessantotto) a diversi
anni dalla morte e - ancor più - a
trent'anni buoni dall'uscita del libro che lo ha reso
famoso, L'antiedipo. Nell'aprile scorso, il
«Magazine Littéraire» ha dedicato un fascicolo monografico all'«Effetto
Deleuze», e cosa probabilmente anche più indicativa, perché sganciata dal ritmo
delle pubblicazioni e delle commemorazioni - ancora oggi mi capita di trovare
degli studenti che vogliono fare una tesi su di lui, e questo un po' mi
sorprende, visto che era un autore alla moda quando ero studente io. E la letteratura secondaria continua ad
arricchirsi, come testimonia in particolare il libro di Massimiliano
Guareschi Gilles Deleuze Popfilosofo, uscito
recentemente da Shake.
Nel suo scritto d'esordio,
Deleuze contrappone le isole continentali, accidentali e derivate
(un pezzo si stacca dalla terraferma) dalle isole oceaniche, originarie ed essenziali, che sono poi le isole in senso proprio, segno di una separazione assoluta e anche di un ricominciare da capo; nel suo scritto di commiato, in collaborazione con Guattari Che cos'è la filosofia (1991 traduzione italiana Einaudi, 1996), ha infine sostenuto che la filosofia consiste nella creazione di concetti. Non troppo paradossalmente, ciò che risorge nel filosofo maledetto è niente meno che Cartesio, che scrisse una volta a Voet: «Sed circa Philosophiam... nihil laudabilis est, quam esse Novatorem» (Adam Tannery VIII, 26). Ma questo appello all'insularità, a ben vedere, costituisce un punto importante per la filosofia continentale e per l'uscita dalle impasses in cui è venuta a trovarsi: non ripiegarsi sull'ossessione della ricapitolazione storiografica, lasciare gli storici della filosofia al loro lavoro, non cedere alla favola del circolo filosofia-storia della filosofia e osare almeno un poco nel mare aperto.