![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 22 NOVEMBRE 2002 |
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L’ingegneria genetica è fondamentalmente
una scommessa: una scommessa scientifica che si basa su alcuni presupposti che
non sono soltanto scientifici, ma anche filosofici. In poche parole, spesso chi
scommette sull’ingegneria genetica pensa che la materia sia di per sé «neutra»,
priva di valore intrinseco e, quindi, a totale disposizione dell’uomo. Il
modello evoluzionistico, infatti, pone l’uomo come qualcosa che emerge dalla
materia lungo un processo che non ha alcuno scopo, né alcun significato
specifico. Secondo questo modello teorico, che è molto di più di un paradigma scientifico, è l’uomo l’unico finalizzatore in un universo privo di senso. Se finora l’uomo ha assunto la natura stessa come modello da imitare o da perfezionare, con l’ingegneria genetica egli scommette sulle sue capacità inventive e creative. Ma, appunto, si tratta di una «scommessa», e non di una creazione. Perché chi crea sa perché lo fa, come lo fa e che cosa succederà: chi scommette, invece, spera. Ma che cosa possiamo sperare dal progetto annunciato ieri negli Usa, e che cosa possiamo temere? Qual è la posta in gioco? Non è facile stabilire i confini tra le speranze e i timori in assenza di dati precisi: si può però osservare che se restiamo all’interno del dogma evoluzionistico non siamo in grado di dare alcuna valutazione morale, perché ci mancano i criteri per stabilire delle gerarchie di valore e perché l’uomo stesso, che partecipa della struttura della materia, rischia di diventare esso stesso oggetto di una scommessa scientifica. Ci troviamo sempre più spesso di fronte ad una scienza che ci interpella sul piano etico, ma che rischia di pensare e di progettare secondo un modello teorico che rende pressoché impossibile una valutazione morale. Ma ciò che oggi è, invece, necessario recuperare, è proprio una consapevolezza etica intrinseca alla stessa dinamica della ricerca, perché solo così si possono trovare le ragioni per decidere se e come scommettere.