![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 17 DICEMBRE 2002 |
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Negli Anni 80 il governo di Margaret Thatcher
decise di non finanziare più a scatola chiusa il sistema delle università
britanniche. Tutte le università, comprese quelle di Oxford e Cambridge,
sembravano, secondo il governo di allora, poco attive, se paragonate a quelle
statunitensi, nel reperimento di fondi attraverso contratti o collaborazioni
con imprese, istituzioni o privati. Ciò si rifletteva nella loro distanza ed
impermeabilità soprattutto nei confronti delle esigenze tecnologiche
dell'industria impegnata in una difficile sfida competitiva internazionale la
cui posta in gioco, in alcuni casi, era la sua stessa sopravvivenza.
Si decise
allora che il finanziamento pubblico sarebbe stato sempre più selettivo in
rapporto alla capacità "produttiva" dell'università, secondo
valutazioni differenziate per funzioni dalla qualità didattica alla capacità
tecnologica e di "fund raising". Sono stato testimone ad Oxford delle
violenti manifestazioni e reazioni che quella scelta produsse fino a negare il
dottorato honoris causa al primo ministro da parte dell'Università di Oxford.
Oggi, come effetto di quelle scelte, l'università britannica è l'unica capace
di competere con quella statunitense.
Ci può
essere un'analogia con quello che sta avvenendo in questi giorni in Italia con
i paventati tagli alle università. Sfortunatamente no. In primo luogo perché i
tagli seguono solo logiche finanziarie e non fanno parte di un disegno più
ampio per stimolare le capacità competitive ed imprenditoriali dell'università.
In secondo luogo, il nostro sistema, a differenza di quello britannico, è
ancora centralistico e l'autonomia che è la vera premessa della competitività è
ad uno stato embrionale. Detto questo non sono giustificabili molte delle grida
manzoniane dei rettori delle università italiane soprattutto per quanto
concerne la ricerca.
Le
università italiane in questi anni si sono attivate in modo insufficiente a
cercare finanziamenti aggiuntivi a quelli garantiti dallo stato. L'esempio di
questa passività è nei dati della partecipazione italiana al Quinto programma
quadro della Unione Europea. A fronte di un contributo dell'Italia alla ricerca
comunitaria del 14,5% i nostri centri di ricerca sono stati in grado di
ottenere solo il 10.4% e di questa fetta le università coprono solo il 25.6%
(mentre la Gran Bretagna ottiene il 17.5% e la quota della sue università è il
45.20%). In alcuni campi come le scienze della vita o l'energia l'Italia è
superata anche da paesi piccoli come l'Olanda.
Questa scarsa incisività è dovuta alla propensione "non applicata" della ricerca italiana? No, purtroppo, se si analizzano i dati di un documento della Conferenza dei Rettori Italiani che vede l'università italiana inferiore alla media internazionale di impatto su ben 82 delle 88 aree scientifiche. L'università italiana, al di là della politica delle lamentele, dovrebbe cominciare a fare un serio esame di coscienza e guardare a quei pochi, ma significativi, esempi virtuosi di sedi accademiche che si stanno organizzando con criteri meritocratici ed imprenditoriali.