![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 20 NOVEMBRE 2002 |
|
Liberale.Qualcuno che lo fosse prima che tutti si dicessero tali, con
autorevolezza e senza troppi compagni, in Italia c’è stato. Anche dal punto di
vista del pensiero politico, Croce è perciò straordinariamente attuale.
Eppure, sul liberalismo del filosofo napoletano quanti distinguo! Quante
sottili chiose e precisazioni! Un «liberalismo anomalo», «atipico»,
«inautentico», «zoppo».... Quasi che la dottrina della libertà potesse essere
racchiusa in rigide gabbie.
«Sì, sono convinto che Croce possa dirsi un liberale solo a metà»: così dice,
perentoriamente, Giuseppe Bedeschi, ordinario di Filosofia morale alla
Sapienza di Roma. E precisa: «La meditazione di Croce sul liberalismo contiene
due aspetti diversi. Da un lato, Croce elabora una vera teoria liberale fondata
sulla sua concezione dialettica della società: in essa la lotta, il conflitto,
il dissenso sono l’humus vitale del vivere associato. Lo Stato liberale da
Croce teorizzato tutela il conflitto attraverso le regole del gioco e consiste
in queste regole. Ma d’altro canto, va detto, c’è un Croce che elabora questa
intuizione su ciò che rende viva e vitale una società in una concezione
metapolitica, come egli dice, che è una vera e propria filosofia della storia.
Il Croce che afferma che ”la libertà ha per sé l’eterno” non è propriamente un
Croce liberale, anche se non nego la forza persuasiva e edificante che avevano
queste sue parole nel pieno della dittatura».
Ma dov’è propriamente il punto di attrito con il liberalismo? Bedeschi non ha
dubbi: «Nella scomparsa di ogni distinzione. Croce, come gli contesterà Luigi Einaudi,
dimentica il nesso che c’è fra le istituzioni liberali e i concreti assetti
sociali, economici e giuridici. In quest’ottica, per assurdo deve persino
ammettere che un regime economico comunistico non è per principio illiberale
anche se lo è quasi sempre nei fatti. E poi - aggiunge Bedeschi - il realismo
politico, seppure proprio solo della prima fase del pensiero crociano,
significa che, con la critica al giusnaturalismo e all’illuminismo, egli è
costretto a sacrificare nientemeno che uno dei capisaldi del pensiero liberale:
l’idea di individuo».
Un liberale Doc come Dario Antiseri, docente alla Luiss di Roma, non è però
d’accordo. «Ma perché, per essere liberali, occorre essere per forza
giusnaturalisti? In questo modo si dimentica che quasi tutto il pensiero
liberale novecentesco, e sicuramente tutto quello che si richiama
all’evoluzionismo o allo spontaneismo della Scuola austriaca, fa riferimento a
altri modelli. E poi non è che io per trovare il liberalismo di Croce, debba
rivolgermi esclusivamente al suo pensiero politico. Nell’immensa sua opera, io
trovo una concezione della storia, della scienza, della filosofia e
dell’individuo che dànno corpo e sostanza al suo liberalismo. Egli è contro le
leggi necessarie della storia, contro il dogmatismo positivista, per la libertà
e l’autonomia del singolo, per un’idea di filosofia da cui è scomparsa la
pretesa di definitività di qualsiasi sistema filosofico. E che cosa è questo se
non puro liberalismo».
Più articolata è la posizione di Sebastiano Maffettone, presidente della
Società italiana di Filosofia politica e, da giovane, anticrociano per
«ribellione familiare». Nato e cresciuto in un ambiente permeato di letture e
frequentazioni crociane, Maffettone si rese subito conto che il filosofo dei
distinti non gli permetteva di «fare fino in fondo i conti con l’impatto della
modernità occidentale sulla cultura italiana». Eppure, col tempo, Maffettone si
è reso conto, confessa, che «è stato un errore e un segno della nostra
debolezza e del nostro provincialismo filosofici non aver considerato i mille
modi in cui il suo pensiero si interseca con i nostri problemi». Maffettone
insiste anche oggi, tuttavia, sul fatto che la critica di Croce all’illuminismo
«gli faceva percepire scienza, democrazia e capitalismo, e in ultima analisi la
Modernità tutta, come elementi quantitativi e secondari rispetto alla vita
dello spirito e allo svolgersi metafisico della Libertà».
Allora, quale paradigma per il Croce del 2000? Il «filosofo della Libertà» non
è più, certamente, accantonato a priori (anche se ancora oggi, con una punta di
snobismo, Massimo Cacciari confessa al telefonino che di Croce poco o nulla
gli è dato conoscere). Di più: Croce è lodato e apprezzato, per il suo esempio
morale e anche, un po’ meno, per il suo pensiero. Su quest’ultimo, soprattutto
su quello politico, c’è sempre un «ma» che, come un automatismo, scatta a un
certo punto. Il filosofo dei distinti è diventato, per i suoi interpreti, il
«filosofo dei distinguo». Antiseri, ad esempio, che pure ha scoperto che Croce
non è poi tanto lontano dal «suo» Popper e che ciò che l’uno critica chiamando
«storicismo» è ciò che l’altro chiama «filosofia della storia», su un punto
concorda con Bedeschi: «Nel distinguere troppo il politico liberalismo
dall’economico liberismo, Croce non si è accorto che l’uno non può andare senza
l’altro».
Quanto a Maffettone, il suo bel «distinguo» lo fa sui rapporti tra etica e politica:
«Croce ha scritto un saggio emblematicamente intitolato Troppa filosofia
politica. Il problema, per come lo vedo io, è che invece ce ne è troppo poca di
filosofia politica in Croce. Quest’ultima è come un fiume che corre nel letto
naturale dell’etica, dando senso prioritario al progetto politico, e
contrapponendo quest’ultimo al mero riconoscimento fattuale dovuto al successo
in cui Croce è costretta a confinarla». Che le cose non stiano proprio così è
però Antiseri a sottolinearlo: l’etica è stata sempre al centro delle scelte
pratiche di Croce e dello stesso suo giudizio sui partiti, gli eventi e gli
uomini politici. «Memorabile è la delineazione del profilo del vero uomo di
cultura, né impolitico né asservito o organico a un partito. Il rapporto fra
intellettuali e politica è affrontato da Croce con grande lucidità: la
filosofia, egli dice, non può diventare lo strofinaccio della cucina dei
partiti».
Ma Croce era di destra o di sinistra? Su questo aspetto, i nostri interlocutori
non si sono pronunciati. E, in effetti, la sua concezione metapolitica del
liberalismo taglia di traverso una distinzione che forse ha finito di aver
valore anch’essa con il «secolo breve». Inattuale, come Nietzsche, nel suo
tempo, apparentemente rétro, ma in realtà anticipatore, Benedetto Croce era
forse, senza saperlo, e senza che i suoi onesti interpreti potessero
immaginarlo, il primo nostro filosofo post-moderno..