![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 23 NOVEMBRE 2002 |
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I no global possono essere considerati
degli eco-socialisti. Usano toni apocalittici. L'ambientalismo è diventato una religione,
una liturgia che prevede una serie di litanie dogmatiche. Rifiutano la tecnologia, che in fondo è
l'unica risorsa a nostra disposizione per ridurre l'inquinamento e salvare il
pianeta
«Non
volevo. Quando Ferdinando Adornato mi
ha chiesto di occuparmi di "ecologia global" per i suoi Colloqui di
Venezia, stavo per rifiutare: di solito mi occupo di economia e religioni. Ho dovuto studiare mesi». Alla fine Michael
Novak, 69 anni, direttore dell'American Enterprise Institute di Washington,
ne ha cavato l'idea di «ambientalismo blu» che ha presentato ieri alla due
giorni della Fondazione Liberal.
Professore, dopo i Verdi avremo i Blu?
«Blu
è l'acqua, che copre il 71 per cento della superficie terrestre. Blu è il cielo pulito. Chi ha a cuore la salute del pianeta, se è
realista non dovrebbe scegliere il verde.
Il blu è il colore della libertà, dell'iniziativa personale,
dell'intrapresa. Le tre chiavi che
spiegano, per esempio, la tumultuosa crescita di Paesi come l'India e la Cina».
Lei che cosa intende con l'espressione
«ambientalismo blu»?
«E'
la seconda fase dell'ecologismo, la sua revisione scettica, il controllo di
giudizi e pregiudizi finora indiscussi e indiscutibili. Una critica realistica, anzi un realismo
critico».
Vuol dire che oggi finalmente si può
parlare di errori dell'ambientalismo?
«Non
dimentichiamone i meriti, che sono importanti: l'aver destato l'attenzione
sulla conservazione del pianeta e l'aver ottenuto in larga parte del mondo una
vasta legislazione che tutela l'acqua e l'aria, regolamenta le attività
produttive, disciplina la raccolta dei rifiuti, proibisce, in Paesi come Stati
Uniti e Italia, la navigazione di carrette quali la Prestige. Ma penso anche a Pittsburgh, Pennsylvania, la
mia città: una delle più pulite degli Stati Uniti, con tecnologie avanzatissime
per abbattere i fumi».
Ma gli errori?
«Oh,
sono una quantità. Hanno usato torti
apocalittici, esagerati, over the top come
diciamo negli States: è giusto dare l'allarme e preoccuparsi, ma terrorizzare
no. Hanno sbagliato moltissime
previsioni: nel 1968 Paul Ehrlich nel suo libro La bomba demografica preconizzava centinaia di milioni di morti per
colpa della siccità entro pochi anni: non soltanto non ci sono stati, ma uno
dei Paesi più flagellato dalle carestie. l'India, ora è esportatore netto di
varie derrate essenziali. Nel 1972 il
Club di Roma elencava i "limiti della ricchezza": scarsità dei beni
di prima necessità, mancanza di beni sostitutivi, rincari vertiginosi. Invece i prezzi sono addirittura scesi».
In nome del realismo, questo non può
sostenerlo.
«Nel
1980 l'economista Julian Simon sfidò Ehrhch: scegli cinque metalli e prendine
una quantità del valore complessivo di mille dollari, se fra dieci anni il loro
prezzo depurato dall'inflazione sarà superiore (e quindi la loro quantità sarà
più scarsa) ti pagherò la differenza. Ehrlich scelse rame, cromo, nickel,
stagno e tungsteno. Nel 1990 il prezzo
al netto dell'inflazione era sceso del 50 per cento ed Ehrlich staccò un
assegno di 576,07 dollari».
Insomma, l'ambientalismo è stato
un'ideologia, non una scienza.
«Peggio,
è stato una religione, una liturgia verde che prevedeva una serie di litanie
dogmatiche: le risorse scarseggiano, la popolazione scoppia, l'inquinamento è
inarrestabile, le specie animali si estinguono, le foreste scompaiono, il suolo
fertile è mangiato dalle città. Tutto
falso, alla prova dei fatti. Inoltre,
dal punto di vista teorico, "sviluppo sostenibile" significa "in
grado di sostenere la vita umana".
La natura è fatta per l'uomo, non viceversa».
I no-global possono essere considerati
come gli eredi dell'ambientalismo «verde»?
