RASSEGNA STAMPA

23 NOVEMBRE 2002
STEFANO FILIPPI
L'ecologismo dal verde al blu

I no global possono essere considerati degli eco-socialisti. Usano toni apocalittici. L'ambientalismo è diventato una religione, una liturgia che prevede una serie di litanie dogmatiche.  Rifiutano la tecnologia, che in fondo è l'unica risorsa a nostra disposizione per ridurre l'inquinamento e salvare il pianeta

«Non volevo.  Quando Ferdinando Adornato mi ha chiesto di occuparmi di "ecologia global" per i suoi Colloqui di Venezia, stavo per rifiutare: di solito mi occupo di economia e religioni.  Ho dovuto studiare mesi». Alla fine Michael Novak, 69 anni, direttore dell'American Enterprise Institute di Washington, ne ha cavato l'idea di «ambientalismo blu» che ha presentato ieri alla due giorni della Fondazione Liberal.

Professore, dopo i Verdi avremo i Blu?

«Blu è l'acqua, che copre il 71 per cento della superficie terrestre.  Blu è il cielo pulito.  Chi ha a cuore la salute del pianeta, se è realista non dovrebbe scegliere il verde.  Il blu è il colore della libertà, dell'iniziativa personale, dell'intrapresa.  Le tre chiavi che spiegano, per esempio, la tumultuosa crescita di Paesi come l'India e la Cina».

Lei che cosa intende con l'espressione «ambientalismo blu»?

«E' la seconda fase dell'ecologismo, la sua revisione scettica, il controllo di giudizi e pregiudizi finora indiscussi e indiscutibili.  Una critica realistica, anzi un realismo critico».

Vuol dire che oggi finalmente si può parlare di errori dell'ambientalismo?

«Non dimentichiamone i meriti, che sono importanti: l'aver destato l'attenzione sulla conservazione del pianeta e l'aver ottenuto in larga parte del mondo una vasta legislazione che tutela l'acqua e l'aria, regolamenta le attività produttive, disciplina la raccolta dei rifiuti, proibisce, in Paesi come Stati Uniti e Italia, la navigazione di carrette quali la Prestige.  Ma penso anche a Pittsburgh, Pennsylvania, la mia città: una delle più pulite degli Stati Uniti, con tecnologie avanzatissime per abbattere i fumi».

Ma gli errori?

«Oh, sono una quantità.  Hanno usato torti apocalittici, esagerati, over the top come diciamo negli States: è giusto dare l'allarme e preoccuparsi, ma terrorizzare no.  Hanno sbagliato moltissime previsioni: nel 1968 Paul Ehrlich nel suo libro La bomba demografica preconizzava centinaia di milioni di morti per colpa della siccità entro pochi anni: non soltanto non ci sono stati, ma uno dei Paesi più flagellato dalle carestie. l'India, ora è esportatore netto di varie derrate essenziali.  Nel 1972 il Club di Roma elencava i "limiti della ricchezza": scarsità dei beni di prima necessità, mancanza di beni sostitutivi, rincari vertiginosi.  Invece i prezzi sono addirittura scesi».

In nome del realismo, questo non può sostenerlo.

«Nel 1980 l'economista Julian Simon sfidò Ehrhch: scegli cinque metalli e prendine una quantità del valore complessivo di mille dollari, se fra dieci anni il loro prezzo depurato dall'inflazione sarà superiore (e quindi la loro quantità sarà più scarsa) ti pagherò la differenza. Ehrlich scelse rame, cromo, nickel, stagno e tungsteno.  Nel 1990 il prezzo al netto dell'inflazione era sceso del 50 per cento ed Ehrlich staccò un assegno di 576,07 dollari».

Insomma, l'ambientalismo è stato un'ideologia, non una scienza.

«Peggio, è stato una religione, una liturgia verde che prevedeva una serie di litanie dogmatiche: le risorse scarseggiano, la popolazione scoppia, l'inquinamento è inarrestabile, le specie animali si estinguono, le foreste scompaiono, il suolo fertile è mangiato dalle città.  Tutto falso, alla prova dei fatti.  Inoltre, dal punto di vista teorico, "sviluppo sostenibile" significa "in grado di sostenere la vita umana".  La natura è fatta per l'uomo, non viceversa».

I no-global possono essere considerati come gli eredi dell'ambientalismo «verde»?

