RASSEGNA STAMPA

23 NOVEMBRE 2002
FRANCESCA CAPODANNO
Levi Montalcini: non bloccate la ricerca
Una voce senza tempo, senza età. Chiara, acuta, dall'accento americano acquisito in trent'anni, trenta dei 93 vissuti fino ad ora, lunghi e importanti quanto la scienza del Novecento. Rita Levi Montalcini parla senza incertezze; il suo piccolo corpo, la faccia indulgente e quasi intimidita dai complimenti, dall'elenco delle onorificenze che le sono state attribuite - dopo il Premio Nobel, la carica di senatore a vita - si trasforma in una grande voce, quando parla di scienza, quando parla del progresso, del ruolo delle donne, e del futuro della scienza stessa.
I temi che l'hanno portata al Nobel, nel 1986, le scoperte relative alla comprensione dei fattori della crescita delle cellule del sistema nervoso periferico, appaiono oggi quasi un dettaglio, importante certo, ma a coronamento di una lunga e intensa vita di studio e di applicazione, fedele a quella frase di Primo Levi che la Montalcini cita spesso, nei suoi discorsi e nei suoi libri: «Amare il proprio lavoro costituisce la migliore approssimazione concreta alla felicità sulla terra».
E Rita Levi Montalcini ama il suo lavoro, e ama la scienza. Insiste sull'importanza della divulgazione, per una scienza aperta alla comprensione di tutti, lavora in prima persona, affinché la scienza sia un patrimonio di tutti, e sia apprezzata per la sua centrale importanza nella vita di tutti.
Come giudica il progetto di ricerca annunciato negli Stati Uniti da Craig Venter e Hamilton Smith per realizzare un microrganismo artificiale?
«Si tratta di creare un organismo con un minimo numero di geni. Il gruppo che propone l'ipotesi è noto, e di alta esperienza. Se altri avessero proposto una simile cosa non ci avremmo dato peso. La competenza scientifica è tale da avere stima di loro, e credere che sia fattibile».
Ma un simile organismo non potrebbe poi diventare pericoloso?
«Il pericolo non sta mai nella scienza, ma nella sua applicazione».
Secondo lei, quindi, la scienza è sempre positiva, anche quando potrebbe portare conseguenze negative per l'umanità?
«Si confonde spesso tra scienza e applicazione. Non si può bloccare la scienza. Non si può mettere un chiavistello al cervello degli scienziati. Questo è male».
Ma dove ci porterà la creazione di un organismo artificiale?
«Non possiamo saperlo. La scienza non è in grado di prevedere tutti i suoi effetti nel momento in cui essa stessa si sta compiendo. Non sono in grado, e nessuno lo è, di fare tali previsioni, non siamo dei veggenti, ma degli scienziati».
Lei ha visto con i suoi occhi la trasformazione tecnologica, la scienza del Novecento: qual è la scoperta che ha cambiato il mondo?
«Senza dubbio la scoperta della doppia elica nel 1953».
In quegli anni era negli Stati Uniti: cosa provò?
«Mi trovato da due anni negli Stati Uniti, e ricordo che provai grande eccitazione. Tutti fummo molto eccitati. Eravamo testimoni se non protagonisti di una svolta. Io conoscevo Watson da tempo, da quando aveva 19 anni. Era molto promettente».
Come è stato, allora, essere una scienziato donna?
«Com’è adesso. Le donne, e mi riferisco soprattutto alla parte del mondo in via di sviluppo, hanno difficoltà ad emergere, hanno ruoli marginali. Servono sistemi e possibilità per permettere loro di realizzarsi, e dimostrare le proprie capacità. Non parlo solo della scienza, ma della società stessa. Mi chiedo spesso, se questa terribile, attuale situazione in un futuro riuscirà a cambiare».
Lei, da questo punto di vista sta lavorando in prima persona...
«Ho istituito una Fondazione che aiuta le donne che vivono nei Paesi poveri a realizzarsi, a studiare e a lavorare restando nel proprio Paese. Sono donne che chiedono solo di studiare, e di diventare medici, scienziati. L'aiuto economico che la Fondazione è in grado di elargire permette a queste donne di mettere in pratica le loro ambizioni. Attualmente sono quasi un centinaio quelle che noi aiutiamo, ma sono molte, molte di più quelle che non possono emergere ...».
Anche a Trieste ci si occupa di aiutare gli scienziati del Terzo Mondo: che contatti ha con la scienza triestina?
«Qui ho molti amici, compresi quelli che hanno voluto organizzare la mostra delle opere di Paola Levi Montalcini. Sono venuta a Trieste la prima volta nel 1992, in occasione di una laurea ad honorem. Allora, da Trieste, lanciai un messaggio, sostenendo che i Paesi ad alto sviluppo tecnologico, come l'Italia, devono sottostare alla promulgazione di una Carta dei Doveri Umani. Dopo la Carta dei diritti, del 1948, era tempo, già dieci anni fa, per un elenco dei doveri da parte dei Paesi forti. Sono contenta che questa idea sia andata avanti, e che dopo dieci anni inizi a prendere piede».
La scienza si trova, attualmente, in un momento critico?
«Non credo che la scienza come metodo, o come progresso, si trovi in un momento critico. Ritengo che la politica non attribuisca spesso alla scienza la sua importanza».
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