![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 25 NOVEMBRE 2002 |
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L'intelligenza artificiale vecchia
maniera ha ancora molto da insegnare
«Se
paragoniamo ancora sistemi viventi e macchine arriviamo a queste conclusioni: i
metodi di studio per i due gruppi sono oggi simili. Se saranno gli stessi oppure no, dipenderà dalla presenza o
assenza di una o più caratteristiche qualitativamente distinte e tipiche di un
gruppo e non dell'altro. Queste
differenze qualitative finora non sono state trovate». Da quando, nel 1943, la rivista «Philosophy
ci Science» pubblicava queste parole di A. Rosenblueth, N. Wiener e J.
Bigelow, molta acqua è passata sotto i ponti della ricerca intorno alla
cibernetica e all'intelligenza artificiale.
Ma la sostanza della questione è ancora con noi: fino a che punto lo
studio del comportamento intelligente è un caso sui generis rispetto alle
strategie metodologiche adottate nella scienza? E fino a che punto, invece, lo
studio della cognizione si integra nell'ordinaria prassi esplicativa delle
scienze naturali "forti"?
Intorno
a questa domanda ruota il bel libro di Tamburrini, I matematici e le macchine
intelligenti, attraverso un percorso che prende le mosse dalle esigenze di
unità esplicativa della prima cibernetica, ne illustra i limiti attraverso
esempi molto chiari e illuminanti, per giungere a delineare quel modello
algoritmico della cognizione che fornisce oggi la base per la ricerca di
«principi comuni per spiegare il comportamento intelligente di artefatti e
sistemi biologici».
Messa
da parte l'obiezione "brentaniana", secondo cui l'intenzionalità non
si lascia ridurre a spiegazioni meccaniche, attraverso la scelta metodologica
di concentrarsi sullo studio di sistemi cognitivi non-umani, su cui non sembra
sensato proiettare una psicologia intenzionale, Tamburrini mostra con molta
efficacia come l'approccio algoritmico si sia sviluppato in un programma di
ricerca molto articolato, Grazie al continuo uso di esempi, come lo studio del
sistema di navigazione delle api), il suo testo ci è di aiuto sia per sgombrare
il campo da facili pregiudizi - quali la supposta differenza tra plasticità
cerebrale e rigidità algoritmica - sia per acquisire un'immagine più realistica
di come si integrino intelligenza artificiale e indagine cognitiva.
Quest'esigenza
di connettersi alle indagini concrete è forse alla base della diffidenze di
Tamburrini verso gli argomenti basati sui teoremi di indecibilità e di
incompletezza (riproposti recentemente da Roger Penrose), e negli esperimenti
mentali avanzati da filosofi come John Searle. A suo parere essi non mettono in discussione la validità del
paradigma computazionale. Piuttosto, eventuali difficoltà o esigenze
d'integrazione metodologica possono scaturire dal confronto con gli «altri
schemi esplicativi adottati nelle discipline cognitive». Non a caso il libro si chiude sulla soglia
del rapporto tra neuroscienze e scienza cognitiva, caratterizzato non nei
termini di una tensione concettuale insuperabile, quanto piuttosto della
richiesta di «una integrazione più profonda della nostra immagine scientifica
del sistema cervello-mente».
Una tesi condivisibile, a cui tuttavia verrebbe da aggiungere il non leggero corollario secondo cui il rapporto tra «il sistema cervello mente» di cui tratta la scienza cognitiva e le persone descritte nella psicologia intenzionale di senso comune è tutt'altro che risolto sul piano concettuale e metodologico. Avere mostrato quanto lontano si può andare nella buona discussione filosofica pur lasciando sullo sfondo certe questioni è un merito del libro. Ma (come sembra suggerire il riferimento conclusivo al "mulino di Leibniz", alla natura elusiva del rapporto tra l'esperienza e la sua base materiale) le domande accantonate sono ancora lì ad attenderci.