RASSEGNA STAMPA

11 DICEMBRE 2002
GIUSEPPE MARIA DE LUMENO
Un pensiero appassionato

"Sono così abituati alle vecchie contrapposizioni tra ragione e passione, tra spirito e vita, che in un certo modo ci meraviglia l'idea di un pensiero appassionato, in cui pensare ed essere vivente si convergono in una stessa cosa", questa è una acuta considerazione che Hannah Arendt fa a proposito del pensiero di Heidegger, ma che può valere anche per gli scritti che Antonio Calabrò ha compendiato in un libro "Dissensi", appena uscito in libreria. Quello di Antonio Calabrò si può, in effetti, definire un "pensiero appassionato", che aspira ad una sintesi tra ragione e cuore, e dunque anche tra scrittura, poesia e filosofia. "Scrittore e pensatore di confine" può essere considerato, in cerca di una modalità espressiva che concili in sè il rigore etico e la passione per un'adesione più profonda del pensiero alla vita. In lui lo scrivere non è mai puro esercizio, ma esigenza profonda dell'essere alla ricerca di rapporti vitali.

Il "Virgilio" di Antonio Calabrò in questa continua e sistematica ricerca è Bartleby lo scrivano.

Un personaggio singolare, protagonista di un lungo racconto pubblicato da Herman Melville nel 1853, un paio d'anni dopo il capolavoro di Moby Dick. Bartleby è un modesto impiegato che sa dire di no. Anzi, che "preferirebbe di no". Pratica il rifiuto come un'arte esoterica e irraggiungibile, che lo porterà a morire in prigione, testimone di un ideale che soltanto lui conosce o, forse, ha intuito in una sorta di "visione" che ha squarciato per un istante il grigiore di Manhattan. Certo rispetto al Bartleby originale quello di Calabrò è un pensonaggio molto più loquace, in grado di discutere di qualsiasi cosa e comunque capace di farci scivolare presto o tardi verso interrogativi capitali che seguono sempre con forza e lucidità i meandri del ragionamento.

Questo Bartleby siciliano non sopporta il dilettantismo, l'eterna adolescenza dei "dinks", le coppie "double incombe no kids", "doppio stipendio e niente bambini", che rappresentano l'emblema della opulenta società contemporanea: sazia, ricca e disperata. E pur evidenziando la sfera di "pensatore laico" lo scrivano interpretato da Antonio Calabrò si mostra interessato a situazioni e figure del mondo religioso ed ecclesiale. L'indicazione può venire dalla cronaca, come accade per i consigli al politico cattolico, stilati dal Pontificio consiglio Iustitia et Pax, oppure dal ricordo di un personaggio come don Lorenzo Milani, che Calabrò prende a paragone per interpretare le peripezie e le complessità del sistema scolastico italiano. Perché in definitiva è proprio dall'incontro fra la sensibilità mistica di Melville e il temperamento combattivo di don Milani - mediati magari dalla saggezza di Leonardo Sciascia - che nasce la politica del dissenso elaborata con misure e con coraggio in questo libro.

Per il giornalista siciliano è centrale il contrasto tra ragione - "la sconcia ragione" di don Chisciotte e vita, contrasto espresso con toni energici e appassionati, nel quale è evidente la critica ad Hegel - "tutto il vitale è irrazionale, e tutto il razionale è antivitale", come scrisse il grande filosofo spagnolo Unamuno - e ad ogni tipo di razionalismo.

Del libro di Calabrò si comprende soprattutto la preoccupazione per le sorti del nostro Paese, il ruolo di intellettuale sdegnoso ma vigile, come i templari, che trascorrevano la notte in veglia d'armi.

Mi piace finire la recensione del libro citando ancora una volta Unamuno "Se non c'è chi vegli quando tutti dormono, equivale a dire che non c'è chi ami, che veramente speri".
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