![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 3 NOVEMBRE 2002 |
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Marcello
La Matina («Il problema del significante», Carocci, Roma 2001, pagg. 266, e
18,50) è un filologo classico, prestato (da tempo) alla semiotica e alla
filosofia del linguaggio, che pratica «un ripensamento filosofico di alcuni
concetti della pratica filologica» e al tempo stesso «una declinazione
fliologica di alcuni concetti semiotici»; ma soprattutto usa l'esperienza della
filologia per ripensare problemi e situazioni che hanno molto occupato filosofi
e semiotici. Per esempio, la situazione della comunicazione. La Matina vede un ascoltatore come un editor
di fronte a un testo, che è per definizione altro: un testo che viene
trascritto, emendandolo, integrandolo, eventualmente banalizzandolo, e a
partire dal quale viene prodotto un altro testo. che - al contrario del testo
di partenza - è conforme al sistema linguistico dell'ascoltatore. La comprensione come edizione.
La
metafora ha il pregio di dare evidenza a due aspetti della comunicazione. Il
ruolo attivo dell'ascoltatore, che non si limita ad assorbire il messaggio, ma
lo modifica per comprenderlo e mentre lo comprende, e il rapporto, che essa
implica, tra due sistemi linguistici distinti e sempre più o, meno diversi (o,
come si usa dire tra due idioletti). Sono aspetti che erano stati sottolineati
anche da un filosofo del linguaggio di prima grandezza, Donald Davidson, a
cui infatti La Matina dedica un saggio in cui il dialogo socratico è visto,
come esempio pragmatico di contrattazione dei significati tra interlocutori
inizialmente distanti (secondo l'autore, per la loro appartenenza a due culture
linguistiche diverse: logicizzante e capace di riflessione metalinguistica
quella di Socrate, "tribale" ed essenzialmente narrativa quella del
suo interlocutore).
Come è naturale per chi è attento alle operazioni di transcodifica, La Matina è anche molto interessato al classico problema dei rapporto tra oralità e scrittura, e dedica un interessante contributo alla conferenza nel mondo antico e in particolare in Plutarco, in cui si cercano nei testi scritti, del retore di Cheronea le tracce (invero esili, a mio giudizio) della loro origine orale.