![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 28 NOVEMBRE 2002 |
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Pubblichiamo il testo dell'intervento
del premio Nobel per la Fisica e presidente dell'Enea al convegno sulla Ricerca
organizzato da Confindustria.
Parlo
come Premio Nobel e in riferimento alla mia esperienza che mi ha visto per 18
anni come Higgins Professor alla Università di Harvard come manager della
ricerca internazionale, come Direttore generale del Cern, come realizzatore del
Sincrotrone di Trieste e del Crs4 di Cagliari, da cui è nata la formidabile
ricaduta industriale Tiscali, e non ultimo come presidente dell'Enea.
Le
eccellenti risorse umane di cui il nostro Paese è dotato sono un'immensa
risorsa che va utilizzata al meglio.
Peraltro la ricerca fondamentale in Italia si è almeno fino ad oggi
comportata bene, come dimostrato da un lato dal numero e dalla qualità delle pubblicazioni
scientifiche quotate internazionalmente e dall'altro, paradossalmente, dal
fenomeno della fuga dei cervelli. E'
mia esperienza personale che non esista praticamente a livello internazionale
oggi grande Università o centro di ricerca che non abbia una apprezzatissima
colonia di emigrati italiani della scienza.
Per esempio, ad Harvard, c'eravamo, tra gli altri, Roberto Giacconi ed
io. E quindi quello che va ripensato
non è il ricercatore, ma il sistema della ricerca in Italia. In una recente intervista, si è confrontato
il numero di 300 ricercatori/ anno che vanno all'estero con i 150mila laureati
in Italia. Perché non confrontarlo con
il numero di assunzione annuale di ricercatori da parte degli enti di ricerca
italiani? Nel breve tempo concessomi,
vorrei invitare ad una seria riflessione su quattro punti:
1) L'importanza della ricerca
fondamentale.
Albert
Einstein sosteneva che non esiste una ricerca applicata a sé stante, ma
solamente il risultato dell'applicazione della ricerca. Scindere la ricerca
cosiddetta fondamentale da quella definita «applicata», concetto oggi alla moda
soprattutto presso coloro che non hanno mai messo piede in un laboratorio,
equivale a separare l'albero dalle sue radici.
Una ricerca non è condizionabile da ciò che non si conosce ancora; non può avere il risultato «garantito». La curiosità di sapere e la ricerca
coraggiosa di concetti fondamentalmente nuovi sono elementi irrinunciabili da
cui la società ha storicamente tratto il più grande beneficio. Il vice ministro Possa in un'intervista al
Resto del Carlino ha affermato che in Italia si fa «troppa astronomia,
astrofisica, fisica... Ciò penalizza gli altri settori. Non può continuare». Io
direi piuttosto che non si fa sufficiente ricerca negli altri settori con
rilevanza industriale!
2) Le cosiddette riforme della ricerca,
Nel
nostro Paese, le molteplici, precedenti riforme hanno conosciuto un difficile
travaglio, peraltro senza mai arrivare alla maturità. Ciascuna riforma ne ha generata un'altra, ancor prima che la
precedente avesse potuto conseguire piena ed effettiva attuazione, evitando di
affrontare i problemi veri. Dobbiamo
rompere questo circolo vizioso, completando i processi già iniziati,
valorizzando i risultati ottenuti, sostenendo le nuove iniziative già
proiettate verso scenari futuri, definendone i tempi, in base a un realistico
quadro di riferimento, ad esempio il VI programma Quadro. A tale scopo, sono necessari buon senso,
trasparenza e partecipazione di tutti gli attori in una condivisione consapevole,
rispettosa delle relative responsabilità e competenze, superando una mera
contrapposizione di interessi settoriali. La riforma italiana deve garantire,
partendo dalle radici di un buona cultura scientifica, peraltro universalmente
riconosciuta, la crescita di una corrispondente economia basata sulla
conoscenza. Un rinnovamento
determinante non sarà realizzabile senza un vigoroso ringiovanimento, delle
risorse umane e dei quadri. E'
necessaria anche una
corrispondente
riforma funzionale degli uffici dei ministeri competenti, che permetta una
utilizzazione più tempestiva ed ottimale delle scarse risorse disponibili.
3) Chi deve finanziari la ricerca? Un forte incremento del
finanziamento pubblico alla ricerca è ineludibile, e ciò per tre ragioni: (1)
sostenere i segmenti di ricerca non ancora matura per una ricaduta industriale
diretta; (2) assicurare che la ricerca nei campi di maggiore importanza
strategica per il Paese si possa sviluppare in maniera aperta, disponibile a
tutti e non determinata e limitata da interessi settoriali, ma guidata verso
obbiettivi reali a beneficio di tutti i cittadini che vi contribuiscono; (3)
creare grandi infrastrutture di base che permettano alla ricerca di affrontare
e risolvere problemi complessi e di alta tecnologia. Coloro che oggi propongono che ad esempio la ricerca pubblica si
auto-finanzi, sembrano non sapere che il MaxPlanck
tedesco e il Cnrs francese sono
finanziati al più del 95% dallo Stato e che
il Mit ricava solamente il 18% dei
suoi proventi dal mondo industriale.
Per riconoscere ciò basta osservare come si è organizzata la ricerca
negli altri grandi paesi avanzati, in Germania, in Francia e negli Stati Uniti.
4) Interazione industria-ricerca. La situazione delle industrie italiane è profondamente anomala rispetto agli altri Paesi, in quanto solo il 10% delle industrie avanzate collaborano con altre industrie, università o centri di ricerca pubblici, confrontato per esempio con il 70% della Finlandia e la media europea del 25%. E' quindi di primaria importanza creare le condizioni affinché queste collaborazioni possano crescere in maniera sostanziale. L'obiettivo dovrebbe essere quello di portare tale frazione alla media europea del 25%. Non va dimenticato che la ricerca è un motore creativo di occupazione. Il potenziale di crescita economica dipende direttamente dagli investimenti nel rinnovamento delle conoscenze, le quali aumentano la capacità produttiva anche dei fattori più tradizionali della produzione. Ciò è ben compreso altrove in Europa. Qualora non ci adeguassimo alla velocità con la quale si muovono gli altri, creeremmo un'Europa a due velocità, con l'Italia come fanalino di coda.