![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 20 DICEMBRE 2002 |
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I segreti della nostra personalità nei canali di comunicazione fra
i neuroni
Un saggio del neurobiologo Joseph LeDoux spiega come il
funzionamento del cervello condizioni anche la coscienza
La vita ci
insegna chi siamo" ha detto Salman Rushdie, scrittore. Joseph LeDoux, un
numero uno tra i neuroscienziati, è pienamente d'accordo. Ma lui lo dice così:
"L'apprendimento ci consente di trascendere i nostri geni". Frase
concettosa, difficile da capire più ancora della prima, anch'essa non poco
ellittica? Forse. Dipaniamola allora, perché contiene elementi importantissimi.
Intanto con "apprendimento" e "geni" evoca i due termini di
una dicotomia - natura e cultura - che ha segnato e travagliato per secoli la
cultura dell'Occidente e che LeDoux ci comunica (nel volume appena uscito Il Sé
sinaptico , Raffaello Cortina, pp. 556, euro 33,50) essere ormai
definitivamente caduta. Si intende, nei laboratori della ricerca di base più
avanzata. Di suo, in quella frase, il cinquantaduenne ricercatore della New
York University sottende - riferendosi all'esito dei suoi studi, riassunti nel
volume appena citato - che natura e cultura parlano lo stesso linguaggio, usano
lo stesso alfabeto per esprimersi dentro e attraverso il nostro cervello: le
connessioni sinaptiche.
Stop per
spiegare, o almeno dare un'idea, di che cosa sono le sinapsi: gli infinitesimi
spazi tra le cellule cerebrali (neuroni), veri canali di comunicazione
attraverso cui passano sostanze chimiche (neurotrasmettitori) e impulsi
elettrici che in tal modo collegano e fanno "parlare" tra loro le
cellule stesse. Le sinapsi, dunque, riunite in circuiti estremamente plastici,
costituiscono il "linguaggio" del nostro cervello. E pertanto,
specifica LeDoux, "rendono possibili tutte le funzioni cerebrali",
dal respiro al movimento, ma anche "la percezione, la memoria, l'emozione
e il pensiero".
E poiché sia
gli impulsi naturali, voluti dal nostro genoma, sia quanto abbiamo appreso e
decidiamo si materializzano, "esistono" sotto forma di collegamenti
sinaptici, ecco chiarita non solo la vera portata della frase sopra citata, ma
della straordinaria affermazione di Joseph LeDoux: "Noi siamo le nostre
sinapsi". Il sottotitolo de Il Sé sinaptico recita: "Come il nostro
cervello ci fa diventare quelli che siamo". Ed eccoci ricongiunti alla
sentenza iniziale di Rushdie.
LeDoux si
era già spinto su un terreno "scandaloso" con il precedente libro per
non addetti ai lavori (va rilevato, però, che non sempre queste sue opere
divulgative risultano "facili" essendo i riferimenti tutti d'ordine
neuroscientifico, interni agli elementi del cervello), un precedente libro,
dicevamo, dal titolo Il cervello emotivo . Da trent'anni è, infatti, il
maggiore e fino a pochi anni fa abbastanza solitario investigatore di come e
dove si originano le emozioni dentro di noi, a cominciare da un'emozione
fondamentale per la sopravvivenza, la paura (fa scattare automaticamente gli
apparati di difesa), per la quale ha individuato il centro privilegiato
nell'amigdala, piccola "mandorla" situata nei lobi prefrontali.
Ma tanto per
le emozioni quanto ora, trattando dell'essenza dell'io, Joseph LeDoux dichiara
nettamente i limiti di scienziato cui si attiene: cercar di comprendere "i
processi sottostanti" ai "fenomeni soggettivi". Non punta ad
afferrare e catalogare l'esperienza, il vissuto soggettivo, i sentimenti. Tanto
meno la coscienza di sé, che resta tuttora più che sfuggente ai neuroscienziati
(e dagli anni 60 del Novecento a poco tempo fa, racconta LeDoux, se ne sono ben
tenuti alla larga, non osando neppure pronunciarne il nome, come un tabù che
avrebbe potuto farli bollare da anticristi "riduzionisti"). No,
dicendo che "noi siamo le nostre sinapsi" il prestigioso docente
della New York University non intende né pretende di spiegare tutta la nostra
umanità.
