RASSEGNA STAMPA

20 NOVEMBRE 2002
ROMEO BASSOLI
"Siamo sull'orlo del baratro", il Cnr lancia un sos

All'allarme del presidente Bianco il governo risponde: vi salveremo con una riforma

"IL CNR è sull'orlo del baratro. Saremo presto costretti a disdire tutti gli impegni di ricerca internazionali, usciremo dal mercato italiano e mondiale dell'innovazione. Non riusciremo a pagare gli stipendi. E alla fine diventeremo un ente strumentale di servizi, assoggettato agli interessi del mercato. L'anno prossimo non so se festeggeremo l'80° compleanno del Cnr o il suo funerale".

"Ma no, non siete alla canna del gas. Certo, la situazione è difficile, Tremonti deve far quadrare i conti di cassa. Ma faremo una grande riforma che salverà l'ente".

Così, con un botta e risposta, ieri si è consumata un'altra giornata difficile per la scienza italiana. Il presidente del Cnr, Lucio Bianco, ha presentato il Rapporto 2002 dell'ente con parole dure sulle scelte del governo, quelle economiche di oggi e quelle politiche di domani. Guido Possa, viceministro alla Ricerca Scientifica, gli ha replicato: "Siamo con il Cnr, ma le cose non sono così gravi".

In mezzo, alcune migliaia di ricercatori. Una folta rappresentanza (alcune centinaia) ha applaudito a lungo, nella grande sala del Cnr a Roma, quello che potrebbe essere l'ultimo intervento programmatico di un presidente nominato (e poi confermato) dal governo dell'Ulivo e dato ora in partenza, quando il governo del Polo riuscirà a far uscire il decreto di riforma dell'ente. Un cambiamento che verrebbe gestito (secondo alcune voci) dall'attuale rettore della Luiss (ed ex rettore del Politecnico di Milano) Adriano De Maio in veste di commissario.

Ieri, dunque, Lucio Bianco ha voluto fare un discorso duro, a tratti ironico ("Non ci sentiamo capiti, forse è un problema di comunicazione") ma drammatico per lo scenario che investe il maggiore ente di ricerca italiano. Sullo sfondo, i dati noti della crisi della scienza nel nostro paese: l'Italia destina complessivamente alla ricerca l'1,04% del Prodotto interno lordo, contro il 2,46% della Germania, il 2,17% della Francia e l'1,87% della Gran Bretagna. Nel confronto internazionale solo Spagna, Grecia e Portogallo vengono dopo di noi. L'Italia, ha detto il presidente del Cnr, "è un paese che investe poco, ma ha anche una spesa in diminuzione. La condizione peggiore tra i paesi avanzati".

Ma Bianco ha messo sul tavolo i numeri che mostrano il "paradosso Cnr": la quantità e la qualità della ricerca prodotta tengono la competizione con gli enti degli altri paesi. In questi anni l'ente è cambiato. Ha tagliato il 14 per cento degli organi di ricerca, è passato da oltre 300 istituti ad un centinaio, ha limato il personale amministrativo. Alla fine, il suo bilancio è oggi di 793 milioni di euro. Di questi, lo Stato ci mette 541 milioni, dal mercato arrivano 155 milioni.

Ed è qui il nodo. "Sul mercato - ha detto Bianco - abbiamo rastrellato il massimo dei finanziamenti possibili. Siamo al 120% in più rispetto a 5 anni fa. Ma non possiamo aumentare ancora questa voce. Finiremmo per diventare succubi del mercato". Il punto critico è un contributo dello Stato a quota 550 milioni di euro: se si va sotto (e così è ora, ma dopo andrà peggio), salta la possibilità non solo di investire in conoscenza, tecnologie per la ricerca, nuovi progetti, ma persino per gli stipendi. "Con il 10 per cento in meno di contributo statale - ha detto Bianco - saremo obbligati a cancellare i 506 progetti di ricerca comunitari in corso e i 305 accordi bilaterali di cooperazione scientifica". Insomma, un azzeramento sul piano internazionale. E l'impossibilità di trovare fondi sul mercato nazionale, perché la qualità della ricerca scadrebbe.

Il governo, per ora, si limita a far parlare il viceministro Possa. Ha la riforma nel cassetto e una scommessa: salvare la qualità della ricerca affidandola sempre di più all'abbraccio con i privati e snellendo ancora di più il Cnr. La partita decisiva sta per cominciare.
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