![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 8 NOVEMBRE 2002 |
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A UN ANNO
DALLA SCOMPARSA DI GIOVANNI MARTANO
Or è un anno
si spense Giuseppe Martano. Lo avevo conosciuto nel 1949 nella casa di Cleto
Carbonara, mio indimenticabile Maestro. Con lui si ritrovavano spesso, intorno
a Carbonara, ch'era il più anziano e autorevole, Carlo Dauzin e Mario Montuori,
seri studiosi di filosofia. Tutti come Carbonara erano stati allievi di Antonio
Aliotta e gli erano molto affezionati.
Carbonara
una volta la settimana amava aprire la sua casa in via S. Caterina da Siena ad
amici, colleghi, scolari. Per carità! Non si trattava di un
"salotto", e neppure di un "covo" accademico, ma di
un'occasione d'incontro, dove nei drammatici anni del dopoguerra ci si poteva
di nuovo accapigliare con animo libero nell'interpretazione della nostra
quotidiana problematicità.
Io, come
giovane assistente di Carbonara, capitai nel gruppo. Poiché avevo una ventina
d'anni in meno di Carbonara e una decina meno degli altri, non si poté, credo,
non guardarmi come un intruso ragazzotto, temerario e saputello, che un po' dà
fastidio e un po' fa tenerezza. Presto tutti mi divennero amici e io li ricambiai
schiettamente. Fu quello per me un periodo felice d'intenso esercizio
intellettuale.
Se la
simpatia è lo spontaneo accordarsi della sensibilità di un essere umano con gli
atteggiamenti vitali ancor prima che morali di un altro, ricordo che
un'immediata simpatia legò Martano e me. Peraltro di lui, acuto del pensiero
antico, leggevo in quegli anni i saggi sulla "persona". Da La
problematica dell'esistenza (1947) ai vari studi sulla "persona" in
Aliotta (1951) e in Carbonara (1964), passando per il volume critico
Considerazioni sulla "persona" (1959), la singolarità vitale e morale
di Martano si esprimeva tutta nelle sue inquietitudini teoriche. In lui
drammaticamente viveva lo scontro epocale tra l'idealismo d'impronta
attualistica non facile da liquidare e l'esistenzialismo non districabile
dall'indecisione tra l'immanenza e la trascendenza, tra il rifiuto di Hegel,
con la sua dialettica che in Italia ci si attardava a leggere in chiave
conciliatoria, e la soggezione al tragico della sua antropologia.
Martano
rispose teoricamente al pressante problema della vita nel solo modo in cui, se
si riconosce la tenaglia, si può sfuggire alla sua presa. L'intelligibilità del
reale non si trova né nell'immanenza né nella trascendenza, che ancora una
volta sono astrazioni, prive di verità. Essa invece è riposta nel luogo stesso
dove la domanda si pone, senza rassicurante risposta, nella coscienza che porta
in sé, anzi con sé, anche l'altro, ossia le cose e i viventi, il mondo, e
dunque è in se stessa lacerata tra l'impulso del sé e l'esigente appello
dell'altro, ogni volta chiamata a "scegliere".
Questa
dimensione strutturale dell'umanità Martano indicò come "orizzonte della
persona", e non poté non concludere che la filosofia è
"personalismo". La coscienza, di cui parlava Martano, non è che
l'irriducibilità del vissuto, cioè del nostro essere-al-mondo. Questa volta la
coscienza non è un rappresentarsi di oggetti al soggetto, bensì una convivenza,
una compartecipazione di vita. Nel pensiero di Martano si coglievano così gli
echi delle voci più vive della trasformazione culturale dell'Europa tra le due
guerre mondiali, soprattutto di filosofi che, come Husserl, Heidegger, Jaspers,
dai più in Italia erano ancora guardati con ostilità sospettosa o, peggio,
parzialmente e tendenziosamente letti.
La domanda
di frontiera (tra filosofia e non filosofia) intorno alla precompensione
originaria restò sempre la forza propulsiva della ricerca di Martano, e fu
presente anche nel libro La conoscenza sensibile nel razionalismo moderno
(1960) come nel rigore filologico profuso nell'edizione italiana (1965) del
trattatello alessandrino Sul sublime in difesa della retorica. Su ciò ancor di
recente hanno richiamato l'attenzione sia Aniello Montano sia Maria Teresa
Marcialis.
Come il suo grande amico Marcello Gigante, filologo classico di eccezionale qualità, fu pure appassionato intenditore di filosofia, così Martano, filosofo di modernissima sensibilità, fu un grande signore dell'antichistica. Scorrere le trecento "voci" della sua bibliografia è come aggirarsi tra continue sorprese nelle sale di uno straordinario antiquariato. Ma ognuno di noi ben sa che dietro ogni pezzo prezioso c'è una gioia, più spesso un'amarezza o un dolore, poiché egli, coerente con la sua filosofia, sempre e soltanto nell'originarietà del vissuto cercò i motivi delle sue scelte e le ragioni della sua cultura.