![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 21 NOVEMBRE 2002 |
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Roshdi Rashed, il maggiore studioso di scienza araba, rilegge la
comune tradizione culturale
Roshdi
Rashed è una delle autorità indiscutibili per la scienza e per il sapere
dell'Islam. Abbiamo rivolto a lui alcune domande sull'argomento. I venti di
guerra rischiano di farci dimenticare un fondamentale capitolo di storia della
cultura, o quanto meno inducono taluni a leggerlo ormai solo con le lenti
dell'ideologia. Professor Rashed, qual è stato il ruolo e il contributo
dell'Islam nella trasmissione in Occidente della cultura e della scienza
classica?
"Contrariamente
a quel che si legge nei manuali e nei libri di divulgazione, non c'è rottura
fra cultura classica e cultura araba. A partire dal VII secolo, l'Islam si
propaga, rapidamente, nella Magna Grecia e in diversi paesi ellenizzati; sono i
popoli del Mediterraneo orientale a convertirsi per primi all'Islam e, come per
l'Egitto, ad arabizzarsi. Non si ebbero né processi di trasmissione geografica
né di acculturazione. Lo Stato degli Omayyadi si costituì sulla base delle
istituzioni bizantine - in campo amministrativo, monetario, economico, militare
ecc. - assimilandone gli elementi culturali. E le pratiche religiose crearono
nuovi bisogni di tipo scientifico. Furono intraprese ricerche: in astronomia,
per fissare le ore di preghiera o la direzione della Mecca; ma anche in
geografia matematica, in linguistica e in filosofia. Tutto ciò alimentò
un'intensa attività di traduzione delle grandi summae greche. Alcuni libri,
come quelli di Euclide o di Tolomeo, sono stati tradotti numerose volte e
rivisti a più riprese; molti scritti dei matematici, dei medici e dei filosofi
greci sono sopravvissuti unicamente nella traduzione araba".
Lei pone
l'accento sul concetto di "tradizione scientifica" riferendosi alla
matematica araba...
"La
difficoltà per lo storico della scienza che non vuole smarrirsi alla ricerca
dei precursori è individuare e ricostruire la tradizione alla quale appartiene
l'opera del singolo autore e di valutare le ragioni dei suoi mutamenti. Questo metodo
ha permesso di vedere la matematica e la scienza araba sotto una nuova luce; si
supera così il vecchio quadro in cui erano raffigurati individui isolati e dove
spesso compariva uno scienziato geniale accanto a un commentatore senza
talento. Emergono vere scuole scientifiche, ciascuna con la propria
razionalità: quella dell'algebra aritmetica, della geometria algebrica, ecc. La
periodizzazione abituale della storia della scienza ricalca una suddivisione
politico-storica della cultura europea: l'Antichità, il Medioevo, l'Età
moderna. La nozione di tradizione scientifica ci aiuta a elaborare una
periodizzazione più adeguata a esprimere la complessità e la storicità della
scienza. Si scopre così che la tradizione dell'algebra aritmetica si estende da
al-Hwarazmi, nel IX sec., fino all'Europa del Settecento; quella della
geometria algebrica di al-Hayyam (1048-1131) fino a Gabriel Cramer
(1704-1752)".
Il ruolo
della scienza araba è spesso valutato positivamente soltanto alla luce degli
sviluppi della scienza in Occidente...
"E'
l'impressione che si ha leggendo la maggior parte degli scritti di storia della
scienza; ma si tratta di un'opinione relativamente recente. Gli scienziati
medievali pensavano il contrario: Roger Bacon, e altri con lui, invitavano i contemporanei
ad apprendere l'arabo per acquisire una formazione scientifica. Perfino nel
XVIII secolo un filosofo-scienziato come Condorcet esprimeva un'opinione
positiva sulla scienza araba. Le cose cambiarono nell'Ottocento, con la Scuola
romantica tedesca. Ci limitiamo a ricordare che essa introdusse nozioni
antropologiche (razza) per scrivere la storia, nonché una concezione
dell'Europa come unità antropologico-linguistica che prima non esisteva. Anche
la storia della scienza ne è stata influenzata; di conseguenza, come dimostrano
per esempio, le opere di Paul Tannery e di Pierre Duhem, il ruolo della scienza
araba è stato profondamente modificato e alterato".
Scienza
"araba" o scienza "islamica"?
"'Scienza
araba', se si designa la scienza con la lingua che le è propria. Senza
escludere il persiano e perfino il latino, rimane il fatto che il nucleo della
produzione scientifica era scritto in arabo. E l'arabo è la lingua della
scienza per oltre sette secoli. 'Scienza islamica', se si intende la civiltà che
l'ha espressa. Entrambe le designazioni sono legittime, anche se personalmente
preferisco la prima. Essa è una 'scienza-mondo', o scienza universale, per le
sue fonti (greche, persiane, sanscrite, siriache), per i suoi centri (quelli
del mondo antico), per i suoi prolungamenti (greci, bizantini, latini, ebraici,
italiani)".
Lei ha
appena collaborato con la Treccani alla realizzazione di un volume sulla
scienza nella civiltà islamica. Si parla di un importante evento editoriale.
"È
vero, il volume della Storia della scienza della Treccani, diretta da Sandro
Petruccioli, è una 'première' sotto molti aspetti. È la sintesi più completa
della storia delle scienze nella civiltà islamica che sia stata mai scritta in
ogni lingua. È la prima sintesi a tenere conto delle scienze umane nei loro
rapporti con le scienze esatte. Vi si trovano capitoli sulla linguistica, sulla
crittografia, sulla teologia filosofica, sulla storia. È la prima sintesi che
comprende alcuni capitoli dedicati alle condizioni materiali della scienza e
alle istituzioni scientifiche. Hanno collaborato una cinquantina di autori per
scrivere 73 capitoli, ciascuno dei quali riflette lo stato attuale della
ricerca. Questo volume, tuttavia, è una 'première' anche per l'impostazione
storiografica di un buon numero di capitoli: non si tratta di raccontare la
vita degli scienziati o i loro scritti, ma di cogliere le tradizioni
scientifiche nelle quali s'iscrivono i loro lavori e le trasformazioni da esse
subite".
I
"venti di guerra" che annunciano nuovi conflitti sono presentati in
qualche caso come l'esito di uno scontro tra civiltà...
"C'è un proverbio che dice: "chi vuole ammazzare il suo cane lo accusa di avere la rabbia". Una simile accusa è un puro lavoro da ideologo. Parlare delle civiltà e delle loro interazioni esige una solida conoscenza storica, che protegge rigorosamente dalla trappola dell'ideologia. È proprio dell'ideologia, in effetti, considerare situazioni diverse come globalmente analoghe, osservare i fatti in maniera obliqua, per favorire le somiglianze a spese delle differenze; infine, l'ideologo cerca la conoscenza non tanto per se stessa quanto per l'uso che può farne. Basta leggere i libri apparsi recentemente su questo preteso scontro di civiltà per costatare che essi veicolano un'ideologia, e, per di più, poco raffinata. Soltanto un'autentica conoscenza storica può proteggerci da questo".