RASSEGNA STAMPA

1 DICEMBRE 2002
MAURIZIO FERRARIS
Non tutto è costruito socialmente

I modi di vedere il mondo cambiano.  Ma è più interessante capire cosa resta uguale

C'è un aneddoto raccontato da John Searle: «Una volta ho discusso con un famoso etnometodologo che pretendeva di aver dimostrato che gli astronomi creano per davvero i quasar e altri fenomeni astronomici tramite le loro ricerche e i loro discorsi.  "Ascolta", gli ho detto, "supponiamo che tu e io andiamo a fare una passeggiata al chiaro di luna e che io dica "che splendida luna c'è questa notte", e che tu sia d'accordo.  "Stiamo forse creando la luna?".  "Sì, mi ha risposto"».  Questo, ridotto all'osso, è il senso della ontologia storica (quella che viene oggi stigmatizzata in un libro di Ian Hacking, Historical Ontology, Harvard University , Press 2002), ossia dell'idea che tutto sia costruzione sociale.

A voler ripercorrere a ritroso la storia di questa ontologia, troveremmo negli immediati dintorni Foucault, per il quale l'uomo è un'invenzione recente, effetto e non causa della nascita delle scienze umane, e che quest'uomo è quell'ente nella cui decisione ne va di tutti gli altri enti.  Foucault riecheggiava Heidegger, che, a sua volta, formulava la sua tesi attraverso l'uso combinato dello storicismo di Dilthey e della genealogia della morale di Nietzsche, il cui denominatore comune è che bisogna radicalizzare Kant.  Se la rivoluzione copernicana insegna a chiedersi non come siano le cose in sé stesse, ma come debbano essere fatte per venire conosciute da noi, si tratta di compiere una seconda mossa, e di mostrare che le categorie con cui conosciamo non sono cadute dal cielo, ma hanno a loro volta un'origine storica e riflettono interessi sociali.

Di questo passo, uno potrebbe concludere che l'ontologia, da quando è nata, è sempre stata storica, visto che le prime attestazioni del termine si hanno all'inizio del Seicento, e nel clima in cui Cartesio ha privilegiato la soggettività rispetto alla oggettività.  Il passaggio dal cartesianesimo al genealogismo non è troppo peregrino, e non bisogna lasciarsi fuorviare dalle tirate anticartesiane dei genealogisti: se l'appello al Cogito nasce dall'idea che le cose lì fuori siano vaghe e solamente probabili, non ci vuol molto a notare che anche i soggetti sono terribilmente instabili e influenzabili, e invocare la Storia e la Società come grandi macchine che prendono il posto dei Demone Ingannatore.

Tuttavia, non è vero che le cose nel mondo sono così instabili.  Cambiano i concetti, spesso, in quella che Strawson chiama "la periferia specialistica", ma c'è uno strato dell'esperienza umana (e in molti casi animale) che resta uguale.  Qui il gioco non è tanto mostrare ciò che varia, ma per l'appunto trovare le leggi di quello che permane nel senso comune, nel linguaggio ordinario, negli oggetti e nelle istituzioni -, e che fornisce la base imprescindibile di quello che muta.  Ci sono certamente degli oggetti fiat, che esistono solo in base a un accordo intenzionale, storico e sociale (tipicamente, i confini, ma questo non toglie che simili oggetti sono isole in un mare di oggetti bona fide, cioè di oggetti veri e propri, che risultano refrattari a tutto ciò che pensiamo o sappiamo. E' ovvio che qui non si tratta di negare l'efficacia delle costruzioni apportate, per esempio, da ciò che impariamo sulle cose o dalla tecnica con cui le trasformiamo, ma semplicemente di non prendere la via, troppo breve, che consiste nel riferire tutto a un misterioso operare storico e sociale.

Se le cose stanno in questi termini, quella della riduzione dell'ontologia a storia è solo una storia dell'ontologia.  Se ne può scrivere un'altra, meno convinta che il mondo sia qualcosa di fluido e di evanescente, e più disposta a cercare delle costanti, se non altro perché l'ipotesi per cui tutto, dai fatti alle emozioni, dalla malattia alla natura, dai colori alle proprietà degli oggetti, sia socialmente e storicamente costruito, porta indubbiamente dei vantaggi, per esempio quello di farci capire che non c'è un solo modo di concepire le cose, ma poi rischia di fermarsi li, o, peggio, di far credere che ci siano infiniti modi di concepire le cose, quando chiaramente non è così.  Sarà ben vero che, come diceva Erodoto, certi popoli onorano i genitori e altri invece se li mangiano, ma resta che la seconda versione suppone che uno si mangi i propri genitori, e non quelli di un altro.  E che il progresso e l'emancipazione vera consistono nell'abbandonare l'antropofagia, non nel sostenere che un genitore vale l'altro.
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