RASSEGNA STAMPA

15 DICEMBRE 2002
FRANCESCO POLI
Barthes, appunti di vita
I disegni e i dipinti, le opere d'arte più amate e le predilezioni musicali, la passione per la fotografia e l'impegno politico. In una mostra al Centre Pompidou, l'avventura intellettuale e creativa di Roland Barthes

Roland Barthes (1915-1980) è forse il più eccentrico fra gli intellettuali della straordinaria stagione culturale francese degli anni `50-'70 e i suoi testi, tradotti in tutte le lingue, continuano ad essere letti, studiati, citati ma anche non capiti. La sua prima raccolta di saggi - Il grado zero della scrittura, del 1953 - apre la strada a una rivoluzionaria critica della letteratura incentrata sulla strutura materiale del linguaggio. Mitologie (1957) è una fondamentale riflessione semiologica sui miti, le icone e i feticci consumistici della società di massa e dello spettacolo; un libro che ha influenzato studiosi come Umberto Eco e che ha messo a fuoco con netto anticipo il senso del travolgente successo della cultura pop. Il sistema della moda (1967) è una ricerca sulla moda femminile attraverso la decodificazione dei testi delle riviste di settore. L'impero dei segni (1970) è un raffinato reportage, sui generis, che analizza la società e la cultura del Giappone a partire da aspetti e elementi apparentemente marginali. E infine, per citare ancora un titolo, La camera chiara, l'ultimo saggio pubblicato nel 1980, dedicato alla questione dell'estetica della fotografia, rimane tuttora il contributo più approfondito e geniale sul'argomento. Scrittore, semiologo, filosofo, critico e anche pittore, Barthes si è occupato di tutto: non solo di letteratura, cinema, teatro, musica, fotografia, arti figurative, ma anche di ogni altro tipo di fenomeni culturali di massa, con una curiosità intellettuale, e un impegno ideologico politico, sempre di altissimo profilo, ma anche con un atteggiamento sempre spiazzante, trasversale e controcorrente.
La mostra organizzata al Centre Pompidou da Marianne Alphant e Nathalie Léger - «Roland Barthes», sino al 10 marzo 2003 - ha cercato di realizzare un'impresa impossibile: visualizzare nella sua complessità e nelle sue principali articolazioni il percorso dell'avventura intellettuale e creativa multiforme di questo personaggio. Il risultato è, tutto sommato, soddisfacente e suggestivo, anche se l'operazione di visualizzazione e spettacolarizzazione non può che essere abbastanza superficiale, dato che il vero contenuto sta nelle pagine scritte. L'esposizione si sviluppa attraverso una serie di tappe incentrate sui temi affrontati dall'autore, sulle opere d'arte amate, sugli autori teatrali letterari e cinematografici oggetto di riflessione critica come Brecht, Sade o Robbe Grillet, sulle predilezioni musicali, e sui suoi interessi fotografici. Insieme a tutto ciò sono proposti anche i suoi manoscritti, una ampia antologia di suoi disegni e dipinti e un album fotografico di famiglia.
Il percorso inizia con una messa in scena che presenta una serie di oggetti, immagini e suoni, quelli analizzati con occhio demistificatore da Barthes in Mitologie: c'è una DS19 Citroen vera, immagini di un combattimento di catch e del Tour de France, la foto dei capelli dell'Abbé Pierre, la Guide Bleu, scene di strip-tease. A far da contrappunto a questa dimensione della società di massa, ci sono molti esempi di quadri di artisti a cui Barthes si è interessato nelle più diverse occasioni. Di Giuseppe Arcimboldo c'è il celebre Bibliotecario, un personaggio fatto interamente di libri, che potrebbe anche essere visto come una sorta di ritratto ideale dello stesso Barthes. C'è un dipinto di Saenredam, olandese del XVII secolo, i cui interni di abitazioni e di chiese hanno un'atmosfera quasi surreale. E poi ancora il voluttoso e ambiguo Endymion del neoclassico Girodet, e Orfeo e Euridice di Watts. L'interesse per l'arte contemporanea è documentato con opere di Klee, Erté, Masson e di Twombly, di cui è esposto il bellissimo Polittico di Pan. E' da notare che si tratta in tutti casi di artisti che hanno sempre mantenuto in stretto rapporto pittura, segno e scrittura. Interessante è la sezione in cui le Composizioni di Mondrian e un'opera musicale di Pierre Boulez - La Symphonie mécanique - sono analizzati in chiave strutturalista.
Per quello che riguarda la musica, un compositore d'oggi, Andrea Cera, ha creato una installazione dove a partire dai gusti musicali di Barthes - la musica romantica - è stato costruito un corridoio sonoro dove i suoni diminuiscono progressivamente di intensità fino a diventare un'aria musicale di Schumann. Anche nel caso della fotografia, un linguaggio visivo da cui Barthes era affascinato, si è ricorso a un omaggio realizzato apposta per la mostra dal fotografo scrittore Alain Fleischer: un'installazione multimediale che non poteva che intitolarsi La camera chiara, e che tenta di visualizzare, in modo un po' banale, i concetti di «punctum» (l'elemento imprevedibile dell'immagine che colpisce lo spettatore) e di «studium» (l'interesse dell'immagine in funzione della cultura di chi la guarda). Sempre a proposito della fotografia, è esposta anche una serie di immagini di Bernard Faucon.
Al centro del percorso espositivo, per visualizzare i contenuti del saggio sul Giappone - L'impero dei segni - è stato montato un diaporama rotondo con immagini del giardino reale di Kyoto.
Di notevole interesse è la sezione dedicata all'opera grafica pittorica dell'autore: un centinaio di fogli esposti liberamente su una grande parete senza cornice per sottoliearne la natura lieve e fluttuante. Barthes aveva cominciato a dipingere nel 1971 dopo il suo viaggio in Giappone, realizzando oltre cinquecento opere; sono acquerelli, disegni a penna o a pennarello su fogli di quaderno o anche fogli intestati dell'università. L'influenza grafica orientale diretta o mediata da suggestioni provenienti da artisti come Masson, è ben presente. Qui Barthes si ispira e si immedesima, in un certo senso con la tradizione dei pittori scrittori cinesi e giapponesi. Nell'Impero dei segni , analizzando una pittura ad inchiostro su carta, equivalente visivo di una poesia haiku, di Yokoi Yayu, artista del XVIII secolo, sottolinea proprio l'assenza di frontiere fra scrittura e pittura.
La mostra si chiude, in maniera molto efficace, con una grande parete sulla quale sono affissi 1890 fogli scritti, parte degli appunti schedati e ordinati dall'autore; un materiale che costituiva il magazzino delle sue idee e delle sue ricerche, e la base dei suoi libri.
L'ultima indicazione è dedicata al suo progetto di scrivere un romanzo intitolatoVita Nova . Un progetto purtroppo tragicamente interrotto dalla sua morte. Il 25 febbraio 1980 viene travolto da una camionetta in rue des Ecoles, a due passi dal Collège de France dove aveva appena tenuto la sua lezione.
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