![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 26 NOVEMBRE 2002 |
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Ian
Wilmut giura che, dopo aver creato la pecora clonata Dolly e di conseguenza
cambiato per sempre la storia della scienza moderna, dai suoi laboratori nella brughiera
scozzese non uscirà «Dolly l'essere umano clonato».
Ma
la notizia della richiesta di autorizzazione presentata al governo britannico
dal suo centro di ricerca, l'ormai famoso Roslin Institute, per poter creare
embrioni umani con il metodo chiamato della "partenogenesi" ha fatto
scorrere un brivido di soddisfazione ma anche di paura in tutta la comunità
scientifica internazionale.
Wilmut
ha annunciato di aver contattato l'ente che in Gran Bretagna regola la ricerca
scientifica in questo settore, la Human Fertilisation and Embryology Authority
(Hfea), per ottenere il permesso per compiere quello che considera il
necessario passo successivo nella ricerche sulla riproduzione umana: cioè la
creazione di embrioni umani non con la fecondazione naturale attraverso lo
sperma umano, ma attraverso una procedura di laboratorio. Procedura che inganna l'ovulo facendogli
credere di essere stato fertilizzato e che quindi mette in moto la sua
divisione e riproduzione.
L'obiettivo
è quello di utilizzare le cellule staminali che ne derivano - cioè le potenti
«cellule madre» dalle quali sono originate tutte le altre cellule di cui è
composto l'organismo umano - per creare quei tessuti umani che Wilmut ritiene
necessari per poter condurre esperimenti scientifici avanzati e
realistici. Con l'aiuto della
disponibilità di tessuti di Dna che appartengono a un ipotetico ma «vero»
essere umano, infatti, si possono fare trapianti, sperimentare medicinali,
studiare nuovi trattamenti soprattutto per le malattie degenerative come il
Parkison o l'Alzheimer o come quelle ereditarie, per i difetti cardiaci e il
diabete.
Le
prospettive sono allettanti. D'altra
parte, alcuni mesi fa il professor Wilmut aveva annunciato la richiesta di
poter utilizzare le cellule staminali embrionali umane che avanzano nella
Fertilizzazione assistita in vitro e che non vengono mai usate. Il permesso, tuttavia, tarda ad
arrivare. Così il papà di Dolly ha
deciso di seguire un'altra strada che secondo lui è meno controversa perché la
partenogenesi non comporta l'uso di sperma (procedura vietata dalle legge
britannica), ma di ovuli femminili.
Insomma, non c'è l'unione (seppur sotto vitro) di due essere umani, ma
solo l'utilizzo della cellula di un essere umano, la femmina. Molte delle obiezioni etiche, spera quindi
Wilmut, potrebbero venir meno.
Le
polemiche, tuttavia, sono già partite e provengono da punti di vista
opposti. Secondo molti ricercatori
americani, favorevoli a un uso più aggressivo di ovuli e cellule staminali,
quelli che Wilmut otterrebbe non sono veri embrioni umani ma semplici
«partenoti». Quindi la validità di
tutte le scoperte che ne deriverebbero è tutta da verificare. Secondo altri suoi colleghi, al contrario.
si tratta di veri embrioni e proprio da questa caratteristica deriva il giudizio
negativo che viene dato a queste ricerche, perché si ritiene che puntino alla
creazione di un clone umano o che si prestino a manipolazioni inaccettabili.
La risposta della authority della fertilizzazione non verrà prima dell'anno prossimo. Intanto due studentesse di due università inglesi hanno firmato un contratto che segnala come anche l'opinione pubblica sia divisa: hanno ceduto a pagamento i propri ovuli a un centro americano che poi li utlizza per la fertilizzazione in vitro. La cifra pagata dalla società americana, che si chiama Egg Donation Inc, «dipende dall'aspetto fisico e dall'intelligenza della ragazza che fa la donazione».