RASSEGNA STAMPA

4 DICEMBRE 2002
GIUSEPPE SALTINI
Addio a Illich, criticò la modernità e anticipò i no global

E' scomparso il famoso sociologo e filosofo. Scrisse "Descolarizzare la società" e "Nemesi medica"

 "Non mi piace vivere troppo a lungo. Sono vissuto bene, ma ho già voglia di morire". E ancora: "Perché campare di più? È forse un obiettivo? Quando avrò ottant'anni quelli della mia età, grazie agli ultimi ritrovati della scienza, saranno triplicati, e a me non va affatto di esserci ancora". Queste frasi risalgono al secolo scorso, esattamente al 1989. A esternarle fu Ivan Illich, critico delle istituzioni e antimodernista radicale, autore di una serie di libri di grande risonanza, nei quali attaccò molti presupposti, dati per scontati, nel campo della medicina, dell'istruzione, dei trasporti, dell'identità sessuale, dell'assistenza e della religione. Illich, contrariamente al suo desiderio di avere una vita piuttosto breve, è morto ieri a 76 anni. Con i suoi saggi - tra i più famosi Descolarizzare la società (1971), La convivialità (1973), Energia ed equità (1976), Nemesi medica (1977), Per una storia dei bisogni (1981), Nello specchio del passato (1992) - aspirava a definire i parametri di una "società alternativa" al cui centro, anziché il profitto e l'accelerazione tecnologica, egli poneva la creatività e la dignità umana.

Lo studioso era nato a Vienna nel 1926. I suoi genitori - il padre, ingegnere dalmata; la madre, una tedesca di origine ebraica - lasciarono l'Austria nel 1930 per sfuggire ai nazisti e si stabilirono in Italia. Qui il giovane Ivan completò gli studi: dapprima a Firenze (cristallografia, psicologia e storia dell'arte), poi a Roma, presso la Pontificia Università Gregoriana, dove, a 24 anni, si laureò in teologia e filosofia; prese infine un'altra laurea a Salisburgo, in filosofia della storia.

Ordinato sacerdote nel 1951, Illich sembrava avviato verso la carriera diplomatica del Vaticano. Doveva infatti entrare nel Collegio dei Nobili Ecclesiastici, ma preferì rinunciare alla carriera nella Curia romana e chiese di andare a New York, cappellano in una parrocchia povera, a prevalenza portoricana. Nel giro di tre mesi parlava correttamente lo spagnolo, cosicché questa lingua venne ad aggiungersi alle otto che già conosceva. Studiò quindi a fondo i problemi della minoranza portoricana e se ne impadronì attraverso una documentazione che, ancora oggi, resta un punto di riferimento indispensabile per il clero di New York.

Nel 1955, il cardinale Francis Spellman, che poi sarebbe diventato uno dei suoi più convinti e influenti sostenitori, gli affidò l'incarico di vicedirettore dell'Università di Portorico. Un anno più tardi, Illich fu nominato monsignore. Era il più giovane monsignore degli Stati Uniti.

Risalgono a quel periodo le prime critiche che egli mosse all'apparato burocratico della Chiesa e all'atteggiamento da yankee dei sacerdoti missionari nell'America Latina. Un viaggio di studio compiuto da Santiago a Caracas lo convinse a stabilirsi a Cuernavaca, nel Messico, dove fondò il Cidoc, ossia il Centro Interculturale di Documentazione per la Preparazione del Clero ai problemi del continente sudamericano.

Le critiche alla Chiesa in quanto istituzione burocratica, e la presa di posizione contro la violenza dei governi latino-americani, gli procurarono, nel 1968, una censura della Congregazione per la Dottrina della Fede (il Sant'Uffizio). Convocato a Roma per rispondere a duecento domande, Illich restituì il questionario in bianco. Pur rimanendo nell'ambito della Chiesa, nel 1969 preferì essere esentato dell'esercizio del sacerdozio. Tornato "laico", riprese la propria attività nel Cidoc, in Messico.

Via via che andava pubblicando i suoi saggi, Illich fu collocato in un'area, diciamo, "verde", impegnata soprattutto sul fronte ecologico. Il sistema scolastico - sostenne lo studioso - non istruisce, sottrae invece ai bambini la loro creatività e la loro curiosità; la medicina moderna non cura ma crea altre malattie; il sistema dei trasporti non favorisce la mobilità, la ostacola; i progetti di sviluppo non producono ricchezza, solo povertà; e così via.

Per Illich, questi non erano tanto paradossi quanto contraddizioni tragiche, che sorgono perché gli uomini non riescono a dimenticare i propri egoismi, la propria rapacità. La sua critica del consumismo come sistema che crea "bisogni falsi e artificiali" e dello strapotere economico-politico delle multinazionali lo pone tra gli anticipatori del movimento no global e tra i pensatori anarchico-radicali più stimolanti del XX secolo.

Accusato di "catastrofismo", l'ex monsignore più giovane d'America disse, senza scomporsi: "C'è catastrofismo e catastrofismo. Per quanto mi riguarda, faccio tutto quello che posso per oppormi alla lubricità apocalittica di chi ama pronosticare tragedie e ti spiega con terrore, per esempio, gli effetti del buco nell'ozono. Ma come la lubricità vera, o la pornografia, nulla tolgono alla bellezza dell'amore fisico, così credo che questa lubricità apocalittica non sminuisca la serietà delle questioni affrontare dagli ecologisti con rigore e consenso popolare".
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