![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 3 NOVEMBRE 2002 |
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Le recenti opere di due insigni
studiosi non dissipano l'impressione di un declino della disciplina
Da opposti versanti, laico e cattolico,
í libri pur pregevoli di Lecaldano e Tettamanzí restano ancorati a una visione
puramente giuridica ed etico-politica
Nell'ottobre
del 1999 Albert Jonsen, uno dei protagonisti deh'istituzionalizzazione della
bioetica negli Stati Uniti e autore di una delle migliori storie della bioetica
(The birth of bioethics, Oxford
University Press, 1998), teneva una conferenza all'American Society for
Bioethics and the Humanities provocatoriamente intitolata «Why has bioethics
become so boring?» (Perché la bioetica è diventata così noiosa?).
La
tesi di Jonsen era che la bioetica avrebbe smarrito gli stimoli intellettuali e
il coraggio morale delle prime
battaglie contro il paternalismo medico e in difesa del riconoscimento
dell'autonomia decisionale dei pazienti; ovvero si sarebbe troppo
addomesticata, diventando una disciplina autoreferenziale e concentrata sulla
realtà locale (ovviamente egli si riferiva agli Stati Uniti, ma credo sia
difficile negare che lo stesso fenomeno sta accadendo un po' ovunque).
Jonsen
invitava i bioeticisti a esplorare al di fuori, in senso disciplinare e
geografico, delle dimensioni etico-politiche, economico-sociali e giuridiche in
cui sembrano ormai racchiudersi un po' provincialisticamente, tutti i problemi
della bioetica. Per esempio, rivolgendo
più attenzione agli sviluppi degli studi evoluzionistici ed ecologici e
lavorando sulla base di un'idea di etica più calata nella realtà delle scienze
empiriche della vita. Jonsen, tra
l'altro, ha proposto il termine "neuroetica" per definire sia i
problemi morali peculiari delle neuroscienze sia la ricerca sulle basi neurobiologiche
dell'agire morale.
Certo,
stando ai due dizionari appena pubblicati e rappresentativi dei due opposti
versanti del confronto bioetico in Italia, da noi la bioetica appare destinata
a rimanere noiosa (nel senso di Jonsen almeno) ancora per molto tempo.
Il Dizionario di bioetica di
Dionigi Tettamanzi e Marco Doldi assume che fuori dalla morale cattolica
non esista alcuna riflessione bioetica meritevole di attenzione. Colpisce e preoccupa l'assenza di rispetto o
riconoscimento per qualsiasi ipotesi di percorso decisionale autonomo nelle
scelte relative alla salute individuale o al benessere familiare. Le granitiche sentenze contro la moralità
delle consulenze genetiche fatte nel rispetto della libertà di scelta
personale, un principio che ha guidato nel mondo anglosassone questa pratica
verso una migliore educazione sanitaria e morale, lasciano perplessi anche
perché implicano un'idea piuttosto mortificante dell'etica. A partire dalle posizioni radicali che la
Chiesa Cattolica assume e mantiene su temi come la fecondazione assistita e la
contraccezione si possono avere solo conseguenze negative per il benessere
delle persone; ovvero di creare condizioni diseducative sul piano della
moralità pubblica. Si rischia cioè di
promuovere la solita ipocrisia all'italiana.
E le cose non vanno molto meglio se si guarda a un altro testo uscito in
questi giorni, Bioetica. Alla ricerca di nuovi modelli (Garzanti, pagg. 290, E 23,00), scritto dal
teologo Giannino Piana.
Il Dizionario realizzato da Lecaldano e dai suoi allievi è indubbiamente ispirato da istanze liberali, che chi scrive sente già più vicine, ma appare anche eccessivamente preoccupato di difendere l'etica, e quindi anche la bioetica in quanto etica applicata, dalle interferenze da parte degli approcci naturalistici; cioè di difendere l'autonomia del discorso morale. La voce "metaetica", ma anche "fallacia naturalistica" (che viene frequentemente richiamata) sono scritte a questo scopo. In tal senso, l'invito di Jonsen a capire meglio cosa abbiano da dirci le scienze della vita per farci anche meglio un'idea di quali scelte potrebbe essere meglio intraprendere appare irrilevante per Lecaldano. Ma perché? Tra l'altro, a leggere la voce "evoluzionismo" sembra che l'autore non abbia capito che non è "il caso", ma la selezione naturale a produrre gli adattamenti. E il carattere contingente delle soluzioni adattative presenta per l'etica una rilevanza anche di natura diretta, non solo quella indiretta di rendere infondato qualsiasi antropocentrismo o specismo. Nel senso che, a meno di assumere che le azioni umane siano indipendenti da cervelli frutto dell'evoluzione biologica e di esperienze che modulano le connessioni neuronali, conoscere le basi naturali, in senso evolutivo e funzionale, del senso morale può essere d'aiuto. Anzi, forse è ormai un passaggio inevitabile, dato che la filosofia sembra aver esaurito i suoi strumenti, cioè continua a ripetersi e non fa davvero alcun passo avanti nella definizione delle condizioni che consentano l'espressione di quel «libero pensiero morale» auspicato da Derek Parfit in Reasons and persona.