![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 1 NOVEMBRE 2002 |
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Un saggio di Remo Bodei dedicato alla "colonizzazione delle
coscienze": filosofia, ideologia, strapotere della tecnica
Dal "cogito" di Cartesio alla psicologia di Le Bon, così
cambia il concetto di identità
L'identità
personale nasce nel 1694. Detto così fa effetto, e soprattutto pare assurdo.
L'io c'è sempre stato, da che mondo è mondo. Anzi, da quando l'uomo e la donna
sono nel mondo. Ma se il termine, personal identity , viene effettivamente
coniato in quell'anno dal filosofo inglese John Locke, più o meno comincia in
quell'epoca pure la costruzione dell'io, vale a dire la ricerca e la
definizione di che cosa sostanzia un'individualità, su che cosa si fonda e che
cosa la tiene insieme nel tempo, attraverso le esperienze anche le più lontane
o superate in cui al momento non ci riconosciamo più. Remo Bodei, nel
dedicare al tema un ponderoso, nonché trascinante, volume ( Destini personali),
definisce quell'opera "una delle più colossali imprese della
modernità". Impresa, va detto subito, col cantiere ancora aperto, forse
mai più chiudibile, se per l'oggi si parla di un "io modulare",
dunque continuamente ricomponibile in tutto o in parte, e se all'orizzonte si
profila non solo l'ipotesi di un "meticciato" delle identità per le
forti e promiscue migrazioni in atto, ma addirittura l'inedita ombra del
posthuman : l'unione di organico e inorganico, corpo e macchina che per via di
protesi, trapianti, interventi biotecnologici non potrà non incidere sull'idea
e la percezione di "io". Addirittura su che che cosa è (sarà) un
uomo.
Non è stato
sempre così. La modernità si impianta (e parliamo dell'Occidente) quando il
mondo perde il suo "incantamento", il pensiero e la scienza lo
slegano dalla trascendenza e crollano i pilastri - dalla terra al cielo e da
qui all'eternità - dell'anima immortale, per ciascuno unica e incorruttibile
nel tempo, e della Provvidenza, vale a dire la garanzia della supervisione di
Dio sui destini personali e sulla storia. Non ci sono più perni assoluti, non
c'è più certezza metafisico-teologica a far da cornice e sostanza al singolo e
all'agire collettivo. Parte allora la ricerca filosofica di cosa sia la
personal identity e se ancora Cartesio (1596-1650) la fonda in verticale col
cogito ergo sum , penso dunque sono, Locke (1632-1704) inaugura una fondazione
"orizzontale": è il filo della memoria e il prefigurarsi e
preoccuparsi del futuro che tengono unita la coscienza.
Per Bodei,
Locke è il capostipite di un filone filosofico che arriva ai nostri giorni e
che ha come contraltare la corrente di pensiero innestata da Schopenhauer
(1788-1860). Per il filosofo tedesco la vera essenza di ciascun uomo è una
oscura e universale volontà di cui l'intelletto, mero "parassita" del
corpo, può prendere coscienza ma non governare. Inizia da qui un discredito
dell'individualità le cui tappe successive Remo Bodei indica in Le Bon,
Pirandello (il titolo più sintomatico: Uno, nessuno, centomila ) Gentile e i
totalitarismi del Novecento.
Questi
ultimi interessano soprattutto al filosofo dell'Università di Pisa: allora per
la prima volta le coscienze vengono infiltrate e "colonizzate" con un
preciso disegno scientifico-politico cui la filosofia - o certe filosofie - ha
preparato il terreno teorico e gli attrezzi. Il vero oggetto dello studio
(sottotitolo: L'età della colonizzazione delle coscienze ) è come la politica
sia arrivata a invadere i singoli dal di dentro, a penetrarne e plasmarne la
psiche. Come dal tradizionale "demagogo", il conduttore di popoli, di
persone, si sia giunti allo "psicagogo", il conduttore di
"anime".
Lo snodo
fondamentale in questa traettoria è costituito da Gustave Le Bon e dal suo La
psicologia delle folle del 1895. Di suo le Bon sarebbe favorevole al sistema
della rappresentanza politica, ma sono anni, quelli di fine '800 e primo '900,
in cui non solo lui parla di décadence dei popoli latini. Sono anni in cui è
nata, ed è in voga, la citologia, la teoria cellulare, per cui l'organismo si
basa su un agglomerato di cellule, ciascuna di per sé insignificante. E'
l'epoca in cui le masse si affacciano alla scena politica, ma sono per Le Bon
masse ineducabili e irredimibili, una minaccia per la civiltà: o le si tengono
fuori dalla politica, ma il socialismo preme per organizzarle, o vanno messe
sotto tutela da un'élite oppure da un meneur des foules , alla lettera:
trascinatore di folle.
