RASSEGNA STAMPA

10 NOVEMBRE 2002
DERRICK DE KERCKHOVE
I rischi dell’era digitale

Far parte di una società che conosca bene la «rete», la comunicazione, vuol dire far parte di una società avanzata. Ecco perché, quando la Provincia di Napoli e la Regione Campania mi hanno invitato per elaborare alcuni progetti dopo l’esperienza di un workshop tenuto nel marzo 2001 a Città della Scienza sull’intelligenza connettiva, ho subito pensato a Napoli come la città ideale per un laboratorio della «rete». L’economia napoletana, infatti, che in passato si sviluppava sulla concentrazione della gente nella città, oggi si basa al contrario sulla dispersione dei napoletani verso l’esterno, sulla loro «emigrazione» verso il resto della provincia. Questo allargamento dal centro avrebbe un supporto straordinario dalla diffusione di un uso consapevole della rete. Di qui la necessità di dare alla gente l’idea concreta che dietro la nuova tecnologia c’è effettivamente qualcosa di nuovo, di diffondere e sviluppare una coscienza della tecnologia in una forma pubblica, aperta a tutti. È quello che intendiamo fare con la realizzazione della piazza del villaggio globale. Una piazza (da dedicare a Marshall McLuhan e a Guglielmo Marconi, nel segno di un gemellaggio tra l’Italia e il Canada) che connetterà in tempo reale la galleria «Principe Umberto» a un’altra galleria di Toronto, un parco pubblico elettronico aperto sempre, che darà immediatamente a tutta la popolazione napoletana e canadese l’idea che due posti separati dall’oceano possano comunicare in modo permanente.
Fare di Napoli la prima città nel mondo con questo tipo di connessione mondiale è il nostro obiettivo, ma non solo. Napoli sarà anche la prima città al mondo a utilizzare un particolare software collaborativo, l’Hypersession, non solo per la formazione, in ambito universitario, ma anche per la comunicazione tra enti locali ed utenti e all’interno stesso degli organismi governativi (la Provincia di Napoli sarà il primo ente pubblico che farà uso di un sito collaborativo per avviare un dialogo interdipartimentale). E ancora, per finire, Napoli sarà anche la prima città al mondo ad avere un Centro di intelligenza connettiva, con una parte pratica (workshop per le imprese) e una parte riservata alla ricerca scientifica su tematiche di ambito cognitivo.
Quest’ultimo punto è di estrema importanza: l’intelligenza connettiva offre, infatti, la possibilità a ciascuno di appartenere a un gruppo senza perdere l’identità privata. È questa la grande sfida del futuro. Oggi ci troviamo, infatti, in una fase di transizione verso il terzo periodo della grande storia dell’uomo e della parola: dopo il periodo dell’oralità, dove tutta la memoria era contenuta nel presente, e il periodo della scrittura, dove l’individuazione del potere sul linguaggio creava la continuità individuale, oggi siamo diretti verso il periodo dell’elettronificazione della parola. La parola è sul cellulare, sul registratore, sulla rete, ovunque supportata dalla forza e dall’energia dell’elettricità. Questo cambia tutto. La parola elettronica non è più soltanto dentro l’individuo, come la parola scritta nella lettura silenziosa. È fuori del corpo, è condivisa con altre persone, è diventata una parola comune, connettiva, e non collettiva, perché non dimentica l’identità privata di ciascuno che partecipa alla parola comune. Certo, come i precedenti periodi di transizione tra un periodo e l’altro, anche questo è carico di minacce e pericoli. In fondo, la storia delle guerre di religione, subito dopo l’invenzione della stampa, non è stata altro che la conseguenza del passaggio dalla parola orale del sacerdote a quella privata del singolo individuo che interpreta il messaggio religioso in maniera scismatica.
Oggi l’elettricità sa tutto di noi. Basti pensare alla progressiva «tracciabilità» digitale delle nostre vite: le tracce che lasciamo per ciascun movimento, ciascuna azione che compiamo, quando si va sulla rete, quando si paga con la carta di credito, quando si prelevano soldi agli sportelli automatici delle banche, perfino quando si cammina semplicemente per strade sotto gli occhi delle telecamere. Tutta l’informazione su di noi è conosciuta fuori di noi e dunque la nostra identità è virtuale perché, come diceva McLuhan, più si sa su di te, meno tu esisti. Eppure dire di no sarebbe come nuotare contro un maremoto. Noi dobbiamo capire la problematica elettronica, non limitarci ad averne paura. Dobbiamo sapere come usare questo mostro enorme, questa forza straordinaria, che sta cambiando la nostra vita. Non possiamo negare che, nonostante tutti i pericoli di deindividualizzazione che ci vengono dalla minaccia elettronica, rispetto al passato, abbiamo riconquistato sullo schermo dei pc quel controllo che avevamo perso sugli schermi del televisore. E allora, diciamo sì, ma con intelligenza. Stiamo vivendo una congiuntura mondiale molto pericolosa, direi tragica, ma anche la problematica politico-sociale deriva dall’implosione elettronica (la forza dinamica dell’elettronica fa implodere il mondo su se stesso, come ha dimostrato l’attentato al World Trade Center), fa parte della transizione verso il mondo elettronico. Possiamo solo sperare che questo passaggio sarà breve. Anche nell’epoca di Erasmo, di Galileo e dei grandi pensatori del Rinascimento abbiamo assistito gradualmente allo sviluppo di un’etica civile, sociale, democratica, repubblicana. Noi non abbiamo sviluppato ancora un’etica elettronica. Al momento, ancora non sappiamo bene di cosa si tratta, ma è senz’altro questa la direzione verso cui dobbiamo andare.
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