![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 20 DICEMBRE 2002 |
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La provocazione di Paul Virilio:
contrapponiamo ai musei della scienza un Museo degli incidenti
«Alle
potenzialità dei veicoli e dei motori corrisponde l'incapacità dei piloti e dei
passeggeri. Ogni innovazione implica il suo malfunzionamento, cioè il suo
incidente» osserva Paul Virilio. E
più potente e pervasiva è la tecnologia, più drastici saranno i danni provocati
dal suo guasto, fino a quell'incidente totale sul quale da diversi anni ci
ammonisce Virilio, uno dei più originali e provocatori intellettuali francesi.
Urbanista e filosofo, autore di saggi come
L'estetica della sparizione (1992) e La
Bomba Informatica (2000), torna a far parlare di sé con un nuovo volume, L'incidente del futuro, pubblicato in
Italia da Raffaello Cortina Editore, e una mostra, Ce qui arrive (un'esposizione ospitata dalla Fondation Cartier di
Parigi che, con il contributi di diversi artisti, riprende appunto il tema
dell'incidente integrale). La critica del filosofo, negli ultimi anni, si è
concentrata su quell'uso abnorme della tecnologia, che è frutto di una
spericolata e irriflessivo rincorsa all'innovazione fine a sé stessa. Apparentemente potenziante, la tecnologia è,
per Virilio, in effetti un, depotenziamento dell'uomo, perché rimuove
continuamente quanto vi è di più di umano: il limite.
La
mostra vuole essere l'ideale seguito del nuovo libro. Sotto la supervisione di Virilio, artisti di ogni parte del mondo
hanno fornito la loro personale rappresentazione dell'incidente
(inevitabilmente l'l1 settembre è tra
gli episodi più raffigurati). Non si
tratta - spiegano - di estetizzare eventi tragici, ma di promuovere una nuova
consapevolezza. Dato che ogni
tecnologia comprende il suo guasto, gli incidenti non sono puri frutti del
caso, ma l'effetto, sicuramente indiretto, sicuramente sottovalutato, di scelte
precise. Virilio punta il riflettore
sul lato oscuro dell'innovazione e arriva ad ipotizzare un Museo degli
Incidenti: insieme contraltare e monito al progresso sconsiderato e senza
freni.
Professor Virilio, per Aristotele il
malfunzionamento, il guasto, l'errore sono insiti nella natura stessa delle
cose. Oggi tendiamo a sottovalutare
l'ineludibilitá dell'incidente?
L'incidente
non-naturale (industriale o d'altro genere) è una creazione indiretta. Inventare le navi vuol dire inventare il
naufragio; inventare il treno vuol dire inventare il deragliamento. Inventando l'aereo abbiamo anche inventato
l'incidente aereo.
Così
accanto al Museo della Scienza e della Tecniche vi è ormai posto per un Museo
degli Incidenti. Nel corso del XX
secolo, secondo le compagnie di
assicurazione, gli incidenti naturali (inondazioni, terremoti, ecc.) sono stati
superati, in quanto a danni, dall'insieme degli incidenti artificiali. Da qui la necessità di conservare la memoria
di questi tragici avvenimenti. Un dovere comparabile a quello richiesto dalle
guerre e dalle atrocità: io penso a Auschwitz, Hiroshima ma anche a Chernobyl.
Voi definite il progresso tecnologico disumanizzante
e alienante. Parole che sembrano
riecheggiare quelle di Freud nel «Declino della civiltà».
La
disumanizzazione ha il volto della robotica, o meglio ancora della
bionica. Nel senso che la Protesi non è
più un amplificazione delle performance dell'uomo, ma una loro mutilazione. Proprio una automutilazione di ciò che è
umano, da cui deriva il sempre più ridotto uso del «corpo vivente» a vantaggio
del «corpo morto» della macchina. E, a
seguire, questo infantilismo oggi così diffuso nella società. Con l'automatizzazione, alla potenzialità
dei veicoli e dei motori corrisponde, infatti, l'incapacità dei piloti e dei
passeggeri.
Se
la perdita di motorietà dovuta alla meccanizzazione dei trasporti poteva essere
superata con la diffusione delle attività sportive, con la rivoluzione
informatica le macchine si impadroniscono del pensiero e dell'immaginario. Si tratta, a tutti gli effetti, di una nuova
forma di alienazione.
In che modo i mass media contribuiscono
a questa alienazione di massa?
Secondo
Esopo la lingua è allo stesso tempo la migliore e la peggiore delle cose... che
dire allora della vista! L'audiovisivo
di massa è un'arma assoluta capace non soltanto di standardizzare l'opinione
pubblica, ma anche, più recentemente (con il Live, la diretta televisiva) di
sincronizzare le emozioni. I giornalisti della televisione non devono diventare
dei tele-evangelisti e devono prendere sul serio i danni che possono provocare,
volontariamente o no.
Lei è anche molto critico sulla
globalizzazione e sul suo potere omologante nei confronti delle culture locali.
Si
tratta di una tirannide culturale.
Perciò credo diventi essenziale preoccuparsi dell'ecologia
politica. Mi spiego: l'ecologia
ambientale si occupa dell'inquinamento, delle specie animali e vegetali, della
protezione dell'ambiente naturale, ecc.
Ma vi è anche quella che io definisco l'ecologia politica, l'ecologia
del sociale. Alla biodiversità naturale
delle specie animali e vegetali, la cui esistenza è difesa dai movimenti
ambientalisti, si aggiunge una sociodiversità culturale altrettanto
indispensabile della biodiversità.
Credo che se vogliamo salvare la democrazia, perché di questo si tratta,
sia della massima importanza sviluppare l'ecologia della sociodiversità, la cui
protezione dovrebbe essere sostenuta da una conferenza internazionale come
quella di Rio per l'ambiente.
Citiamo un altro libro: «Impero» di
Toni Negri e Michael Hardt, uno dei manifesti della cultura no-global. Ne condivide le analisi sulla situazione
attuale?
Non
vedo al momento alcuna vittoria finale di quella che Toni Negri chiama la
moltitudine. Vedo piuttosto la minaccia
crescente dell'incidente totale.
Il tema della Rivoluzione (come quello della Terza Guerra Mondiale) è superato dopo l'implosione dell'Unione Sovietica. La vera minaccia per il mondo globalizzato, dopo l'attentato alle Twin Towers, è del tutto nuova: si tratta della guerra civile mondiale. Una guerra per la quale l'attentato di New York è l'equivalente perfetto di quello di Sarajevo, che diede l'avvio alla prima guerra mondiale. A quell'epoca nessuna nazione desiderava il conflitto che, nonostante ciò, si è verificato comunque, con l'ecatombe che conosciamo.