L'arma? Le
Bon aveva visto da bambino, al paese, un mago sfidare e vincere,
nell'approvazione della pubblica piazza, il farmacista: magia contro scienza.
Un altro esempio un po' più illustre: il seguito ancora vivo dopo duemila anni
di un "falegname ignorante della Galilea". "Nella storia
l'apparenza ha sempre avuto un ruolo più importante della realtà", scrive.
E poichè il popolo rozzo ragiona solo per immagini, queste immagini vanno
create dal meneur come fa l'attore, e poichè siamo nell'età dei giornali, dice,
(e tra pochissimo del cinema e della radio) l'ampia visibilità e udibilità può
far più di mille ragioni.
Sul versante
di chi sta dalla parte del popolo e dei lavoratori, Georges Sorel svolge un pensiero
in qualche modo analogo: no alla rappresentanza, azione diretta e spontanea
delle masse. "Tanto in Le Bon che in Sorel", scrive Bodei, "si
spezza ogni forma di comunicazione razionale tra la base e il vertice: non
resta che il linguaggio mitico e la mobilitazione emotiva".
Il terreno è
pronto per la nascita dei Duce, dei Führer, dei Caudillo, dei Conducator, tutte
traduzioni di meneur . Ma se Mussolini dirà di aver letto un'infinità di volte
La psicologia delle folle , anche Theodore Roosevelt fu un ammiratore di Le Bon
di cui condusse tutt'altra lettura. Il pensatore francese da parte sua ammirava
i paesi anglosassoni dove non vedeva decadenza e dove in effetti la traiettoria
che parte da Locke, imperniata sulla ricerca di fondatezza e rafforzamento
dell'individualità, ebbe maggior corso. Anche se in questo filone, Bodei non
pone solo John Stuart Mill, ma pure Nietzsche col suo "uomo
superiore" che può in certo modo autofondarsi, e Proust con la fede nella
memoria che ricollega i tanti "io di ricambio" di cui siamo fatti nel
tempo.
Per altri
versi, però, Nietszche entra nel trio dei "maestri del sospetto" per
aver scavato, con Marx e Freud , un drammatico "vuoto teorico ed
etico" di cui hanno approfittato i manipolatori di coscienze. Bodei in
verità accusa soprattuto i semplificatori del loro pensiero, che
"esaperando la giusta polemica anti-idealista contro il primato della
coscienza, hanno favorito l'idea che contassero solo quelle forze che agiscono
alle spalle degli uomini: le potenze economiche, la "grande ragione"
del corpo che determina l'io, l'Inconscio".
Studiando
soprattutto Mussolini tra i dittatori, Remo Bodei analizza con quali strategie
volute si sia aperta quell'inedita fase della politica in cui la
"sovranità è in grado di estendersi al mondo interiore". Miti,
illusioni, fedi vengono consapevolmente creati e diffusi. E intanto, con la
radio il politico invade per la prima volta lo spazio privato delle case. E con
la televisione?
Bodei si
arresta alle soglie dell'oggi, e dispiace. Piacerebbe che la sua analisi
complessa e sottile fornisse chiavi interpretative anche per il nostro tempo
dove i "manipolatori" delle coscienze, i grandi comunicatori, s ono
così tanti e così attrezzati in amplificazione e suggestione; dove, come egli
stesso scrive, è pervasivo il marketing delle "identità
prefabbricate". Solo in una nota, lo studioso si esprime: "a me pare
che la volontà di far credere stia tornando, sia a livello politico che
religioso". Nel testo, per noi uomini del momento, lancia un avvertimento
e un invito. Non si creda che le date del 1945, 1989 e 1991 (crollo del fascimo
e nazismo, del Muro di Berlino, del Blocco socialista) abbiano spalancato le
porte di una libertà assoluta. Le "colonizzazioni" delle coscienze e
gli "stampi" lasciati nella società e nella cultura non si eliminano
neppure nel tempo di una generazione.
L'invito è ai singoli: "Ciascuno dovrà "decolonizzare" e far fruttare quel terreno di libertà che è rimasto abbandonato e incolto per effetto della pretesa dei "maestri del sospetto" di esautorare la coscienza singola della sua autonomia e responsabilità".