LA
GENETICA CORRE PIÙ DEL DIRITTO
In questi anni abbiamo assistito ad un
fenomeno che si ripresenta ciclicamente nella storia dell'uomo: i tempi della
conoscenza accelerano, bruciando le tappe ed espandendo la mente dell'umanità,
mentre i tempi del diritto e delle applicazioni di queste conoscenze rimangono
indietro.
Quando questa sfasatura dei tempi si verifica, si possono avere dei corti
circuiti nei comportamenti individuali e collettivi. Si possono, cioè, come nel
caso della clonazione umana, prendere delle scorciatoie e — per protagonismo o
per soldi — pretendere di abbreviare i tempi delle applicazioni, là dove invece
queste richiederebbero altro sapere: quindi pazienza e ricerca di base, senza
affrettarsi a trarre conclusioni quando non si conoscono bene i meccanismi con
cui (e su cui) si opera. E questo è il caso della clonazione umana, ma non
solo.
Oppure, si può pensare di precedere addirittura la conoscenza proibendo per
legge — direttamente o attraverso limitazioni di bilancio — alcuni tipi di
ricerca (di ricerca, si badi bene, non di applicazione).
In un mondo che, soprattutto dal punto di vista dell'organizzazione della
scienza, è fortemente globalizzato, questi due "corto circuiti" sono
destinati a giocare il ruolo di palliativi per l'ansia sociale. Oppure di
ottimo materiale per l'enfasi che i media di questo o quel Paese vorranno
sfruttare per qualche tempo, salvo poi dimenticarne rapidamente la stessa
esistenza quando non rappresentano più qualcosa di insolito.
Questo perché la globalizzazione della scienza è in sé una forza che spinge
comunque — e lo fa dai tempi di Copernico e Galileo — verso un ampliamento
della conoscenza. E verso un aggiornamento del diritto che la pone di nuovo in
equilibrio nella società. E' accaduto così per la medicina sperimentale a
cavallo tra il Settecento e l'Ottocento o per la fisica dopo la seconda guerra
mondiale con i trattati di non proliferazione, ad esempio.
La clonazione realizzata prima della nascita della piccola Eva — ammesso che
davvero di clonazione si tratti, e se permettete io rimango scettico fino
all'esibizione di una prova scientificamente incontrovertibile — è stata
realizzata con animali che vanno dalle rane ai bovini. Ora io non trovo
assolutamente nulla di illecito nel clonare una pecora. Perché questo
esperimento ci porterà grandi conoscenze su quel che accade alla struttura
genica del vivente nel corso del suo sviluppo. Scopriamo che cosa accade
naturalmente al Dna, le mutazioni che accumula e ciò che questo significa per
il benessere del vivente. Queste sono conoscenze che hanno ovviamente un enorme
interesse pratico per la salute degli individui, ma hanno anche un grande valore
in sé, perché sono cultura. Alta cultura.
Ma la clonazione, come le conoscenze sul genoma umano, sullo sviluppo
cellulare, sulle staminali, possono portare a nuovi scenari del diritto, aprire
le porte a iniquità, a situazioni etiche discutibili o inaccettabili, a
"strappi" nel patto sociale regolato dalle leggi. Pensate solo a
tutto il problema dell'utilizzo delle informazioni contenute nel Dna di
ciascuno di noi e alla necessità — che io reputo indiscutibile — che questo
utilizzo sia conferito solo all'individuo e non possa essere mai a disposizione
di altri, tranne nei casi in cui serva per un atto di giustizia, come accade in
Tribunale con la "prova del Dna". La cultura del diritto sta cercando
di adeguarsi. Fino agli anni Settanta quasi non esisteva la parola bioetica,
oggi agiscono nel mondo migliaia di comitati bioetici con decine di migliaia di
esperti in diritto, filosofia, medicina, biologia, che producono a poco a poco
cultura giuridica.
Certo, gli scienziati possono autoregolarsi. Rifiutando di rispondere a chi
chiede loro di compiere gesti contrari all'etica : è il caso della clonazione
ma anche di alcuni tipi di terapia genica che, in teoria, potrebbero
rappresentare per l'individuo un rischio peggiore di quello dovuto alla
malattia o al pericolo di contrarla. Ma questo riguarda solo le applicazioni.
La conoscenza non può essere né etero né autoregolamentata. A meno che non
implichi l'uso di strumenti dannosi per l'umanità o per l'ambiente o per il
singolo individuo. |