Da Habermas, equivoci sulla
vita
La modificazione genetica è legittima
solo a scopo terapeutico: questa la posizione espressa in «Il futuro della
natura umana» (Einaudi). Ma lo sforzo di mediazione tra modernità e tradizione
si risolve, in realtà, nello sposare la causa metafisica definita
dall'antropologia esistenzialistica: quella che fondò la divisione del lavoro
tra filosofi e scienziati
Che differenza c'è
tra un uomo e un tagliacarte? La domanda può sembrare oziosa, ma nel 1946 Sartre
si preoccupò di fornire una risposta: il tagliacarte - scriveva - è quel che è, e sapevamo già quel
che sarebbe stato quando l'artigiano iniziò a produrlo; l'uomo invece
«all'inizio non è niente; sarà solo in seguito, e sarà quel che si sarà fatto».
L'uomo dunque è l'ente la cui essenza e definizione vengono dopo l'esistenza: io mi domando chi sono,
e la risposta, una vera risposta, potrà darsi solo al termine della mia vita.
Il primo passo dell'esistenzialismo - diceva ancora Sartre - è il far cadere su
ogni uomo la responsabilità totale della sua esistenza, inquantoché l'uomo non
è se non progetto, egli è solo progettarsi, e definirsi
nel proprio progettarsi. Si trattava di una evoluzione coerente
dell'antropologia pensata da Kierkegaard circa un secolo prima: Kierkegaard
aveva spiegato infatti che ogni persona «è un compito a se stessa», e il
compito di ciascuno è utilizzare la propria libertà per
«poter-essere-se-stessi». Sul piano etico, questo significava una ragionevole
rottura con il principio dell'universalità della morale: la buona vita non è
più quella che si adegua alla regola universale, ma è la vita «autentica», nel
senso del proprio libero, personale e insindacabile diventar-se-stessi.
Ora, poniamo che
questo punto di vista sia l'approdo di una morale davvero libertaria, e sia
quanto di meglio si possa pensare per la società pluralista, plurale e
multiculturale in cui ci troviamo. Che cosa ci dicono, questa antropologia e
questa morale dell'essere-se-stessi, riguardo a procedure che colgono la
possibilità di essere se stessi all'origine, e per così dire la espropriano dai
se stessi a cui dovrebbe essere di diritto assegnata? Che cosa ci dice questa
ingiunzione di essere se stessi quando una facile e minima manipolazione
genetica è in grado di pre-ordinare nei dettagli l'essere se stesso di un
individuo? L'uomo allora non si distingue dal tagliacarte: egli è prodotto dai
suoi genitori eugeneticamente per poter essere il miglior tagliacarte, pardon
uomo, che ci sia sul mercato. Il mistero, l'imprevedibile, che circonda il mio
diventare quel che sono è tolto: la generazione precedente ha già deciso quel
che sono e pertanto diventerò. La morale dell'essere se stessi non funziona
più, e (ciò che più conta) l'antropologia dell'uomo distinto dal tagliacarte
non sta più in piedi.
Qui, è ovvio, c'è da
prendere una decisione. Evidentemente c'è qualcosa, nella vecchia distinzione
sartriana, che non si adatta più alle condizioni attuali della nascita, ossia
al modo in cui la specie oggi vede l'inizio della vita umana: dunque occorre
riformare l'antropologia di sfondo. Oppure: c'è qualcosa, nella visione
scientifica del nostro nascere e vivere, che non si adatta alla nostra visione
antropologica di sfondo: occorre riformare o rivedere o controllare il nostro
modo di trattare scientificamente l'origine della vita.
Il problema è ormai
noto e classicamente controverso, anche se la decisione, a quanto pare, non è
stata ancora presa. Jürgen Habermas è stato uno dei protagonisti del
dibattito, e i suoi principali interventi sono ora raccolti, a cura e con
postfazione di Leonardo Ceppa, in Il futuro della natura umana (Einaudi, pp. 125, 14, 00 euro). Il
libro ha l'indiscutibile merito di mettere in chiaro minuziosamente, ma anche
con una notevole semplicità e immediatezza, il terreno di riferimento per ogni
posizione possibile in materia di liberalismo genetico. Qui, più che in altri
scritti, Habermas ha un approccio semplice e diretto ai problemi, e davvero
notevole è il suo sforzo di delineare il quadro globale entro cui essi si
collocano, tanto che il lettore può con estrema facilità orientarsi, e misurare
quanto e come sia il caso di condividere la posizione habermasiana.
L'idea di fondo
dell'autore è che la casualità della nascita deve essere in linea di
principio preservata, deve cioè rimanere come lui dice «indisponibile». La
modificazione genetica è legittima con scopi terapeutici, è cioè accettabile la
cosiddetta genetica negativa, che toglie e scongiura le malattie
ereditarie, non la genetica migliorativa e pianificante, o lo «shopping in the genetic
supermarket».
Il saggio centrale e
più importante del libro è «I rischi di una genetica liberale», in cui Habermas
presenta e argomenta preliminarmente la sua posizione: il liberalismo genetico
espropria gli individui dell'eguaglianza casuale della nascita, genera un
rapporto asimmetrico tra generazioni pianificatrici e generazioni pianificate,
rende suscettibile di intervento decisionale ciò che dovrebbe essere
supremamente indisponibile, ossia l'essere di un essere umano. Il saggio è
circondato da altri tre interventi, due dei quali specificano la cornice
filosofica entro la quale vanno intese le teorie habermasiane, e il terzo è un
importante «poscritto», che contiene le risposte di Habermas alle critiche che
«I rischi di una genetica liberale» ha suscitato nel corso del seminario su
«Law, Philosophy and Social Theory» diretto da Thomas Nagel e Ronald Dworkin.
