![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 20 NOVEMBRE 2002 |
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Benedetto Croce è stato e sempre sarà «il filosofo napoletano». E sì che
nacque a Pescasseroli, ma Napoli, dove si trasferì bambino, fu il luogo delle
sue prime letture, delle passeggiate con la madre Luisa Sipari in lungo e in
largo per la città, per chiese, strade e palazzi. A Napoli visse praticamente
tutta la vita, fino alla morte, il 20 novembre del 1952, di Napoli fu la figura
più rappresentativa negli anni del fascismo, di Napoli scrisse tanto, anche su
«Il Mattino». E nonostante amasse dire di sentirsi «abruzzese nei momenti
difficili», è innegabile la sua appartenenza profonda alla città, che lo
ricambiò con trasporto. È azzardato ravvisare nel suo stesso pensiero, o nella
sua «religione della libertà», l’indizio di un’appartenenza napoletana? Uno dei
maggiori studiosi crociani, lo storico Giuseppe Galasso, non trova affatto
peregrina l’idea di una napoletanità inserita ben più che come nuance in un
pensiero totalmente europeo.
«Croce ha sempre esaltato il suo rapporto con la tradizione della cultura
napoletana», dice Galasso. «Alcuni dei suoi riferimenti maggiori sul piano del
pensiero sono Vico, De Sanctis, Labriola. A una giornalista inglese che gli
chiedeva del rapporto tra Napoli e l’Europa, descrisse un’assoluta identità:
quanto più approfondiva le ragioni della sua napoletanità, tanto più scopriva
di essere europeo. Per altri versi, si sentì sempre sia abruzzese che
napoletano. Quando declinò l’offerta a senatore a vita nel ’48, addusse a
motivo la sua età e precisò che, se avesse dovuto decidere di tornare alla
politica, riteneva che non gli sarebbe mancato un collegio ”o del natìo Abruzzo
o di Napoli”. Ma fu Napoli la sua grande passione, la vera identità che sentì
sua. E mai come per lui, e come per i napoletani di cui mi onoro di esser
parte, che hanno vivo il senso della propria città, dirsi napoletano
significava dirsi ”del regno di Napoli”. Il che definisce insieme abruzzesi,
pugliesi, lucani, campani».
La lettura di opere come «Storie e leggende napoletane» rende evidente
l’interesse del filosofo per le vecchie memorie napoletane, ma anche la sua
capacità di comprensione dell’«animus» della città. Dove comincia veramente
l’empatia di Croce con Napoli?
«Dal fatto di non aver mai perso il contatto con la vita quotidiana. Se si
legge quello scritto bellissimo che è ”Un angolo della vecchia Napoli”, dove
Croce commenta il panorama dalla finestra dello studio all’angolo di via San
Sebastiano con Spaccanapoli, si vede che di ogni luogo lui precisa la natura,
la storia, la suggestione della città come identità umana e civile. La sua
illustrazione della novella di Boccaccio su Andreuccio da Perugia, che tra i
vicoli di Napoli vive le stesse traversìe riservate dalla criminalità odierna
ai turisti napoletani, o gli scritti sulle leggende, i teatri napoletani e così
via, danno il senso della compenetrazione con la città».
Quale fu il rapporto di Croce con la gente semplice?
«Concreto e assai umano. Ricordo che quando cominciai a frequentare la
tipografia di Angelo Rossi, ”L’arte tipografica”, lo stesso Rossi, il proto
Mario Vastarella e altri lavoranti, a qualche anno dalla morte del filosofo ne
conservavano una memoria vivissima. E così la gente del quartiere, primo tra
tutti il tabaccaio, da cui egli si fermava ogni mattina anche perché era un
fumatore impenitente, al punto da avere le dita ingiallite di nicotina.
Passeggiava per la città salutando i bottegai e gli artigiani con schiettezza
autentica. Essendo appassionato di libri, ne faceva grandi acquisti e, poiché
ne curava personalmente rilegatura e pulitura, si intratteneva a lungo con
librai e venditori».
È centrale, nell’interpretazione storica di Croce, l’analisi della Napoli del
1799. Perché secondo lei vi dedicò un’attenzione speciale?
«La sua interpretazione della Repubblica partenopea è la chiave di volta di
tutta la Storia del Regno di Napoli. Per lui l’idea di unità d’Italia fu
anticipata dai patrioti napoletani. Croce arrivò a dire che il regno finì nel
1799 anche se durò fino al 1860. La verità è che credette alla progressiva
formazione di una nazione napoletana nel corso dei secoli. Le ricerche sulla
storia napoletana furono la vera palestra del suo spirito critico, la sua
”scuola primaria”. Uno specchio esemplare dell’intima realtà morale dell’uomo
come del corso dell’intera storia europea.»
Si è molto detto e scritto del senso dell’amicizia e delle leggendarie
domeniche pomeriggio in casa del filosofo. Anche qui don Benedetto mostrò la
sua napoletanità?
«Quei pomeriggi furono, fin quasi alla seconda guerra mondiale, una
consuetudine centrale della vita sociale cittadina. A casa sua si riuniva una
compagnia molto disparata: personalità di primo piano, come Giustino Fortunato,
amici personali come Fausto Nicolini o Riccardo Ricciardi, e persone di più
modeste condizioni, come il padre di Raffaello Franchini, Vincenzo, impiegato
al municipio. Fu dalla frequentazione paterna che il figlio, poi professore di
Filosofia a Napoli, trasse lo stimolo per i suoi studi. Del resto, Croce era
anche in questo un vero napoletano: alla sua porta si poteva bussare con la
sicurezza di esser ricevuti. Laureandi, giovani studiosi, bibliofili, lo
trovarono sempre disposto ad ascoltarli. Così avvenne anche quando, un mattino
del 1913, gli si presentò la giovane studentessa
Adele Rossi, che Croce, un anno dopo, avrebbe sposato».