RASSEGNA STAMPA

30 OTTOBRE 2002
FRANCO PRATTICO
Sbarcati da un inferno

Un libro raccoglie le ipotesi su come è nata la vita

Dalla Bibbia in poi sono molti i tentativi di spiegare da dove veniamo. Una biochimica israeliana ne ha fatto una storia affascinante

Da Dio ai "viaggiatori alieni", al brodo primordiale, le risposte sono tante. La più recente ci parla di strani organismi

Cosa mai sarebbe questo pianeta che abitiamo, la Terra, senza la vita? Vale a dire senza alberi, erbe, animali, uccelli, vermi.  E anche uomini.  E' difficile persino immaginarlo.  Un monotono ammasso di rocce e di acque rotolante nello spazio, brullo e inospitale come pare siano, ad esempio, Marte, la Luna, qualsiasi asteroide residuo della gran fabbrica del nostro Sistema solare.  E come probabilmente sono gran parte dei sistemi planetari che forse orbitano attorno ad altre stelle nella nostra galassia (salvo che non esista anche lassù qualche forma di vita).  Perché è la vita, in tutte le sue innumerevoli forme modellate dall'evoluzione, a dare fascino al nostro pianeta, a variarne il paesaggio, a fornirgli colori, ombre, imprevisto: un fenomeno poliedrico, cangiante, in perenne trasformazione.

Insomma, la vita è un dono di incomparabile bellezza, carico di senso. La scienza ha appurato che non vi è nulla, nella materia vivente, di estraneo a ciò di cui è fatto il resto dell'universo: siamo impastati con gli stessi atomi e molecole di cui sono fatti gli astri, le nubi cosmiche, le rocce e gli oceani, né esiste, a quanto pare, una forza particolare, un principio ignoto, che trasforma la materia inanimata in vivente.  E nei paradigmi della scienza trova poco posto l'ipotesi, affascinante ma indimostrabile, dei "soffio" di un dio creatore.  Ma allora, da dove viene la vita?

E' proprio a questo problema - tutt'altro che soluto - che la biochimica israeliana Iris Fry, dell'Università di Gerusalemme, ha dedicato le sue ultime fatiche: L'origine della vita sulla Terra - Ipotesi e teorie dall'antichità ad oggi (Garzanti, 390 pagine, euro 22,50).  Partendo dalle risposte che l'umanità ha cercato di darsi nei secoli, a cominciare dal Genesi biblico o dai miti greco-romani fino alle leggende che praticamente ogni cultura umana si è costruita per dare conto della esistenza propria e di tutto ciò che anima il mondo: intervento degli dei o di un dio, preformazione magica da materia inanimata, parto della madre terra e così via.  A quest'ultima ipotesi si può collegare l'idea, sostenuta anche da molti scienziati fino al secolo scorso, della "generazione spontanea": la convinzione, cioè, che la vita, almeno sotto l'aspetto di insetti, vermi, persino mosche, nascesse dalla materia organica in decomposizione.  Una idea già contestata sperimentalmente secoli fa da Francesco Redi e Lazzaro Spallanzani, e definitivamente sepolta nella seconda metà dell'Ottocento da Luis Pasteur, che dimostrò che la vita può scaturire solo dalla vita.  Già, ma dove e quale?

L'elemento costitutivo di qualsiasi forma di vita, almeno sulla nostra Terra, è costituito dalla cellula: ma la cellula è altissima ingegneria, un edificio, nella sua piccolissima dimensione, di incredibile complessità.  Sembrerebbe impossibile che sia sbucata bella e fatta, nella sua straordinaria efficienza, dal rimescolamento casuale di alcune "materie prime" (in particolare il carbonio, prodotto nelle fornaci stellari e principalmente le proteine) e dal loro assemblaggio in conseguenza delle nude, elementari, forze fisiche e chimiche.  Qualcosa deve averla preceduta, un qualcosa dotato di quelle che sono le caratteristiche fondamentali appunto di ciò che vive: la capacità di avere un metabolismo. Cioè di estrarre dal proprio ambiente energia e materie prime, e di riprodursi.  Se ancora non si trattava di un organismo

qual è la cellula più primitiva - era almeno una molecola "intelligente" e già in grado di incamminarsi sul tortuoso sentiero dell'evoluzione.

