![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 17 DICEMBRE 2002 |
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Remo Bodei
non è solo uno dei maggiori filosofi italiani: è anche uno degli uomini più
colti in circolazione, con cognizioni storiche non riducibili alla filosofia.
Le sue riflessioni si sostanziano sempre di esempi illuminanti dalla
letteratura alla musica, dall'arte alle scienze. Il suo volume più recente è
l'affascinante Destini personali, appena distribuito da Feltrinelli (pagine
421, euro 26): un libro che è anche la conclusione di un tragitto ideale
iniziato anni fa con Scomposizioni e Geometria delle passioni. Tre opere che
hanno come centro, dice Bodei, lo stesso tema: "Indagano l'individuo, non
considerandolo in astratto ma studiando le forme che l'individualità ha assunto
in età moderna".
Il concetto
di individuo non è pacifico come sembra?
"No,
l'individuo non è un dato, ma un risultato: è una forma provvisoria assunta da
processi dinamici. Per studiarlo mi sono proposto di considerare le più comuni
strategie d'individuazione. Le principali sono nella modernità, a mio avviso,
soprattutto due: quella presentata da Locke e quella che risponde al nome di
Schopenhauer".
Cominciamo
da Locke, allora. Di solito, non è considerato Cartesio il modello di un
modello di individuazione vincente?
"Sì, ma
io credo che in Locke ci sia qualcosa di più. In Cartesio c'è ancora l'idea
dell'io come permanenza, sostanza, e quindi il concetto dell'eternità
dell'anima. Locke sa invece che non si possono pensare le sostanze, ma solo le
relazioni. La costruzione di se stessi è un'attività che non possiamo mai
smettere: in Locke c'è l'idea dell'identità come costruzione continua. I
diritti degli individui sono per lui inalienabili e vanno garantiti dallo
Stato, che deve perciò essere liberale, proprio per permettere questa continua
"cura di sé" che è di ognuno".
E
Schopenhauer?
"Fa
prevalere sull'individuo quella ferma motivazione che è la volontà di vivere.
In un processo ascendente, i "maestri del sospetto", come li chiama
Ricoeur, parleranno poi di forze che agiscono alle nostre spalle e che ci
determinano: la corporeità in Nietzsche, le strutture economiche in Marx,
l'inconscio in Freud. A costoro io penso si possa rispondere non negando le
loro tesi, ma affermando che noi siamo tali che più conosciamo queste forze più
le dominiamo: proprio il fatto di conoscerle, fa sì che le recuperiamo in
qualche modo alla sfera di coscienza. Alla coscienza non bisogna opporre
semplicemente l'inconscio, bensì l'incoscienza".
E lei,
professor Bodei, come vede l'individuo?
"Come
lo vedevano alcuni medici - filosofi francesi di fine Ottocento: Ribot, Binot,
Janet. La psiche è molteplice, c'è un conflitto in noi tra tante individualità:
l'io è propriamente un noi. L'importante è che ci sia un Io egemone che domini
gli altri: una sorta di primus inter pares, di Presidente del consiglio o Luigi
XIV dell'io. Altrimenti c'è la schizofrenia".
Ma
l'individuo non è forse, in quanto forma del moderno, qualcosa di sorpassato?
"Sembrerebbe
di sì, almeno a giudicare dalle discussioni americane sul post-umano. Il
post-uomo è mediato non tanto dal corpo fatto di cellule, quanto dalla capacità
di intervento sul nostro corpo che la bioingegneria ci permette. Già oggi siamo
in grado di curare malattie genetiche, come l'anemia di Falconi, intervenendo
sul genoma. Scompaiono le barriere: fra organico e metallico o plastico, ma
anche fra animali e uomini come mostra la possibilità di effettuare trapianti
sempre più arditi".
C'è pericolo
in questo?
"Sì,
perché possono esserci ricadute sulla politica: la bioingegneria può diventare
un'ingegneria sociale; e la politica una biopolitica. Il rischio vero della
nostra età è quello di creare uomini e donne da allevamento. La società risolve
oggi i nostri bisogni primari, per secoli occultati: cibo, sesso e
divertimento. Il fatto che siamo fisiologicamente appagati ci rende però
fragili psicologicamente. Le nostre coscienze possono essere facilmente
colonizzate: può nascere un pericoloso conformismo indotto da sofisticati
psicogoghi o "conduttori di anime"".
Sarebbe la
fine della nostra civiltà liberale?
"L'interpretazione liberale dell'individuo come ente compatto è fragile, perché l'individuo è un risultato ed è frutto del suo lavoro e dei suoi sforzi. C'è simmetria, nell'opposizione, fra l'io compatto del liberalismo e il noi compatto dei regimi totalitari: fra il fordismo e il taylorismo da una parte, le dottrine dell' "uomo nuovo" dall'altra. L'avvenire del liberalismo, a mio modo di vedere, è nella capacità che avremo di mantenere in tensione io e noi: visti come i due poli, che non vanno disgiunti, della stessa processualità".