![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 19 NOVEMBRE 2002 |
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Pubblicato ne «Il Giornale», 1951, quindi in «Quaderni della critica» e in
altre raccolte, il «Soliloquio» esce domani in «Dal libro dei pensieri» a cura
di Giuseppe Galasso (Adelphi, pagg. 225, euro 9).
Qualche volta agli amici che mi rivolgono la consueta domanda: - Come state? -
rispondo con le parole che Salvatore di Giacomo udì dal vecchio duca di
Maddaloni, il famoso epigrammista napoletano, quando, in una delle sue ultime
visite, lo trovò che si scaldava al sole e gli rispose in dialetto: - Non lo
vedi? Sto morendo. - Ma non è già un lamento che mi esca dal petto, ed è invece
una delle solite reminiscenze di aneddoti letterarii che mi tornano
curiosamente alla memoria e mi allegrano. Malinconica e triste che possa
sembrare la morte, sono troppo filosofo per non vedere chiaramente che il
terribile sarebbe se l’uomo non potesse morire mai, chiuso nel carcere che è la
vita, a ripetere sempre lo stesso ritmo vitale che egli come individuo possiede
solo nei confini della sua individualità, a cui è assegnato un compito che si
esaurisce.
Ma altri crede che in un tempo della vita questo pensiero della morte debba
regolare quel che rimane della vita, che diventa così una preparazione alla
morte. Ora, la vita intera è preparazione alla morte, e non c’è da fare altro
sino alla fine che continuarla, attendendo con zelo e devozione a tutti i doveri
che ci spettano. La morte sopravverrà a metterci in riposo, a toglierci dalle
mani il còmpito a cui attendevamo; ma essa non può fare altro che così
interromperci, come noi non possiamo fare altro che lasciarci interrompere,
perché in ozio stupido essa non ci può trovare.
Vero è che questa preparazione della morte è intesa da taluni come un
necessario raccoglimento della nostra anima in Dio; ma anche qui occorre
osservare che con Dio siamo e dobbiamo essere a contatto in tutta la vita, e
niente di straordinario ora accade che c’imponga una pratica inconsueta. Le
anime pie di solito non la pensano così, e si affannano a propiziarsi Dio con
una serie di atti che dovrebbero correggere l’ordinario egoismo della loro vita
precedente, e che invece sono l’espressione ultima di questo egoismo.