RASSEGNA STAMPA

10 DICEMBRE 2002
ENNIO CARETTO
L'America scopre i revisionisti della globalizzazione

Da Singer a Stiglitz: negli Usa avanza il partito contrario al "neocapitalismo imperiale"

Peter Singer, docente di bioetica dell'Università di Princeton, quella di Albert Einstein, è uno dei filosofi più controversi del nostro tempo, un apostolo dell'eutanasia e nemico del "neocapitalismo imperiale". Lo conferma l'inizio volutamente provocatorio del suo ultimo libro, edito dalla Yale University Press: One world: the ethics of globalization (Un mondo: l'etica della globalizzazione). Singer accosta i terroristi che distruggono i grattacieli con gli aeroplani agli automobilisti dei fuoristrada che contribuiscono all'effetto serra. Atrocemente gli uni, stupidamente gli altri, ammonisce, mettono a rischio il futuro dell'umanità. Un futuro che è sempre più interconnesso: "Come supereremo l'era della globalizzazione - scrive Singer - anzi se la supereremo o no, dipenderà dalla moralità della nostra risposta al problema di fondo: che viviamo in un unico mondo". Nel libro, il filosofo sottolinea di non essere contrario alla globalizzazione, che a suo parere non è immorale in sé, ma a come essa viene attuata o strumentalizzata dagli Usa. Singer si scaglia contro gli Stati Uniti "perché talvolta rappresentano un serio ostacolo al miglioramento della condizione umana globale". E avanza alcune proposte: un maggiore impegno individuale e collettivo nella lotta contro la povertà, una riforma delle istituzioni internazionali, una stretta cooperazione regionale, la difesa dei posti di lavoro e dell'ambiente.

L'attacco del filosofo alla globalizzazione ha destato scalpore. Ma sebbene più eclatante degli altri, è uno dei molti che vengono sferrati con crescente frequenza dai maestri del pensiero americani, allarmati dal divario Nord - Sud, Paesi ricchi - Paesi poveri. Dall'11 settembre del 2001, il fronte dei proglobal ha incominciato a scricchiolare. Le stragi delle Torri gemelle di Manhattan non hanno solo intaccato il mito della nuova economia (è simile alla vecchia), né hanno solo ridimensionato la retorica di Internet (non è il nuovo illuminismo). Hanno anche imposto un riesame degli effetti della globalizzazione, scatenando un acceso dibattito tra i suoi critici, come il mago delle monete George Soros e il premio Nobel dell'economia Joseph Stiglitz, e i suoi fautori, come Thomas Friedman del New York Times e Brink Lindsey del Cato Institute. Imperterrita, l'amministrazione Bush continua a predicare il verbo global, né si può sostenere che i no global per partito preso abbiano fatto proseliti tra gli intellettuali. Ma nella terra che l'ha inventata, crescono le fila dei pentiti della globalizzazione, coloro che non la rinnegano ma vogliono cambiarla.

Uno dei primi leader americani a denunciare le conseguenze del movimento incontrollato dei capitali e del dominio dei mercati finanziari e delle multinazionali sulle economie nazionali è stato Soros, in un libro immodestamente intitolato George Soros on globalization . Il guru ha messo sotto accusa sia "i fondamentalisti del mercato che rifiutano di modificare istituzioni esistenti e di crearne altre a fini sociali" sia i noglobal "stranamente sordi alla necessità di elevare il livello dei governi e della vita pubblica nelle nazioni povere". Prima ancora di Singer, Soros ha invitato gli Stati uniti "a prendere atto, dopo l'11 settembre, che siamo tutti interdipendenti". Il premio Nobel Joseph Stiglitz, l'ex consigliere economico del presidente Clinton, ha compiuto un'analisi ancora più stringente del fenomeno in un volume, La globalizzazione e i suoi oppositori che è divenuto un best seller mondiale. Stiglitz rimprovera agli Stati Uniti di spingere il mondo ad aprirsi troppo rapidamente ai loro capitali; all'Occidente di chiudersi ai prodotti agricoli africani; e al Fondo monetario d'imporre l'austerità a Stati che invece abbisognano di stimoli. Il Nobel ha addirittura messo in dubbio l'utilità della liberalizzazione dei commerci, osservando che negli anni Sessanta, col protezionismo, l'America Latina crebbe del 5,4 per cento annuo, e negli anni Novanta, col liberismo, del 2,9 per cento.

Una critica diversa, ma forse ancora più autorevole, è quella di Samuel Huntingon, il massimo esperto americano di geopolitica, autore di Lo scontro di civiltà . Huntington ha diretto due antologie, Many globalizations: cultural diversity in the contemporary world (Molte globalizzazioni: diversità culturali nel mondo contemporaneo), edito dalla Oxford University Press; e C ulture matters: how values shape human progress (La cultura importa: come i valori plasmano il progresso umano), pubblicato dalla New York Basic Books. Le due antologie sono un invito alle forze della globalizzazione a rispettare l'identità dei vari popoli e alla Superpotenza a non fare del colonialismo culturale, oltre che finanziario. "Nessuna civiltà è costituzionalmente incapace di raggiungere il benessere e la democrazia" commenta Huntington parlando dello zelo dell'America nel propagandare il proprio modello. Condivide queste posizioni l'intellighenzia moderata Usa, da Paul Samuelson, un altro Nobel della economia, al suo collega Paul Krugman, allo storico Arthur Schlesinger, portatori tutti della globalizzazione dal volto umano.

A giudizio di Samuelson, le stragi delle Torri gemelle e il crollo della borsa hanno aiutato i critici e danneggiato i sostenitori della globalizzazione, soprattutto tra gli accademici, "perché ne hanno esposto gli eccessi e le ripercussioni sui Paesi più deboli". Thomas Friedman e Brink Lindsey non sono d'accordo, come non lo è l'insigne economista della Columbia University Jagdish Bhagwati. In The lexus and the olive tree (Il lexus e l'olivo) Friedman ha descritto la globalizzazione come il nuovo ordine internazionale del XXI secolo. E nel suo lavoro The uncertain struggle for global capitalism (L'incerta lotta per il capitalismo globale), Lindsey ha attribuito le attuali difficoltà del Terzo mondo allo "statalismo" occidentale del passato.

Bhagwati, che sta scrivendo In defense of globalization , (In difesa della globalizzazione) rimprovera persino a Stiglitz e compagni di "essere rimasti all'economia giurassica e cercare di riesaminare dinosauri estinti". Ma è incontestabile che alcuni economisti americani stiano diventando revisionisti. "Ad Harvard a esempio - riferisce Samuelson - Dani Rodrik esamina i limiti del liberismo nel promuovere la crescita; a Princeton Helen Rey studia la propensione dei Paesi emergenti a entrare in crisi quando aprono i loro mercati finanziari; e al Mit Daron Acemoglu propone il controllo degli investimenti a breve".
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