RASSEGNA STAMPA

29 DICEMBRE 2002
ALDO MASULLO
Senza Dio o la Natura non si può

La modernità della “metafisica" di Spinosa sta nel pensare che con l’idea di Dio s'intende come la causazione “divina" ossia “naturale" si propaghi attraverso un’infinita serie di mediazioni, entro la quale ogni cosa particolare si trova ad avere la sua causa “prossima" in un’altra cosa particolare, e perciò alla mente umana, inetta a risalire l’infinita catena dei nessi causali, le cose particolari si presentino sempre “contingenti".
Quando nella modernità matura si afferma l’assolutezza dei “diritti fondamentali" dell’uomo di fronte a tutti gli altri diritti, prodotti storici di volontà politiche, e dunque relativi, ci si appella a un rinnovato diritto “naturale". Ma anche il diritto “naturale", al di là delle sue formulazioni normative, pur sempre storiche, non può trovare nessun fondamento, non metafisico o fisico-causale o sociologico, dunque opinabile, se non nella inaccessibilità dell’origine, di quella libertà che nell’enorme complessità dell’umano coincide, essendone la necessità, con l'individualità di ogni singolo.
L'inaccessibile libertà-necessità dell’individualità conferisce all’uomo, con la sua assolutezza, la “dignità", l’esser “senza prezzo", incommerciabile ed insostituibile.
Da molte parti si sono autorevolmente segnalate tutte le deprivazioni costitutive, e dunque le violenze, imposte a un essere umano nato per clonazione, tra l’altro il negato gioco della roulette biologica, che consente di combinare due ricchezze genetiche, o l’iniziale forzosa retrocessione dell’età cellulare dei cloni, o l’imprevedibilità qualitativa del prodotto, con il danno e le sofferenze del malnato.
La multiforme offesa che si porta all’uomo ottenendolo per clonazione si riassume nella drammaticità della ferita esistenziale.
La libertà dell’uomo, prima s’è detto, si manifesta nella contingenza del suo nascere, anzi nel suo nascere com’è, ma la sua garanzia sta nell’inaccessibilità dell’origine della sua necessità. Perciò, quando non più “Dio" o la “natura", presidiano l’“inizio" dell’individuo, ma un uomo qualsiasi, l’esistere appare una dipendenza dell’uomo dall'arbitrio di un altro, è in radice la servitù.
Perché la morte, che all’uomo viene dalla malattia e dalla vecchiezza, suscita negli altri pietà ma non orrore, mentre ripugnanza e orrore suscita la morte inflitta dall’assassino o peggio dal carnefice?
Il fatto è che morte e nascita dell’uomo non sono semplici eventi di vita, ma sono la fine e l’inizio dell’esistere, cioè di un’individualità non solo in sorte a qualcuno, ma da lui provata nell’attesa o nel fatto, saputa come la sua, e solo sua.
Chi infligge la morte sopprime l’assolutezza dell’esistere, annientandola nel relativo del corpo inerte. Chi infligge la nascita sottomette la natura alla sua delirante violenza per imporre al nulla l’esistere, ovvero irresponsabilmente manipolare come relativo l’assoluto.
Ogni “fine" ed ogni “inizio" dell’esistenza, o libertà, sono un laicissimo mistero, dunque razionalmente sacri.
Allora, se da estraneo intervenire nel tempo per produrre la “fine", dare la morte, è il più grave dei delitti, non dovrebbe alla pari esserlo intervenire da “estraneo" nel tempo per produrre l’“inizio", provocare per clonazione la nascita?
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