Per capire tutte le ragioni - molto sottili e argomentate - di Habermas nel
condannare la genetica positiva converrà soprattutto leggere questo poscritto.
Qui vorrei soltanto accennare a un problema di fondo. Nel primo intervento
Habermas si chiede se il vecchio principio dell'astensione giustificata in materia di contenuti normativi sia
ancora valido, quando la specie umana sembra essere minacciata nella sua
«autocomprensione», ossia quando ci si trova alle prese con questioni
concernenti l'etica
del genere
(aborto, clonazione, modificazioni in vitro, ecc.). Se il filosofo vuole
mantenersi post-metafisico, ovverosia se vuole lasciare da parte la pretesa di
definire e ridefinire l'essere dell'uomo, non riesce a dire molto allo
scienziato manipolatore genetico se non «fac quod vis»; ma se invece vuole
intervenire nel dibattito, e non vuole lasciare la questione nelle mani degli
«ingegneri appassionati di fantascienza» o dei biologi, dovrà adattarsi a
prendere posizione. Ma come prendere posizione, se occorre
rispettare la regola dell'astensione, ossia, per intendersi, se bisogna evitare
ogni nuova definizione dell'uomo?
Il requisito
distintivo della posizione di Habermas, come suggerisce giustamente Ceppa,
appare qui con particolare evidenza, e si tratta di questo: Habermas rifiuta lo
sdegno scandalizzato nei confronti del pragmatismo della scienza, e tuttavia
mira a un recupero della tradizione; il suo procedimento consiste
nell'elaborare i contenuti del pensiero pre-moderno e mitico che ispira la
nostra tradizione all'interno di un programma di «autolegislazione democratica
delle forme comunicative». In altre parole: non si tratta di buttare via
Kierkegaard (né eventualmente Sartre), ma di far valere la loro antropologia
post-metafisica, con eventuali emendamenti, alle circostanze attuali. La
soluzione di Habermas consiste dunque in uno sforzo mediativo: salvare la
tradizione dentro le nuove condizioni scientifiche. Ma si vede bene allora che
salvare la tradizione per lui vuol dire due cose: a) salvare l'antropologia
kierkegaardiana, vista come l'unica in grado di evitare un quadro metafisico
normativo di riferimento per l'etica; b) salvare il principio dell'astensione
giustificata in materia metafisica. Dunque si tratta, in sintesi, di salvare
Kierkegaard e Kant: lasciare a ogni uomo il poter essere se stessi, e a ogni
filosofo il poter esaminare le condizioni, senza compromettersi con i contenuti.
Ma davvero è questa la tradizione da salvare? La domanda
che i rischi di una genetica liberale oggi pongono al pensiero forse è proprio
in direzione opposta. A mio parere Habermas dovrebbe disfarsi senz'altro delle
sue premesse post-metafisiche, e della sua astensione giustificata,
riconoscendo che l'astensione di cui sopra è in fondo una civetteria dei
filosofi trascendentali, e che già mediare tra tradizione e modernità significa
sposare una causa metafisica, segnatamente: quella definita proprio dall'antropologia
esistenzialistica, la stessa antropologia che - Habermas lo sa bene - ha
promosso, fondato, incoraggiato, la divisione del lavoro tra filosofi e
scienziati.
L'ostinazione
habermasiana nel non prendere posizione in materia di contenuti, ossia di
definizioni di uomini e tagliacarte, di fatto equivale a un'adesione acritica
nei confronti di una antropologia che avrà pure avuto i suoi meriti, ma forse è
proprio il punto debole, oggi, della nostra antropologia (ontologia) di sfondo,
che ispira tanto la filosofia «postmetafisica» quanto la scienza (ma la scienza
non ha responsabilità in questo: il lavoro degli scienziati non consiste
nell'elaborare immagini possibili del mondo e dell'uomo che ispirino il buon
lavoro scientifico come la buona vita dell'uomo comune). In altre parole, è
difficile pensare che l'alternativa tra limitare la scienza e modificare la
nostra visione filosofica di sfondo si possa risolvere, come vuole Habermas,
attraverso la duplice mossa di una parziale limitazione della scienza, e una
parziale modificazione della tradizione.
Probabilmente, c'è
in gioco qualcosa di più vitale ed essenziale, su cui la filosofia è chiamata a
prendere posizione, e rispetto a cui le vecchie cautele trascendentali non
hanno più ragioni né forze. Non soltanto l'idea kierkegaardiana e sartriana non
è l'unica idea dell'uomo davvero capace di orientare una visione etica, ma
probabilmente, i rischi delle pratiche eugenetiche stanno a monte della
scienza: per esempio, nella cultura deviata di genitori che vogliono figli
perfetti, e tagliacarte preziosamente intarsiati. Così la questione sembra
essere di pertinenza proprio di quel tipo di pensiero e di elaborazione teorica
da cui Habermas (e con lui una lunga e peraltro illustre tradizione) consiglia
di astenersi. |