«Da
un certo punto di vista, sì. Potremmo
chiamarli eco-socialisti. Il crollo del
socialismo reale ha coinciso con lo sviluppo dell'ambientalismo. L'eco-socialista è chi risponde alle
questioni ecologiche con il metodo maoista: analisi socialista e soluzione
statalista. Come i loro precursori,
escludono la creatività e il dinamismo personale per affidarsi alle iniziative
di uno Stato sclerotico, rigido. Un'assurdità:
proprio l'economia statalista ha provocato i danni maggiori all'ambiente. Danni radicali, non transitori. Guardiamo a quello che succede nei Paesi
dell'Europa orientale. Cracovia, dove
torno ogni estate, è perennemente avvolta in una nuvola di fumo: lì ogni stanza
ha un caminetto che brucia e quando ci si soffia il naso le mani lasciano la
fuliggine sui fazzoletti».
Perché l'ambientalismo verde gode
ancora di tanto successo?
«Perché
vive di ricchi finanziamenti. E perché
non c'è controinformazione. Che ora è
più facile grazie ai moderni strumenti di misurazione. Per esempio, la Heinz Foundation ha
studiato, su incarico dell'amministrazione Clinton, le foto del satellite
stabilendo che solo l'1,7 per della superficie terrestre è occupata dallo
sviluppo urbano e suburbano: altro che deforestazione. Oppure le mutazioni climatiche: noi crediamo
che non ci siano più le stagioni di una volta mentre la maggioranza degli
studiosi non rileva variazioni sostanziali».
Bastano questi strumenti per fondare
l'«ambientalismo blu»?
«No,
occorrono le tecnologie. Come cent'anni
fa le automobili sostituirono i cavalli che sporcavano le strade, come il
metano rimpiazzò legno e carbone nel riscaldamento, così ora si stanno
sperimentando nuove forme di produzione energetica, parlo dell'idrogeno. Già vent'anni fa si diceva che c'è più
energia in un litro d'acqua che in uno di petrolio, ma non si sapeva come
estrarla e renderla utilizzabile. Oggi
la General Motors ha una piccola flotta
di 50 auto sperimentali alimentate a idrogeno. Fonte energetica che si rivela utilissima, per esempio, a chi
utilizza i computer: un temporale può far saltare la corrente, mentre le
batterie a idrogeno sono piccole, stabili, pulite, pratiche. E' solo una questione di costi che verrà
superata con il tempo».
Strumenti di misurazione, nuove
tecnologie, e poi?
«Libertà. Libertà è cercare di ordinare le, scelte
delle persone attraverso incentivi e punizioni.
Negli
Stati Uniti abbiamo un concetto di libertà diverso dal vostro: non licenza, ma
libertà ordinata. Guardate il traffico
in una piazza di Roma e capirete.
Voglio dire che in Africa l'acqua c'è, in dieci anni la quota di
popolazione che ha accesso ad acqua potabile è salita dal 57 al 62 per cento;
ma mancano gli incentivi a non sprecarla e le sanzioni per chi persiste».
Oltre che capitali e tecnologie, nei
Paesi poveri bisogna dunque introdurre anche nuove mentalità?
«Attenzione
non è questione di introdurre, ma di far crescere la ricchezza all'interno
delle nazioni sviluppando il mercato.
Hong Kong, Singapore, Corea, Taiwan, Cina: ecco gli esempi Venti anni fa la Cina era un Paese poverissimo, adesso
cresce a ritmi vertiginosi. L'Africa invece resta una zona depressa».
E qual è il segreto della Cina?
«Ha
visto che lì vicino, nell'ex Unione Sovietica, il 3 per cento del territorio in
mano ai privati forniva l'85 per cento della produzione agricola. Prendiamo Giappone e Brasile, Paesi che
hanno pressappoco la stessa popolazione: il primo è piccolo, privo di risorse
naturali ma sviluppato, l'altro sterminato e ricchissimo eppure arretrato
perché non crede nell'uomo, nel valore del capitale umano. I giapponesi
studiano fino a 18 anni, in Brasile oltre metà della popolazione ha appena tre
anni di scuola. Una catastrofe,
retaggio di secoli di colonialistico.
Invece io dico: facciamo crescere la capacità di intraprendere, di
creare cose. Creare, l'attività tipica
di Dio».
La ricchezza di un uomo non è nelle
tasche ma nella testa.
«Certo. Si ricordi che "capitale" deriva da capo. Caput, anzi capùt come dico agli studenti. Loro ridono, ma così se lo ricordano meglio».