![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 15 NOVEMBRE 2002 |
|
Il filosofo affronta da un punto di vista laico i temi
dell'intervento papale in Parlamento
Il Papa in
alcuni passaggi del suo intervento ha ricordato i fondamenti della dottrina
della chiesa, parlando di "verità assoluta", di "legge
oggettiva", di diritti iscritti nella "natura umana". Questi
concetti sono rimasti sullo sfondo quando il discorso ha affrontato il tema
della famiglia, di cui ha affermato lo status giuridico "naturale".
Una tesi analoga vale anche per l'idea di "persona umana".
Da queste
indicazioni dottrinali discende ovviamente uno specifico orientamento
legislativo, che il Papa non ha bisogno di raccomandare esplicitamente. Ma
esistono altre concezioni o interpretazioni di "natura" e
"persona" che non coincidono con quelle espresse dalla dottrina della
Chiesa. E hanno la stessa dignità etica e diritto di espressione legislativa.
In realtà le nostre società democratiche devono legiferare su temi importanti,
quali lo statuto della famiglia o le applicazioni della genetica e delle
biotecnologie, senza che tra i cittadini esistano idee condivise su che cosa
sia la "natura umana". Senza che ci sia consenso su quali siano i
confini biologici della "persona umana" - l'unica che nelle nostre
Costituzioni è titolare di diritti inalienabili.
Prendiamo ad
esempio le prestazioni della bioingegneria, cui il Papa non ha accennato ma che
diventeranno presto motivo di contrasto ideologico e legislativo. Esse stanno
sconvolgendo i parametri tradizionali con cui per secoli si è definita la
"vita" o la "natura umana". Cade subito l'illusione che ci
si possa intendere sulla base dei grandi assunti di principio, pure
unanimemente condivisi nella nostra civiltà, quali la "dignità della
persona" e "sacralità della vita" (magari intesa in modo
secolarizzato). Con sconcerto infatti si scopre che questi principi,
soggettivamente sostenuti con sincerità, nascondono in realtà differenze
interpretative molto pronunciate che portano a posizioni pratiche e proposte
legislative inconciliabili.
Nasce allora
presso i politici la tentazione di tagliare corto, ricorrendo al principio
della decisione a maggioranza. Ma proprio i temi controversi della famiglia e
della bioetica ripropongono l'antica questione dei limiti della maggioranza
quando sono in gioco valori fondamentali. C'è il pericolo della "dittatura
della maggioranza".
Prendiamo
l'esempio della legge sull'aborto, che ora viene insistentemente citata in
vista della sua possibile revocabilità - grazie ad una nuova maggioranza
politica. È bene ricordare i termini democratici della questione: l'attuale
legge sulla interruzione della maternità (votata ovviamente a maggioranza)
rispetta rigorosamente le convinzioni e i comportamenti di chi rifiuta ogni
forma di aborto. La sua abolizione (o un suo sostanziale travisamento) invece
non solo non rispetta le convinzioni della (eventuale) minoranza, le considera
sbagliate ma di fatto le criminalizza.
La
problematica delle biotecnologie, e in generale della bioetica, non coincide
concettualmente con quella legata all'aborto, ma contiene presupposti analoghi.
Anche qui infatti da un lato c'è chi ha certezze o verità su "vita" e
"natura umana", per lo più argomentate in termini religiosi, che
intendono perentoriamente imporsi tramite normative di legge. Dall'altro lato
c'è chi, laicamente, ritiene che lo sviluppo delle biotecnologie ponga
interrogativi di tipo nuovo sulla ridefinizione stessa della "natura
umana". Sono altrettante sfide etiche.
Particolarmente
impegnativa è la questione di quando e come "inizia la persona umana"
in funzione dei diritti/doveri che essa esige. Il laico distingue tra tutela
incondizionata dei diritti della persona nata dalle tutele differenziate e
bilanciate del feto nei suoi vari stadi, in particolare nella questione
dell'aborto. Non considera l'embrione in quanto tale titolare di diritti come
la persona formata, anche se non è strumentalmente disponibile e mercificabile.
Quanto alle operazioni di biogenetica, separa nettamente gli interventi
terapeutici, correttivi e migliorativi (approvati), da interventi manipolativi
nel senso delle clonazioni umane (respinti).
Questa
problematica è presente anche nell'ultimo libro di Jürgen Habermas, "Il
futuro della natura umana" (Einaudi 2002, pp.125, Euro 14). Il filosofo
tedesco non parla di approccio laico, ma di teoria non-metafisica o
postmetafisica, per la quale e vita e natura umana non sono entità
ontologicamente dotate di senso (ontologicamente sacre), bensì realtà
sottoposte ad un processo continua di interpretazione etica o
"moralizzazione della natura". Questa risponde ai criteri
universalistici, kantiani, dell'uomo come fine e ha come come corollario il
rifiuto di ogni strumentalizzazione dell'organismo umano.
Come
suggerisce il sottotitolo, i rischi di una genetica liberale, il lavoro di
Habermas è innanzitutto guidato dalla preoccupazione per una genetica cosidetta
"liberale", nel senso di guidata esclusivamente dai meccanismi del
mercato della salute e dalle opzioni insindacabili di genitori interessati alla
programmazione della prole secondo i propri desideri. Questa genetica
"positiva", manipolatoria, costruttivista, confondendo
"artificiale" e "spontaneo", "naturalmente
cresciuto" e "costruito in laboratorio", altera radicamente i
principi dell'etica sulla quale si è costruita la nostra società democratica.
Habermas è
consapevole di fare una diagnosi prematura perché l'ingegneria genetica non è
arrivata ancora a programmare l'individuo, cancellando la contingenza e la
casualità cromosomica che caratterizza la nascita "naturale"
dell'uomo, mettendolo così in grado di agire in modo libero, non pregiudicato.
Ma il filosofo anticipa il caso-estremo per poter porre i problemi del
"futuro della natura umana" che la genetica "liberale"
pregiudica in modo irreparabile.
L'analisi di
Habermas è complessa, perché è intessuta nella sua teoria
dell'intersoggettività, dell'agire comunicativo, dell'etica del discorso. Mette
in gioco cioè tutto il suo pensiero (per la cui comprensione è preziosa la
Postfazione di Leonardo Ceppa) come se per criticare il determinismo genetico fosse
necessario condividere la sua teoria.
Un punto
tuttavia è sorprendente: il teorico dell'agire comunicativo e
dell'intersoggettività dell'intendersi introduce nella sua analisi il concetto
di "fondamenti biologici della persona". Parla di patrimonio
biologico intangibile ed eticamente "indisponibile" in analogia ai
diritti fondamentali dell'uomo, che garantiscono l'integrità e la dignità della
persona. Salvo poi introdurre criticamente quelle differenziazioni che abbiamo
visto sopra.
Prendiamo atto
che un filosofo post-metafisico riscopre la problematica della "natura
umana" come "moralizzazione della natura", come impresa etica.
La natura umana cioè non è più decifrata nella dimensione creaturale religiosa
né imprigionata nel determinismo biologistico. È una sfida per il pensiero
laico.