![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 17 DICEMBRE 2002 |
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La
sociobiologia fa ormai delle forze della selezione i fattori determinanti del
comportamento, censurando il libero arbitrio. Le tesi controcorrente del
ricercatore Pasquino Paoli: l'io
cosciente si
è distaccato dal Dna che l'ha prodotto
Se la
selezione naturale privilegia la sopravvivenza del più adatto in termini
individuali, come si spiega l'altruismo? La risposta darwinianamente più
corretta l'ha data William Hamilton: è il pool genico che va preservato e
quindi l'altruismo è proporzionale alla parentela (la quantità di Dna
condiviso), cosicché a volte può essere più utile alla fitness dei geni
sacrificare se stessi a favore di congiunti (paradigmatico il caso delle api
operaie e della regina). Il tutto codificato in una formula matematica.
La biologia
evoluzionistica non sembra lasciare spazio che al determinismo genetico, sicché
nella sociobiologia alla E.O. Wilson geni e ambiente, con le forze della
selezione, sono i fattori determinanti di ogni prodotto comportamentale. Le
ragioni superiori dell'adattamento e dell'egoismo riproduttivo sovrastano
l'individuo e il suo volere cosciente. In altre parole, "scompaiono"
la coscienza e il libero arbitrio.
Tuttavia, la
dimensione soggettiva pare un dato ineliminabile delle nostre esperienze e una
scienza che semplicemente le ignori non risponde compiutamente alle nostre
aspettative. Un tentativo di rintracciare l'origine biologica della coscienza e
di spiegarne insieme la reale autonomia - ma non indipendenza - del mondo
fisico viene dall'originale lavoro di un ricercatore del Cnr, Pasquino Paoli
(Il fantasma nella macchina, pp. 204, euro 12, Edizioni Polistampa, tel.
055-2337702).
Se si vuole
dar conto degli irriducibili stati qualitativi dell'io e della volontà
autodiretta restando nell'ambito dell'attuale spiegazione scientifica, bisogna
partire dall'evoluzionismo. L'organismo - spiega Paoli - per muoversi e
sopravvivere nel proprio habitat grazie alle risposte istintuali codificate
deve potere affidarsi a situazioni predicibili. Quando però i riferimenti
diventano fluttuanti, serve una strategia flessibile di risposta, uno strumento
che sia indipendente dagli instabili segnali esterni. Ad esempio, se ogni
mattina i leoni della sava na corro no a velocità diversa, risulta impossibile
calcolare le distanze di sicurezza, e il semplice riflesso a non oltrepassare
il limite - appreso con l'esperienza - si dimostra insufficiente.
L'evoluzione
avrebbe quindi inventato (nel senso neo-darwiniano) un "riferimento
artificiale" nell'unico spazio possibile: l'organismo stesso. Nasce così
il "fenotipo", un ente paradossale dipendente dal Dna, ma anche
indipendente, in quanto dotato di un proprio egoismo attivo. Il fenotipo, cioè
la mente cosciente come la conosciamo, svolge il ruolo di solutore dei problemi
al di là del semplice istinto acquisito nei casi in cui esso non basta: qualora
sia ignota la reattività dei leoni, è consigliabile rimanere vicino a un albero
sul quale arrampicarsi per sfuggire all'assalto o, dopo un milione di anni di
riflessione, portarsi un fucile.
Come
convivono gene e fenotipo nell'unico corpo che vediamo? La risposta di Paoli
tocca una vetta d'originalità ancora da corroborare: si instaura una simbiosi
basata su differenti economie di sussistenza. Il gene si fonda sui principi
darwiniani dell'utile/non utile; il fenotipo sui principi propri di polarità
positiva/negativa. In sostanza, quest'ultimo - in cambio delle sue prestazioni
nei processi dell'elaborazione comportamentale - ricava "premi
endogeni", percepiti dall'individuo come stati soggettivi di piacere,
dolore, coloritura emozionale...
È proprio il
consumo della sua remunerazione che costituisce il fenotipo come io cosciente,
un io capace nel corso dell'evoluzione di ampliare il suo "egoismo
evolutivo" nella direzione di un emanciparsi del Dna suo simbionte, fino a
spiegare il sacrificio del sé a favore di un estraneo, estrema manifestazione
del libero arbitrio altruistico e vero rompicapo per il darwinismo ortodosso.
Il saggio di
Paoli suona "provocatorio" come un corteo no global alla Casa Bianca:
far cambiare idea a Bush, agli evoluzionisti, non è compito facile. Eppure la
teoria ha già suscitato l'interesse di autorevoli colleghi, come Erasmo
Marré, professore emerito di Biologia molecolare alla Statale di Milano, che
ha voluto firmare la prefazione. Ora attende la prova del fuoco con la
pubblicazione di un articolo in inglese su una rivista internazionale.
Il tentativo
di evitare il riduzionismo della mente è comunque da salutare con favore:
probabilmente ci siamo evoluti da forme di vita inferiori ma siamo razionali e
liberi, capaci di elevarci sopra i condizionamenti meccanici della biologia.
Alcuni punti sembrano ancora problematici (e ci sia perdonato qualche tecnicismo): come si istanzia il fenotipo (sta nel cervello ma non è il cervello)? Esiste prima di consumare i premi o coincide con i processi (qualunque siano) che danno origine agli stati soggettivi? Se è per definizione autonomo dall'ambiente, non viola il principio di chiusura causale del mondo fisico? La strada, comunque, è aperta.