![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 8 DICEMBRE 2002 |
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Robert Merton racconta le avventure
spesso nascoste dai resoconti ufficiali, delle scoperte avvenute per caso. Come la doppia elica del Dna
Il conflitto d'interessi tra maschio e
femmina, le conchiglie come parte integrante della nostra civiltà e l'universo
prima del Big Bang
Viaggi e avventure della Serendipity, il
manoscritto lasciato nel cassetto nel 1958 dal grande sociologo della scienza
Robert K. Merton (scritto con la storica Elinor G. Barber) stava finalmente
per essere dato alla stampe due anni fa, in coincidenza del suo novantesimo
compleanno. Noi del «Domenicale», per
festeggiarlo, disponendo delle bozze ne avevamo dato un'anticipazione il 2
luglio 2000. Poi, invece, Merton decise
di fermare tutto. Ciò non impedì a
giornali e riviste di uscire per mesi con articoli e commenti su un evento che
in realtà non si era realizzato. Segno
che davvero la serendipity, come
scrive Merton, è un concetto «autoesemplificativo»: non appena ci si imbatte in
essa, subito la si riconosce come qualcosa che era già nell'aria, come la
soluzione di qualcosa che andavano cercando, proprio come accade con ogni altro
dato «imprevisto, anomalo e strategico» capace di illuminare un campo
d'indagine.
Accadde
allo stesso Merton, che scoprì serendipicamente la serendipity negli anni Quaranta mentre sfogliava l'«Oxford English
Dictionary» alla ricerca di una qualche voce che iniziava per "se". Subito la riconobbe come risolutiva per certi problemi
affrontati nell'ambito della sociologia della scienza, come quello delle
weberiane «conseguenze inattese delle azioni intenzionali». Chi l'avrebbe mai detto che dei puritani in
cerca di una conferma del loro stato di grazia, per eterogenesi dei fini, ci
avrebbero regalato la moderna società industriale?
La
quale è essa stessa uno dei contesti più serendipici che si possano
immaginare. Prendete le definizioni concorrenza di due autori liberali come
Frédéric Bastiat e Friedrich A. von Hayek (nelle due utili raccolte
approntate per l'editore Armando da Massimo Baldini, intitolate
rispettivamente Il mercato e la
provvidenza, pagg. 160, E 10,50, e L'utopia
liberale, pagg. 174, E 10,50) e vedrete quanto siamo vicini all'idea
scoperta da Merton.
Promuovendo
la libera impresa e la libera ricerca la società industriale ci ha regalato
scoperte serendipiche, dal nylon alla pentola antiaderente, dal velcro al
post-it, e, in campo medico-farcamacologico, l'ossigeno, l'anestesia, il
chinino, i dolcificanti, l'insulina, l'Lsd, il Pap test, la penicillina - tutte
fatte per caso, mentre si cercava qualcosa di completamente diverso, o che
servisse a tutt'altri scopi.
Inutile
dire che (colmo dell'«autoesemplificazione») niente è più serendipico della
ricerca di un regalo: si parte con una certa idea di che tipo sia, e che cosa
possa prediligere, la persona interessata, e poi, dopo la ricerca, si finisce
per trovare qualcosa di completamente diverso, ma di più adatto, da ciò da cui
si era partiti. Viaggi e avventure della Serendipitiy è un libro che, qualora lo si
sfogliasse casualmente in libreria, risulterebbe un regalo perfetto sia per chi
ha interessi letterari (perché, testo letterario esso stesso, per buona parte è
una storia letteraria dell'idea di serendipity,
a partire dalla favola dei tre principi dell'isola di Serendippo, oggi
Ceylon) sia per chi ha interessi sociologici o scientifici.
Finalmente
stampato dopo mezzo secolo (dal Mulino, in prima mondiale, pagg. 470, ,E 24),
con l'aggiunta delle splendide «riflessioni autobiografiche» che giustificano
pienamente il ritardo, questo libro è una miniera di ulteriori rimandi a
possibili regali per menti pronte e sagaci.
Nella nuova postfazione, appunto, come esempio di scienziato che,
durante il conferimento del Nobel, rompe gli schemi della comunicazione
scientifica standard per mostrare i lati serendipici della ricerca, Merton cita
Richard Feynman. Di questo
straordinario fisico Adelphi ha appena pubblicato la raccolta Il piacere di scoprire (pagg. 286, 4E
20,00, recensito il 6 ottobre scorso).
Come attento osservatore dei processi di serendipity nascosti dallo stile ufficiale della scienza, - oltre a
John Ziman, autore di La vera scienza. Natura e modelli operativi della pratica scientifica (appena
uscito per Dedalo, pagg. 490, e 19,00) - Merton cita il Nobel per la chimica -
«oltreché poeta e sociologo dilettante della scienza» - Roald Hoffmann. Proprio quel Hoffmann cui lo psichiatra
Oliver Sacks ha dedicato i suoi serendipicissimi ricordi da piccolo chimico
di Zio Tungsteno (Adelphi, pagg. 412,
£ 19,00).
Merton
fa anche un vero scoop. Spiega come,
rispetto all'asettico articolo di cinquant'anni fa che valse il Nobel a Crick e
Watson per la scoperta della struttura a doppia elica del Dna, nei loro scritti
successivi (compresi quelli di James Watson appena usciti in Geni buoni,
geni cattivi. Storia di una passione per il Dna, Utet, pagg. 272, e 18,50)
il racconto si fa molto meno formare e molto più serendipico.
Alla scoperta della doppia elica non sarebbero mai arrivati se non fosse loro capitato di condividere casualmente l'ufficio con un giovane chimico, Jerry Donohue, che spiegò a Watson che i manuali di chimica organica erano zeppi di forme tautomere fortemente fuorvianti. Grazie a questa dritta furono in grado di giungere alla loro grande scoperta. Battendo i colleghi che operavano in microambienti a più basso tasso di serendipicità.