Però lei
scrive tutto questo in un libro diretto al grande pubblico, gli abbiamo
chiesto: ma cosa cambia per la gente comune sapere che il nostro io
"abita" nelle sinapsi? C'è qualche ricaduta concreta per la nostra
vita?
"Il
discorso sarebbe lungo - ci ha risposto -. Mi limito a dire questo: cerco di
spiegare alla gente comune come lavora il cervello. E che l'io, essendo una
funzione del cervello, viene creato come ogni altra funzione cerebrale. Le
sinapsi sono la chiave di tutte le funzioni cerebrali, dunque anche dell'io. A
tal riguardo, la cosa più importante è che esse costituiscono i magazzini
dell'informazione, contengono cioè le nostre memorie. E la memoria è parte essenziale
per l'identità".
Ma l'io, il
sé che lei descrive, professor LeDoux, dà un'impressione di instabilità. Le
sinapsi e le loro connessioni, dopotutto sono movimento, relazione, non una
cosa, non una zona del cervello. Né, come in un punto lei scrive riferendosi
alla nostra materia grigia, un "pezzo di carne". Ci è difficile
immaginarci "scritti" in circuiti mobili, plastici mentre avvertiamo
in noi una così forte componente di stabilità e continuità, nel tempo breve
come dalla prima infanzia.
La replica
di LeDoux: "Io cerco di spiegare la differenza tra il sé che conosciamo e
il sé che realmente siamo. Quest'ultimo è molto più esteso di quanto sappiamo.
E' vero, noi abbiamo un senso di identità, anzi di identicità nel tempo, ma la
nostra vera identicità e differenza nel tempo non è quel che sappiamo ma chi
noi siamo. E questo chi, il nostro sé, è per lo più inconscio".
Il
ricercatore Usa ha focalizzato i suoi precedenti studi sulle emozioni, anzi,
come precisa, sui comportamenti emotivi che ha scoperto in gran parte guidati
da una memoria inconscia, quella che ci fa fare un salto indietro alla vista di
un serpente prim'ancora di essercene resi conto o che ci fa istintivamente
evitare un oggetto o un posto legato a una brutta esperienza. O, ancora, che ci
fa battere il cuore e sudare le mani anche se non abbiamo "visto" una
scena spaventosa che è stata proiettata per pochissimi fotogrammi, stimoli
subliminali che la coscienza non arriva a percepire.
Professore,
lei afferma che la maggior parte del nostro vero io è inconscio: la sua è la
versione neuroscientifica della teoria psicoanalitica di Freud?
"Nient'affatto
- è la risposta di Joseph LeDoux -. L'inconscio di cui parlo io non è una forma
di coscienza repressa". Ma un legame con le terapie della parola lo
scienziato lo indica comunque, una nuova, inedita via: "Poiché ogni cosa,
anche gli squilibri mentali stanno in alterazioni dei legami tra sinapsi, gli
psicoterapeuti potranno insegnare ai loro pazienti a collegare diversamente le
proprie sinapsi. Sottoporsi a una psicoterapia è un processo di apprendimento,
no?, e l'apprendimento implica mutamenti nelle connessioni sinaptiche".
Dalle
neuroscienze, dunque, sembra prospettarsi un nuovo abbecedario fisico per
reimpostare la terapia della parola e del sentimento.
Dall'America
all'Italia, a un altro grande neuroscienziato di livello mondiale, Edoardo
Boncinelli, che ha suggerito la traduzione di questo volume e ne ha scritto
la prefazione. Professore, queste scoperte sul nostro cervello ci intrigano ma
ci inquietano anche: la libertà, i sentimenti, il nucleo del nostro essere
uomini... Dove stanno, sono lesi da queste scoperte?
"Nient'affatto - risponde con trasporto Boncinelli -. Le connessioni del nostro cervello sono talmente tante, un milione di miliardi, da assicurarci proprio per questo la libertà. Sono troppe perché il genoma, il nostro programma di base, innato, le possa controllare. Moltissime allora dipendono dalla mia vita, dalla mia esperienza, dalle mie decisioni. Possiamo addirittura sognare, nutrire ideali, compiere azioni "gratuite" da un punto di vista biologico. Non servono cioè alla specie. O addirittura sono in contrasto: come farsi monaca e dunque precludersi di far figli o addirittura suicidarsi o fare il kamikaze. Le sinapsi ci lasciano il nostro orgoglio. E anche la nostra tracotanza".