RASSEGNA STAMPA

25 NOVEMBRE 2002
MICHELE DI FRANCESCO
Algoritmi per uomini e computer

L'intelligenza artificiale vecchia maniera ha ancora molto da insegnare

«Se paragoniamo ancora sistemi viventi e macchine arriviamo a queste conclusioni: i metodi di studio per i due gruppi sono oggi simili.  Se saranno gli stessi oppure no, dipenderà dalla presenza o assenza di una o più caratteristiche qualitativamente distinte e tipiche di un gruppo e non dell'altro.  Queste differenze qualitative finora non sono state trovate».  Da quando, nel 1943, la rivista «Philosophy ci Science» pubblicava queste parole di A. Rosenblueth, N. Wiener e J. Bigelow, molta acqua è passata sotto i ponti della ricerca intorno alla cibernetica e all'intelligenza artificiale.  Ma la sostanza della questione è ancora con noi: fino a che punto lo studio del comportamento intelligente è un caso sui generis rispetto alle strategie metodologiche adottate nella scienza? E fino a che punto, invece, lo studio della cognizione si integra nell'ordinaria prassi esplicativa delle scienze naturali "forti"?

Intorno a questa domanda ruota il bel libro di Tamburrini, I  matematici e le macchine intelligenti, attraverso un percorso che prende le mosse dalle esigenze di unità esplicativa della prima cibernetica, ne illustra i limiti attraverso esempi molto chiari e illuminanti, per giungere a delineare quel modello algoritmico della cognizione che fornisce oggi la base per la ricerca di «principi comuni per spiegare il comportamento intelligente di artefatti e sistemi biologici».

Messa da parte l'obiezione "brentaniana", secondo cui l'intenzionalità non si lascia ridurre a spiegazioni meccaniche, attraverso la scelta metodologica di concentrarsi sullo studio di sistemi cognitivi non-umani, su cui non sembra sensato proiettare una psicologia intenzionale, Tamburrini mostra con molta efficacia come l'approccio algoritmico si sia sviluppato in un programma di ricerca molto articolato, Grazie al continuo uso di esempi, come lo studio del sistema di navigazione delle api), il suo testo ci è di aiuto sia per sgombrare il campo da facili pregiudizi - quali la supposta differenza tra plasticità cerebrale e rigidità algoritmica - sia per acquisire un'immagine più realistica di come si integrino intelligenza artificiale e indagine cognitiva.

Quest'esigenza di connettersi alle indagini concrete è forse alla base della diffidenze di Tamburrini verso gli argomenti basati sui teoremi di indecibilità e di incompletezza (riproposti recentemente da Roger Penrose), e negli esperimenti mentali avanzati da filosofi come John Searle.  A suo parere essi non mettono in discussione la validità del paradigma computazionale. Piuttosto, eventuali difficoltà o esigenze d'integrazione metodologica possono scaturire dal confronto con gli «altri schemi esplicativi adottati nelle discipline cognitive».  Non a caso il libro si chiude sulla soglia del rapporto tra neuroscienze e scienza cognitiva, caratterizzato non nei termini di una tensione concettuale insuperabile, quanto piuttosto della richiesta di «una integrazione più profonda della nostra immagine scientifica del sistema cervello-mente».

Una tesi condivisibile, a cui tuttavia verrebbe da aggiungere il non leggero corollario secondo cui il rapporto tra «il sistema cervello mente» di cui tratta la scienza cognitiva e le persone descritte nella psicologia intenzionale di senso comune è tutt'altro che risolto sul piano concettuale e metodologico.  Avere mostrato quanto lontano si può andare nella buona discussione filosofica pur lasciando sullo sfondo certe questioni è un merito del libro.  Ma (come sembra suggerire il riferimento conclusivo al "mulino di Leibniz", alla natura elusiva del rapporto tra l'esperienza e la sua base materiale) le domande accantonate sono ancora lì ad attenderci.
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Scienze Cognitive