E' su questo tema che ancora oggi si misurano decine di scienziati, partendo dal fatto che prove fossili - presenti nelle rocce più antiche finora individuate - dimostrano che "solo" tre miliardi e ottocento milioni di anni or sono (quando cioè la Terra era nata da appena poche centinaia di milioni di anni ed era ancora un crogiolo rovente, bombardato dai relitti della formazione del sistema solare) la vita - almeno sotto forma di organismi elementari, ma già sufficientemente complessi - era già presente: cianobatteri, microscopiche alghe azzurre fotosintetizzatrici, che hanno lasciato la loro firma con strane concrezioni calcaree, gli stromatoliti.  Ma da dove nascevano, su questo pianeta ancora "sterile"?  Negli oceani, e nelle lagune primitive si addensava un "brodo" nel quale erano presenti parecchie molecole organiche, in parte eredità dei materiali celesti che avevano formato la Terra, in parte prodotti delle complesse alchimie provocate dalla potente radiazione ultravioletta del nostro sole, ancora non schermata dalla fascia protettiva di ozono (un "dono" dell'oceano di ossigeno che ci circonda).  Per alcuni milioni di anni - recita l'ipotesi di Oparin-Haldane, tuttora dominante - in quel brodo sono avvenute innumerevoli reazioni chimiche: fino a quando per un casuale colpo fortuna alcune molecole organiche si sono "messe insieme", protette e separate dal mezzo nel quale nuotavano da una vescicola lipidica, forse di idrocarburi, e avrebbero dato inizio, riproducendosi e moltiplicandosi, alla avventurosa vicenda della vita sul nostro pianeta.  Oggi, spiega la Fry, esistono molti dubbi su questa ipotesi, che alla metà degli anni Cinquanta, venne messa alla prova, con un certo successo, da un esperimento d'un giovane biochimico americano, Stanley Miller, che mise a bollire in un recipiente ammoniaca, metano idrogeno e vapor acqueo (sostanze che si ritenevano allora abbondanti sulla Terra primitiva) bombardando il tutto con scariche elettriche (come sostituto dei fulmini e della radiazione ultravioletta) e così ottenne una sorta di oceano primitivo in scatola: dopo una settimana la miscela partorì persino due aminoacidi,

neglicina e alanina, tra i primi mattoni della vita, tra i costituenti delle proteine.  Il risultato fece chiasso: ma per chi si aspettava che dalla sporta di Miller sbucasse l'homunculus goethiano, fu una delusione.  E oggi si dubita anche che la composizione degli oceani e dell'atmosfera primordiale fosse quella ipotizzata e riprodotta da Miller.

Insomma, che la vita sia presente, sul nostro pianeta, è indubbio: basterebbe la nostra presenza a dimostrarlo.  Ma da dove viene?  Persino un premio Nobel come Crick (insieme a Watson scopritore della struttura dei Dna) non ritiene che ci sia stato tempo sufficiente sulla giovane Terra per assemblarne le complesse strutture: e sostiene che il nostro pianeta sia stato inseminato, forse attraverso comete e meteoriti se non da "viaggiatori alieni", dallo spazio cosmico.  Dove come scoprì anni fa l'astronomo britannico Fred Hoyle - vagano nubi sature di molecole organiche, dalla formaldeide all'ammoniaca: laboratori cosmici nei quali nel corso di miliardi d'anni potrebbero essersi formati se non organismi viventi, almeno i loro precursori.  Un'ipotesi che lascia perplessi molti astrofisici, perché i gelidi spazi interstellari sono percorsi da radiazioni micidiali per la delicata materia organica.  Obiettano che, anche ammesso che alcuni precursori della vita si formino negli spazi interstellari e nelle nubi di polveri che li attraversano, difficilmente avrebbero potuto raggiungere indenni la superficie del nostro pianeta senza venire prima disintegrati.  Salvo che non fossero custoditi gelosamente nel cuore di qualche cometa o di un meteorite: ma anche in questo caso, le condizioni che li attendevano sulla Terra, quasi quattro miliardi di anni or sono, non erano certo quelle che riteniamo oggi ideali per accogliere e fare prosperare la materia vivente.

La risposta, che viene oggi da alcuni biologi e astrofisici a questa obiezione, è stupefacente: le ultime ricerche sembrerebbero dimostrare che in realtà la vita può formarsi e prosperare non solo in un idilliaco paradiso terrestre, ma anzi "sbucare dall'inferno".  E' la scoperta e le speculazioni sugli "estremofili": organismi, naturalmente quasi sempre microscopici, che prosperano in condizioni che noi riteniamo inadatte a qualsiasi forma di vita, dalle fornaci attorno ai vulcani sottomarini ai ghiacci polari e persino nella Solfatara di Pozzuoli, ambienti proibitivi ma dove sembra che questi nostri condomini terrestri si trovino benissimo.  Si tratta in genere di parenti stretti di archeobatteri, e la Fry nel suo libro sembra addirittura propendere per l'ipotesi di un chimico tedesco, Günter Wachtershüser, secondo il quale i processi necessari alla formazione dei primi composti organici, che poi avrebbero dato luogo alla vita, potrebbero essersi verificati sulla superficie di un minerale, la pirite (bisolfuro di ferro), in condizioni estreme di calore, pressione, etc.  Lo stesso materiale sulla cui superficie erano aggrappati li avrebbe poi messi in condizione di evolversi e divenire successivamente autonomi: e di lì, dall'inferno della Terra primordiale, sarebbe partita la caleidoscopica corsa dell'evoluzione, di cui anche noi siamo figli.

Un'ipotesi che dà nuovo credito alla convinzione di molti astrofisici che la vita non sia un fenomeno solo terrestre: se in condizioni così estreme è stato possibile sul nostro pianeta far sorgere la vita, anche in altri sistemi solari, magari su pianeti che noi non sceglieremmo mai per passarvi le vacanze, gli stessi processi possono aver avuto o avere attualmente luogo.  Insomma, far sorgere la vita non sarebbe un caso estremamente improbabile, come si riteneva, ma quasi una necessità dell'Universo.
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