«Da un certo punto di vista, sì.  Potremmo chiamarli eco-socialisti.  Il crollo del socialismo reale ha coinciso con lo sviluppo dell'ambientalismo.  L'eco-socialista è chi risponde alle questioni ecologiche con il metodo maoista: analisi socialista e soluzione statalista.  Come i loro precursori, escludono la creatività e il dinamismo personale per affidarsi alle iniziative di uno Stato sclerotico, rigido.  Un'assurdità: proprio l'economia statalista ha provocato i danni maggiori all'ambiente.  Danni radicali, non transitori.  Guardiamo a quello che succede nei Paesi dell'Europa orientale.  Cracovia, dove torno ogni estate, è perennemente avvolta in una nuvola di fumo: lì ogni stanza ha un caminetto che brucia e quando ci si soffia il naso le mani lasciano la fuliggine sui fazzoletti».

Perché l'ambientalismo verde gode ancora di tanto successo?

«Perché vive di ricchi finanziamenti.  E perché non c'è controinformazione.  Che ora è più facile grazie ai moderni strumenti di misurazione.  Per esempio, la Heinz Foundation ha studiato, su incarico dell'amministrazione Clinton, le foto del satellite stabilendo che solo l'1,7 per della superficie terrestre è occupata dallo sviluppo urbano e suburbano: altro che deforestazione.  Oppure le mutazioni climatiche: noi crediamo che non ci siano più le stagioni di una volta mentre la maggioranza degli studiosi non rileva variazioni sostanziali».

Bastano questi strumenti per fondare l'«ambientalismo blu»?

«No, occorrono le tecnologie.  Come cent'anni fa le automobili sostituirono i cavalli che sporcavano le strade, come il metano rimpiazzò legno e carbone nel riscaldamento, così ora si stanno sperimentando nuove forme di produzione energetica, parlo dell'idrogeno.  Già vent'anni fa si diceva che c'è più energia in un litro d'acqua che in uno di petrolio, ma non si sapeva come estrarla e renderla utilizzabile.  Oggi la General Motors ha una piccola flotta  di 50 auto sperimentali alimentate a idrogeno.  Fonte energetica che si rivela utilissima, per esempio, a chi utilizza i computer: un temporale può far saltare la corrente, mentre le batterie a idrogeno sono piccole, stabili, pulite, pratiche.  E' solo una questione di costi che verrà superata con il tempo».

Strumenti di misurazione, nuove tecnologie, e poi?

«Libertà.  Libertà è cercare di ordinare le, scelte delle persone attraverso incentivi e punizioni.

Negli Stati Uniti abbiamo un concetto di libertà diverso dal vostro: non licenza, ma libertà ordinata.  Guardate il traffico in una piazza di Roma e capirete.  Voglio dire che in Africa l'acqua c'è, in dieci anni la quota di popolazione che ha accesso ad acqua potabile è salita dal 57 al 62 per cento; ma mancano gli incentivi a non sprecarla e le sanzioni per chi persiste».

Oltre che capitali e tecnologie, nei Paesi poveri bisogna dunque introdurre anche nuove mentalità?

«Attenzione non è questione di introdurre, ma di far crescere la ricchezza all'interno delle nazioni sviluppando il mercato.  Hong Kong, Singapore, Corea, Taiwan, Cina: ecco gli esempi Venti anni fa la Cina era un Paese poverissimo, adesso cresce a ritmi vertiginosi. L'Africa invece resta una zona depressa».

E qual è il segreto della Cina?

«Ha visto che lì vicino, nell'ex Unione Sovietica, il 3 per cento del territorio in mano ai privati forniva l'85 per cento della produzione agricola.  Prendiamo Giappone e Brasile, Paesi che hanno pressappoco la stessa popolazione: il primo è piccolo, privo di risorse naturali ma sviluppato, l'altro sterminato e ricchissimo eppure arretrato perché non crede nell'uomo, nel valore del capitale umano. I giapponesi studiano fino a 18 anni, in Brasile oltre metà della popolazione ha appena tre anni di scuola.  Una catastrofe, retaggio di secoli di colonialistico.  Invece io dico: facciamo crescere la capacità di intraprendere, di creare cose.  Creare, l'attività tipica di Dio».

La ricchezza di un uomo non è nelle tasche ma nella testa.

«Certo.  Si ricordi che "capitale" deriva da capo. Caput, anzi capùt come dico agli studenti.  Loro ridono, ma così se lo ricordano meglio».
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